di Arianna Finos (repubblica.it, 13 febbraio 2026)
Alla Berlinale si apre un caso politico dopo le dichiarazioni rilasciate da Wim Wenders e altri membri della giuria all’incontro con la stampa, in merito alle domande sul conflitto a Gaza. La scrittrice Arundhati Roy ha inviato un duro comunicato in cui rinuncia ad andare alla rassegna tedesca dopo l’invito a non affrontare temi politici fatto dal presidente di giuria.
Wenders aveva dichiarato: «Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici». Il regista aveva poi spiegato a la Repubblica il senso della decisione. «Il cinema è diventato sempre di più il contrappeso al rumore che ci circonda. Viviamo in un tempo in cui si produce più rumore che mai, perché ci sono persone al potere che pensano di dover fare rumore ogni giorno per ricordarci che esistono. Per un po’ ne sono stato anch’io vittima: seguivo le notizie quotidianamente e quel rumore era assordante. Ora non so neppure più che rumore facciano queste persone, e so che tutto questo passerà, mentre il cinema resterà».
Arundhati Roy — che avrebbe dovuto partecipare alla proiezione del suo film del 1989, recentemente restaurato, In which Annie gives it those ones — ha definito in un comunicato le parole di Wim Wenders «inaccettabili» e ha detto di temere che abbiano raggiunto «milioni di persone in tutto il mondo». L’autrice indiana, vincitrice del Booker Prize, ha dichiarato: «Sentir dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sconcertante. È un modo per chiudere una conversazione su un crimine contro l’umanità mentre si sta svolgendo sotto i nostri occhi in tempo reale, proprio quando artisti, scrittori e cineasti dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per fermarlo». Ha poi aggiunto: «Sebbene sia stata profondamente turbata dalle posizioni assunte dal governo tedesco e da varie istituzioni culturali tedesche sulla Palestina, ho sempre ricevuto solidarietà politica quando ho parlato al pubblico tedesco delle mie opinioni sul genocidio a Gaza».
In giuria con Wenders in questa edizione ci sono il regista-produttore americano Reinaldo Marcus Green, la cineasta giapponese Hikari, il regista nepalese Min Bahadur Bham, l’attrice sudcoreana Bae Doona, il regista-produttore indiano Shivendra Singh Dungarpur, ed Ewa Puszczyńska, produttrice del film Premio Oscar La zona d’interesse [The Zone of Interest, di Jonathan Glazer, 2023], incentrato sulla vita domestica del comandante di Auschwitz e della sua famiglia. Alla domanda sul conflitto in corso a Gaza e sul sostegno del governo tedesco — che finanzia il festival — a Israele, durante la conferenza stampa, la Puszczyńska ha risposto che esistono molte guerre di cui non si parla e ha definito la questione «molto complicata», aggiungendo che è «un po’ ingiusto» chiedere alla giuria di esprimersi sul sostegno o meno ai governi.
In seguito a queste dichiarazioni [della giuria], la scrittrice indiana Arundhati Roy ha annunciato il proprio ritiro dal festival. Ed ha concluso le sue dichiarazioni scrivendo: «Con profondo rammarico, devo dire che non parteciperò alla Berlinale». Le tensioni legate al conflitto israelo-palestinese, esplose nelle ultime edizioni, restano una ferita aperta. La serata di premiazione del 2024 – in cui No Other Land, realizzato da un collettivo israelo-palestinese, aveva vinto come miglior documentario – era finita al centro di un acceso scontro dopo alcuni interventi dal palco che avevano criticato duramente Israele e invocato il cessate il fuoco a Gaza. La polemica aveva coinvolto la direzione del festival e le istituzioni tedesche, riaccendendo il confronto su libertà di parola, antisemitismo e responsabilità culturale.
Tutto questo deve, però, fare i conti con la vocazione politica da sempre rivendicata come parte del Dna della Berlinale: in questo senso va ricordato anche di quando, nel 2016, Meryl Streep, presidente di giuria, consegnò l’Orso d’Oro a Fuocoammare di Gianfranco Rosi sulla strage di migranti a Lampedusa. Anche quest’anno, sotto la direzione di Tricia Tuttle, il programma affianca alle proiezioni numerosi incontri su genere, decolonizzazione, inclusione e migrazioni. L’apertura è affidata a una commedia romantica ambientata in Afghanistan alla vigilia del ritorno dei talebani nel 2021, No Good Men, della regista Shahrbanoo Sadat, mentre tra gli appuntamenti più attesi c’è il dialogo tra Charles Burnett e Haile Gerima, figure centrali del cinema afroamericano e della diaspora africana.
Sullo sfondo, però, pesa un contesto politico nazionale segnato da politiche restrittive su asilo e immigrazione e da una gestione controversa delle manifestazioni pro-Gaza. La Berlinale si trova così in un equilibrio delicato tra vocazione progressista e clima politico tedesco. Il festival ribadisce di muoversi nel quadro delle leggi sulla libertà di espressione, ricordando i limiti imposti dalle norme contro l’incitamento all’odio e dal peso storico della memoria dell’Olocausto.
