di Stefano Rossi (repubblica.it, 23 ottobre 2025)
Stroumfakia, Lán jinglíng, Pitufos. Ti chiamo Puffo in tutte le lingue del mondo: Greco, Cinese, Spagnolo… Sono sempre loro, gli omini alti circa quindici centimetri, nati per un caso di disnomia. Quando ci manca la parola giusta pur se la conosciamo – questa è la disnomia –, intorno a noi si sprecano battute sul nostro rimbambimento.
Quando nel 1958, a pranzo, a Peyo (pseudonimo del fumettista belga Pierre Culliford) non viene la parola “sale”, con la richiesta al collega André Franquin “passami lo schtroumpf” nasce invece un mito. Divertito, Franquin risponde a tono: “Quando hai schtroumpfato lo schtroumpf, ripassamelo”. Dall’invenzione linguistica a quella fumettistica il passo non è stato breve.
Gli Schtroumpfs, da noi prima Strunfi e poi Puffi, perché l’adattamento iniziale si prestava a correzioni poco carine, sono introdotti da Peyo come personaggi marginali, capaci di costruire un flauto magico, in un episodio della saga medievale John e Solfamì. Se questi nomi vi dicono poco è perché ai due presunti protagonisti, già con la prima comparsa, i nanetti gliele avevano suonate, flauto o non flauto. I lettori infatti si affezionano subito agli Schtroumpfs, finché nel 1963 Peyo scrive la prima storia tutta per loro, nella quale diventano aggressivi per la puntura di un insetto malefico.
Da allora il bulldozer blu non si è mai fermato fra fumetti, cartoons, film d’animazione e un merchandising sterminato. Il maggior collezionista è un italiano che ne possiede quasi ottomila. E dire che i Puffi “veri” sono solo novantanove, più un clone di Puffo Vanitoso che nasce dal suo riflesso nello specchio. La mostra per i sessant’anni era un obbligo al quale Wow Spazio Fumetto non ha voluto sottrarsi, anche perché uno degli animatori del museo è l’invidiatissimo proprietario di un raro villaggio dei Puffi completo, prestato per l’occasione.
Vedremo anche il numero del giornale belga Spirou con la prima apparizione dei Puffi nel 1958, l’esordio italiano del 1963 sul giornale Tipitì e diverse storie sul Corriere dei Piccoli. Il maggior successo risale però alla prima metà degli anni Ottanta, grazie ai cartoni animati di Hanna & Barbera. È documentato anche questo periodo, così come il boom dei tre film usciti fra il 2011 e il 2017. La rassegna ci ricorda che, a parte il colore, le dimensioni e l’incongruo buon umore, i Puffi si caratterizzano per la tipica parlata, oggetto di uno studio di Umberto Eco, Schtroumpf und Drang. E per il sofisticato commento musicale, che sottolinea i diversi momenti dei cartoni ricorrendo a Beethoven, Schubert, Musorgskij.
Ma cosa ci dicono i Puffi? Qualcuno, nella perfetta organizzazione del villaggio, ha rintracciato un modello di società massonica, altri la realizzazione del comunismo, sottolineando la militanza marxista-leninista di Peyo. Sarà per questo che il Grande Puffo si veste di rosso? Alla fine di questo articolo, scritto rigorosamente con un sottofondo di Puffi su YouTube, la parola giusta sembra tuttavia “serendipità”. Ovvero la fortuna di trovare una cosa più preziosa mentre se ne cerca un’altra, ben riassunta dalla frase: “La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”. Peyo cercava il sale e trovò l’oro, questo accadde quel giorno del 1958.
