
di Lorenza Negri (wired.it, 17 ottobre 2025)
Verso la fine di Good News, un uomo chiamato Nessuno menziona la sua citazione preferita di Truman Shady: «A volte la verità è dall’altra parte della Luna, ma non per questo la parte che vedi è una bugia». Peccato che Truman Shady non esista, e quello che i personaggi del k-movie mostrano al mondo sia tutto falso.
Good News, dal 17 ottobre su Netflix, presentato al recente Busan Film Festival, è probabilmente il miglior film coreano dell’anno. Una commedia nera esilarante, ardita e contorta (e un po’ troppo lunga, ma è l’unico difetto che ha) che fa della satira politica lo strumento di un’indagine sullo sfuggente conflitto tra verità e propaganda, tra gli ideali e gli scopi personali, lasciando – in un piccolo spazio dentro un oceano di cinismo – un angolo di speranza nell’umanità.
Nel pieno della guerra fredda tra Corea del Nord e del Sud, negli anni Settanta, un volo di linea nipponico viene dirottato verso Pyongyang da un manipolo di membri dell’Armata Rossa (la frangia comunista giapponese) desideroso di unirsi ai compagni nordcoreani. I nove sono un manipolo di fanatici guidati da un ideale di vita preso da un fumetto (non uno qualsiasi ma uno dei più bei manga di tutti i tempi, Rocky Joe) che recita: «Non voglio fare come tanti che se ne restano a bruciare senza fiamma, in una combustione incompleta. Anche se solo per un secondo, voglio bruciare con una fiamma rossa e accecante» (giù lacrime).
Mentre le autorità giapponesi cercano una soluzione – l’unica che trovano è parcheggiare “in doppia fila” un jet all’aeroporto dove fa rifornimento l’aereo per cercare d’impedire ai dirottatori di ripartire –, il presidente della Casa Blu si chiama fuori dandosi malato, delegando ogni decisione al clownesco direttore della Cia coreana, il quale, a sua volta, chiama un fixer per risolvere la situazione. Conosciuto solo come “Nessuno”, il suddetto è un ometto sgualcito e in apparenza ridicolo – e c’è chi dice che sia nordcoreano –, in realtà un genio delle operazioni segrete specializzato in soluzioni anticonvenzionali.
Nessuno arruola Seo Go-myung, un giovane tenente dell’Aereonautica serio e ambizioso con il quale mette a punto un piano poco ortodosso: far credere ai dirottatori di essere atterrati a Pyongyang. Qualcosa, tuttavia, va storto, e il rilascio degli ostaggi viene interrotto a favore di una snervante situazione di stallo, descritta nella seconda metà della narrazione, che coinvolge vari Paesi. La Corea del Sud – che accusa quella del Nord di essere la tirapiedi dei Soviet e non ammette di essere lo stesso per gli Usa – collabora (o meglio, si ostacola a vicenda) con il Giappone per evitare una catastrofe diplomatica. Forze armate, servizi segreti e politici di ciascuna fazione si azzuffano e cercano qualcuno cui dare la colpa, giocando a scaricabarile tra nuvole di fumo di sigarette.
La prima parte di Good News, ispirata al vero caso del dirottamento del volo 351 della Japan Airlines nel 1970, è un gioiello di satira senza freni camuffato da thriller politico, una beffarda farsa burocratica con cui il regista Byun Sung-hyun (Merciless, Kill Boksoon) vuole indagare temi attuali come la manipolazione dell’informazione, la corruzione del capitalismo e le ipocrisie dei governanti. Il regista struttura la pellicola in capitoli, ognuno girato con uno stile narrativo e di ripresa tipico di un genere diverso, come thriller, commedia, period, farsa: ogni segmento ha in comune l’analisi di come la verità viene manipolata per diventare una finzione di comodo.
Ci sono anche un inserto western con tanto di triello che cita Leone, alcuni momenti alla Dottor Stranamore e una breve sequenza animata dedicata all’iconico finale di Rocky Joe. La prima parte è un’incessante parodia degli agenti in campo: i sudcoreani viscidi e opportunisti ma pavidi e in cerca di qualcuno cui dare la colpa per un eventuale fallimento delle trattative, i giapponesi inetti e pasticcioni, gli americani arroganti e stupidi, i sudcoreani rigidi e resi ottusi dalle limitazioni del regime. Solo un paio d’individui, in questa selva di debosciati suddivisi in burattinai e burattini, conserva un minimo di moralità. Anche i dirottatori, persuasi di trovare a Pyongyang la felicità, sono dipinti come sempliciotti scollati dalla realtà, privi di pragmatismo e accecati dalla militanza ideologica.
Se la prima metà di Good News è zeppa di scene e battute esilaranti, la seconda assume toni più seri: la satira è la stessa, ma mostrata attraverso una lente che rende tutto più grottesco e ominoso. Anche gli ambienti delle riunioni e quelli dell’aereo si fanno più bui, claustrofobici e opprimenti, grazie a una fotografia mutevole. Alcuni personaggi assumono statura tragica, come quello dell’integerrimo viceministro dei Trasporti giapponesi Shinichi, interpretato da Takayuki Yamada, martire volontario ed eroe involontario che diventerà il paladino delle manipolazioni propagandistiche dell’asse filo-americano.
L’attore di Crows Zero fa parte di un cast corale pazzesco, dove spiccano Sul Kyung-gu – uno dei grandi veterani del cinema coreano – nei panni del machiavellico Nessuno e Hong Kyung di Weak Hero Class. Grazie anche ai loro personaggi, le menzogne diffuse dai media diventano una nuova verità. E sempre grazie a loro, il film, oltre a deridere il potere, spinge lo spettatore ad aprire gli occhi sulla manipolazione delle news che oggi è più dannosa e diffusa che mai.