
di Flavia Piccinni (huffingtonpost.it, 28 dicembre 2025)
Dopo Marilyn Monroe, James Dean ed Elvis Presley, con la morte di Brigitte Bardot cala (definitivamente?) il sipario sul Novecento. Se gli altri grandi sono rimasti congelati in una giovinezza eterna e tragica, B.B. ha scelto di sopravvivere al proprio mito, evitando le trappole della chirurgia estetica e del conformismo per proseguire nell’ossessivo amore animalista che ha scandito oltre cinquant’anni della sua esistenza.
E così – circondata dai suoi amati animali – se n’è andata a 91 anni da La Madrague, il suo fortino di Saint-Tropez dove dormiva con un coltello sotto il cuscino. Dove viveva circondata da quelle creature che non le chiedevano di essere B.B. D’altronde lei era scappata (o, meglio, ci aveva provato) da quella prigione che era la sua fama a 39 anni, quando aveva smesso di recitare. «Il cinema è un mondo di finzione, io volevo la verità» diceva.
Nel frattempo aveva messo in atto una rivoluzione fisica, legata a doppia mandata alla moda che ne aveva osannato i tratti ribelli e anticonformisti. Il cosiddetto stile B.B. Era il 1956 quando aveva chiesto a Rose Repetto di trasformare le scarpette da ballo in scarpe da strada. Voleva sentire il suolo. Nacquero le Cendrillon. Con quelle ballerine rosse B.B. ha ucciso il tacco alto e l’andatura ingessata delle dive precedenti. Ha insegnato che l’erotismo non ha bisogno di altezza e che il passo felino si può avere soprattutto avanzando rasoterra.
Ma, come tutte le persone complesse, B.B. amava le contraddizioni. E così nel 1967, per il video di Harley Davidson, calzò i primi stivali sopra il ginocchio della storia moderna, disegnati per lei da Roger Vivier. È il passaggio dalla “ninfetta” alla predatrice: la femminilità mostra la sua sfaccettatura metallica, brutale, legata al feticcio della macchina e della velocità. Ma forse – e più di ogni altra cosa – lo stile di B.B. era un’appropriazione indebita di elementi poveri presi da mercatini, vecchi armadi, grandi magazzini. Che, naturalmente, diventano subito trend.
Per il matrimonio con Jacques Charrier, nel 1959, rifiutò la seta. Scelse il cotone a quadretti rosa e bianchi, il Vichy, pagandolo pochi franchi. Era il tessuto delle tovaglie e dei grembiuli. In quel modo bruciò letteralmente il concetto di lusso istituzionale, e le scorte di quel tessuto finirono in tutta la Francia in una settimana. Altro esempio? Molto prima che diventasse il marchio di fabbrica di Jane Birkin, Brigitte usava la cesta di paglia da mercato come borsa da città, tra i palazzi di Parigi: era una sfida alla pelletteria di lusso, volta a dimostrare che l’eleganza risiede nell’uso improprio di un oggetto umile, non nel suo prezzo di listino.
B.B. amava fare sue le cose. È stata tra le prime a sdoganare il jeans Levi’s 501 portato “al naturale”: denim grezzo, a vita alta, spesso indossato con una camicia da uomo bianca annodata in vita o un semplice maglione nero. E lo scollo a barchetta ancora oggi porta il suo nome. Lo preferiva perché detestava l’ostentazione del seno; preferiva le spalle nude, un’architettura del corpo che considerava più sottile ed elegante.
Tutti poi sanno che, prima di B.B., il bikini era un oggetto da spogliatoio, quasi proibito. Nel 1953, a Cannes, decide d’indossarlo sulla spiaggia davanti a una muta di fotografi e quel pezzo di stoffa ridotto ai minimi termini rompe immediatamente il monopolio dei costumi interi strutturati, quelli che servivano a contenere il corpo. All’improvviso s’impone la pancia nuda e l’ombelico diventa un nuovo centro di gravità di quel desiderio che B.B. sapeva manipolare e interpretare magistralmente.
Anche il suo make-up era un atto di ribellione. Usava il kohl in modo ossessivo, nero, pesante, a volte applicato con fiammiferi bruciati per dare maggiore profondità allo sguardo. Voleva occhi che sembrassero aver dormito poco. I capelli erano lo chignon choucroute, una massa spettinata tenuta insieme dal caso e da forcine invisibili. «I capelli devono potersi muovere se correte verso il mare», diceva spesso. Non accettava la lacca. In pochi sanno che il suo biondo – il “biondo Bardot” – è un’invenzione tecnica. B.B. nasce castana scura, ma decide di schiarirsi i capelli a metà degli anni Cinquanta per aderire a un canone che poi lei stessa avrebbe decostruito.
La curiosità vera? Detestava i parrucchieri sul set. Diceva che la rendevano “finta”. Si pettinava da sola, spesso a testa in giù, per ottenere quel volume disordinato che nessuno poteva replicare. Era una bellezza autoprodotta: la diva che si metteva il trucco e si tagliava la frangia davanti allo specchio del bagno, rifiutando la mano dei professionisti per non perdere il controllo di sé stessa.
Con l’Italia ha avuto un rapporto di reciproca sottomissione estetica. È stata la più grande ambasciatrice del fiorentino Emilio Pucci. Portava i suoi pantaloni a sigaretta e le stampe psichedeliche con noncuranza. A Capri, durante le riprese de Il disprezzo a Villa Malaparte, ha trasformato la fascia per capelli di spugna e i grandi occhiali neri in una divisa universale. Altra curiosità: odiava i gioielli veri. «I diamanti sono freddi», ripeteva. Preferiva le perline di vetro e i nastri di velluto comprati nei mercatini.
Aveva una massima: «Ho dato la mia giovinezza agli uomini, darò la mia saggezza agli animali». Non era una frase fatta. Anzi. Anche per questo ha abitato le sue rughe, rifiutando ogni ritocco e facendo dei segni del tempo un atto politico. L’ennesima eredità di stile di una diva che non voleva essere tale.