Pechino contro Hello Kitty

di Paolo Salom (corriere.it, 29 ottobre 2026)

Duro editoriale del Global Times contro chi «altera la Storia». E se si scomoda la voce internazionale del Partito comunista cinese vuol dire che la questione è seria. Trump ha offeso Xi Jinping? L’America ha inviato una nave da guerra nelle acque contese intorno a Taiwan?

Niente di tutto questo. Nel mirino dell’anonimo estensore dell’articolo – dunque rappresenta la linea ufficiale del giornale – c’è il gigante giapponese delle bamboline, degli stickers e di tutti i personaggi nel cuore di ogni bambina della Terra: la Sanrio, ovvero la società che commercializza i prodotti legati alla linea Hello Kitty, Cinnamoroll e My Melody. La sua colpa? Aver ceduto alle «lusinghe» della destra nazionalista del Sol Levante «che odia la Cina».

Hello Kitty capace di sentimenti negativi? Possibile? In realtà non c’è il simpatico personaggio al centro della polemica, ma una nuova linea ispirata a una serie televisiva giapponese vista da Pechino come fumo negli occhi. Il punto è che la Sanrio ha recentemente stretto un accordo per mettere in produzione figure ispirate al programma Vivant, nell’occhio del ciclone perché avrebbe mostrato scene di tortura di agenti cinesi su 007 giapponesi, «invertendo bianco e nero e scambiando il buono con il cattivo». A oltre ottant’anni dalla fine della guerra sino-giapponese, una tragedia che ha portato alla morte di decine di milioni di civili cinesi, i sentimenti non sono cambiati.

Basta un qualunque riferimento – politico o culturale – agli anni della drammatica invasione da parte dell’esercito del Tenno per suscitare la reazione furiosa di Pechino. A luglio, infatti, alcuni pupazzetti della Sanrio sono stati abbigliati come fossero protagonisti della serie Vivant. Immediata la sollevazione dei netizen cinesi sui social, uno dei rari casi (le proteste anti Giappone) in cui i cittadini dell’immenso Paese hanno libertà di parola. Questo perché nella serie, ambientata in un’immaginaria nazione centro-asiatica, agenti segreti giapponesi sono impegnati in drammatiche avventure non lontane da quelle immaginate, in altri telefilm, per gli 007 occidentali.

Il punto è che, in alcuni episodi, questi eroi nipponici sono catturati e torturati da agenti di Pechino. Scelta infausta degli sceneggiatori: «Questi cosiddetti eroi sono tutt’altro che senza macchia», scrive il Global Times. «Altro che spy-thriller: questo è un tentativo di distorcere la realtà e presentare il bianco come fosse il nero, attribuendo ai cinesi le atrocità commesse in realtà dai giapponesi». Dunque, non si tratta di «libera invenzione» degli sceneggiatori, ma di un tentativo dell’estrema destra giapponese di rifare i conti con la Storia per «assolversi dai mali commessi».

Le proteste hanno avuto effetto quasi immediato: chiamata in causa, la società fondata dal pacifista Shintaro Tsuji, oggi novantottenne – convinto dalle esperienze atroci cui è stato testimone durante la guerra della necessità di «andare tutti d’amore e d’accordo» –, pare che abbia già cancellato l’accordo. La Storia, in Asia orientale, non è cosa solo da libri.

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