di Giulio Zoppello (wired.it, 5 febbraio 2026)
L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel dopo settant’anni continua a essere uno dei film di Fantascienza più influenti, importanti e geniali che siano mai stati creati. Questa distopia inquietante continua a essere la miglior rappresentazione del concetto di paura e fobia sociale, della rivolta del singolo contro il conformismo, di quanto sia difficile per l’uomo moderno conservare la sua identità.
L’invasione degli ultracorpi [Invasion of the Body Snatchers] era tratto da un racconto di Jack Finney, uscito sul magazine Collier’s due anni prima e che l’autore in realtà non vide mai connesso a una qualche sovrastruttura semantica. Per Finney si era trattato di un semplice esercizio di fantasia; all’inizio aveva avuto l’idea di esseri robotici in mezzo ai viventi, ma poi aveva optato per l’idea di copie create da una presenza aliena. Tutto lì, per lui. Ma il cinema ha le sue leggi e un racconto di questo tipo, calato nella realtà specifica di quell’America degli anni Cinquanta, non poteva sfuggire a un’interpretazione più complessa. Siegel lo pensò subito, appena lesse il racconto originale, e coinvolse lo sceneggiatore Daniel Mainwaring in un’opera con cui abbracciare il concetto di controcultura cinematografica e con cui parlare di come la vita stesse diventando una ripetizione costante, gli esseri umani delle entità senza personalità ed emozioni.
L’invasione degli ultracorpi uscì quando la Guerra Fredda aveva impattato Hollywood in modo profondo. Film come Gli invasori spaziali, Destinazione… Terra!, Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi avevano avuto un impatto profondo, ma si facevano portatori anche dell’incubo nucleare, dell’ignoto dallo Spazio come pericolo. Poi era venuto Howard Hawks, La cosa da un altro mondo aveva spostato l’asse, il male era dentro l’uomo, era nascosto, ci imitava, era generato dalla nostra imprudenza, dalla scienza che si spingeva dove non bisognava. L’invasione degli ultracorpi aggiunse in questo scenario un tassello fondamentale, parallelo a questi titoli, ma capace di guidarci verso orizzonti inediti.
Certo, Don Siegel dovette far fronte a un budget davvero ridotto, solo trecentomila dollari, il che comportò la costante necessità di adattarsi da parte della troupe per cercare di rendere credibile quello che era, a tutti gli effetti, un vero e proprio racconto dell’orrore. Protagonista il dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy), che, di fronte a uno psichiatra, rievoca quello che è stato un incubo ad occhi aperti. Un incipit, anzi prologo, molto strano, ma voluto, come il finale ottimista, dalla produzione, contrariando non poco Siegel. Il film, da allora, ha sempre avuto due facce: quella americana più conformista, e la versione Director’s Cut, più pessimista e coerente, scevra di quel prologo e soprattutto dall’happy end.
Quello che c’è in mezzo però è quello che conta: il dottor Bennell, nella tranquilla cittadina californiana di Santa Mira, viene letteralmente assediato da un numero sempre più alto di pazienti convinti che i loro parenti siano stati in qualche modo sostituiti da degli impostori. Potrebbe trattarsi di un’isteria di massa, di un’allucinazione collettiva, pensa inizialmente il dottore, poi però ecco che l’orrore si palesa, inconfutabile, con corpi che vengono replicati, prodotti da baccelli giganti. In breve, Bennell, la sua amica Becky (Dana Wynter) e pochi altri si rendono conto che l’intera cittadina sta venendo sostituita da questi replicanti, queste copie totalmente prive di umanità, di empatia.
Ed è solo l’inizio, tutto il mondo rischia di diventare una copia aliena di sé stesso. L’invasione degli ultracorpi ci mette di fronte a una vera offensiva extraterrestre, completamente diversa da quella che il cinema negli stessi anni ci aveva mostrato. Niente mostri giganti, niente navi spaziali, niente di tutto questo, ma qualcosa di più sottile, inquietante, terribile, che Siegel tratteggia in un crescendo magnifico, con la sensazione di isolamento, la fobia dell’altro, quella fuga finale allucinante e senza speranza. L’invasione degli ultracorpi colpì un nervo scoperto della società americana dell’epoca, terrorizzata dall’invasione comunista (con il caso di Rudol’f Abel’) e dall’incubo dell’Olocausto nucleare, dall’idea di non potersi fidare veramente di nessuno.
Ma di contraltare l’offensiva maccartista aveva spaventato molti, insinuato l’idea che si cercasse di soffocare la libertà e l’identità individuali, in modo da appiattire e dominare completamente la società, sostituirla con un qualcosa di molto più controllabile. Erano due fronti opposti, due paure nate dai due lati del Blocco, per così dire, ma parimenti simili nella rappresentazione che L’invasione degli ultracorpi offrì in quel 1956. A questa sua duplice identità, a un tempo sfumata e contemporaneamente chirurgica e precisa, si deve la fortuna del film, che riuscì comunque a incassare più di quattro milioni di dollari, e raccolse il plauso della critica.
Poi però venne dimenticato, messo da parte, quasi relegato in uno specifico sottogenere. Ma a vederlo oggi, dopo tanto, tantissimo tempo, è ancora incredibile quanto abbia influenzato la nostra visione del futuro. Lo fece anche dal punto di vista dell’estetica, con il concetto dell’inseguimento della massa uniforme e ostile che poi George A. Romero avrebbe reso un must del genere Zombie, lo stravolgimento completo della nostra quotidianità, la perdita di punti di riferimento che avviene in pochi istanti. La paura come epidemia, il nemico che ti cammina accanto, la manipolazione emotiva e mentale.
A dispetto della povertà di mezzi, anche visivamente il film ha mantenuto il suo fascino. Don Siegel negli anni a venire, con la saga dell’Ispettore Callaghan, le sue storie di crimine, fughe, delitti e pistoleri, avrebbe continuato a parlare della lotta del singolo contro il sistema, della violenza come tratto distintivo della società contro il diverso. Tra gli assistenti sul set de L’invasione degli ultracorpi ebbe anche un giovane Sam Peckinpah, quasi a confermare la rilevanza che questo film, piccolo ma potentissimo, avrebbe ricoperto negli anni a venire.
L’invasione degli ultracorpi, un po’ come capitato proprio a La cosa di un altro mondo, ha avuto diversi remake. Quello del 1978 di Philip Kaufman con Donald Sutherland [Invasion of the Body Snatchers, in Italia Terrore dallo spazio profondo] rimane il più memorabile e intelligente, l’omaggio più esplicito e intrigante, connesso al consumismo e all’omologazione capitalistica. Ci sarebbe stato poi quello intrigante e sottovalutato di Abel Ferrara del 1993 [Body Snatchers, tradotto in Ultracorpi – L’invasione continua], e la versione più mainstream del 2007 con Nicole Kidman e Daniel Craig [The Invasion, diretto da Oliver Hirschbiege].
Ma la sua eredità è stata fondamentale per registi come John Carpenter, basti pensare a Essi vivono, La Cosa, Il villaggio dei dannati, alla saga di 28 giorni dopo, a tutto ciò che ci ha parlato di un’umanità che cede il passo a qualcosa di alieno, folle, distopico e senz’anima. Il motivo è semplice: L’invasione degli ultracorpi è il vero racconto della tragedia dell’uomo moderno. Perché se normalmente la mostruosità si accompagna a una deformazione fisica o alla diversità, nel film di Siegel la sostituzione è la chiave, metafora della perdita totale dell’identità, del nostro venire trasformati da fattori esterni. Qualcosa che sappiamo che nel mondo reale avviene quotidianamente, lentamente, in un modo tanto sotterraneo quanto incredibilmente palese.
Nel corso negli anni, la critica si sarebbe poi concentrata sul tema della maschera, avrebbe trovato connessioni con George Orwell e Philip K. Dick, ma il punto fondamentale è che L’invasione degli ultracorpi ci ha proposto una distopia drammaticamente reale.
A guardare infatti la nostra realtà quotidiana, a quello che sta succedendo negli Stati Uniti, l’incrementarsi dell’ostilità verso il diverso, le tensioni scaturite dalla contrapposizione ormai sempre più normalizzata dalla pandemia in poi, questo film può rivendicare lo status di profezia amaramente realizzatasi, da qualsiasi lato la si guardi. Perché se è vero che essere diversi dalla norma oggi è diventato sempre più difficile, se è vero che non sentiamo di avere più il controllo di ciò che siamo, tra narrazione tossica dei social media e manipolazione, è anche vero che non abbiamo mai fatto nulla per ribellarci.
Per tutti questi motivi, a tanti anni di distanza, L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel rimane un gioiello assoluto della cinematografia, non solo del genere specifico. Fu uno di quei film piccoli, apparentemente trascurabili, ma che nella realtà hanno saputo tracciare un percorso, mostrarci il volto reale di ciò che saremmo stati. E stavolta senza un prologo o un epilogo consolatori, studiati ad arte per tranquillizzarci.
