“Uccellacci e uccellini” continua a essere un film politico sensazionale

di Giulio Zoppello (wired.it, 4 maggio 2026)

Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini usciva in sala esattamente sessant’anni fa e rimane ancora oggi uno degli apici del suo percorso, e soprattutto del cinema italiano di quel decennio complicato e fertile. Totò e Ninetto Davoli da allora continuano a camminare nella nostra mente, a viaggiare accompagnati da quel Corvo, dicendoci moltissimo anche sul nostro presente.

Uccellacci e uccellini anche in questo 2026 rimane un film importantissimo. Da una parte ci parla del percorso di un intellettuale unico, di un momento particolare del suo essere regista, che qui decise di analizzare la società italiana del suo tempo. D’altro canto, questo è un film ancora oggi importante e moderno perché capace di rappresentare bene la differenza tra ideali e realtà, tra teoria e pratica, lo scollamento tra un credo (religioso o meno che sia) e la sua applicazione. Un film sulla morte dell’ideologia? Sì, delimitata (ma non solo) ad un certo istante, ad una certa era, quella che andava dai primi del Novecento fino alla Seconda guerra mondiale, passando attraverso la Resistenza e la creazione della Repubblica.

Esce poco dopo la morte de “Il Migliore”, Palmiro Togliatti, il grande leader del Pci che aveva indicato la strada. E la morte si può dire che aleggi su tutto e tutti, qui. Il suo funerale, ostentatamente calibrato come un rituale religioso da Italia contadina e semi-pagana, nel film diventa la morte di quella visione marxista. Uccellacci e uccellini arriva infatti in un momento molto particolare per Pasolini, che dopo aver firmato opere connesse al racconto popolare, alla tragedia classica, con questo film conferma la sua volontà di parlarci dell’Italia che cambia e che ha sotto gli occhi, della crisi di una sinistra e con essa di un’intera classe di intellettuali, compreso lui stesso.

Uccellacci e uccellini viene girato unendo realtà rurale e la nuova realtà urbana, ci sono la periferia, la campagna, l’aeroporto di Fiumicino, la voce di Domenico Modugno e le note di Ennio Morricone. Alto e basso, povero e ricco, realtà e ideali, tutto è contrapposizione in questo film divertente, grottesco, cinico e malinconico, dove Totò e Ninetto Davoli sono persi nel nulla. Li vediamo aggirarsi venendo spinti dai bisogni più primari, armati di un intelletto fragile, lontano dalla rappresentazione idealizzata con cui l’élite marxista aveva cantato la riscossa dal basso delle masse. Pasolini in Uccellacci e uccellini ci mette davanti il volto di Totò, proprio lui, la maschera comica per eccellenza, scelta per tratteggiare questo padre che con il figlio s’imbatte in un Corvo (armato della bellissima voce di Francesco Leonetti), uno dei personaggi più curiosi e belli mai concepiti dal regista.

Il Corvo è “un intellettuale di sinistra di prima della morte di Palmiro Togliatti” ci spiega il film, e il volatile decide di accompagnare i due nel viaggio, cominciando a sommergerli di chiacchiere, lezioni morali, insegnamenti non richiesti e non comprensibili per loro. Facile fin da subito intuire che dietro tale animalesca figura si nasconda in realtà la figura del filosofo, o del sapiente in generale. Racconterà ai protagonisti la storia di Ciccillo e Ninetto, frati francescani nel Medioevo italico, intenti a cercare di portare la parola di amore e pace e convivenza persino tra falchi e passeri, e destinati ovviamente al fallimento.

Sequenza divertente, patetica, con cui Pasolini ci offre una doppia riflessione: ha compreso lo scisma che è in atto tra la sinistra e le grandi masse, tra i suoi vertici intellettuali sconfitti dal tempo e dal cambiamento, separati dalla realtà di quel sottoproletariato animalesco, quasi puerile nella sua bassezza. Ma Pasolini ammette la sconfitta del credo, non solo marxista ma anche religioso, che, in fondo, i due mondi si assomigliano da sempre: uguaglianza, fine della conflittualità, amore e comunanza. Ma no, i falchi ricominciano a mangiare i passeri, Totò e Ninetto sono crudeli con i più deboli, come predatori, e timorosi dei proprietari terrieri più forti e armati. La natura, la Storia, l’universo hanno leggi che l’uomo non può che illudersi di scalfire.

Pasolini già qui ci fa capire che sarà il consumismo a vincere. Così come Totò e Ninetto alla fine si nutrono del Corvo, allo stesso modo gli ideali di tutte le epoche, di tutte le ere, non sopravvivono alla necessità dura e cruda, casomai si evolvono quando riescono e possono. Pasolini ci parla quindi di incomunicabilità, di differenze non solo di classe ma di visione delle cose, di interpretazione della realtà. I poveri sono disgraziati consci di esserlo e, allo stesso, tempo succubi, non sanno ribellarsi. L’intellettuale appare, quindi, quasi più arrogante e inutile che altro. Ma intanto la campagna scompare, quell’Italia contadina che credeva in falce e martello; la città avanza, il progresso si fa strada. Il Sacro, ovunque sia, non può vincere contro il Profano, per così dire.

Impreziosito da un bianco e nero magnifico di Tonino Delli Colli e Mario Bernardo, Uccellacci e uccellini non è un film così colmo di certezze come di primo acchito si potrebbe pensare, attenzione. Pasolini manifesta sì la sicurezza di un cambiamento di epoca e paradigmi, il superamento del marxismo storico, ma d’altro canto non è neppure così sicuro che qualcosa non rimarrà e ne è prova il continuo citare Mao, forse l’anomalia più incredibile di quel credo. Ci sono accenni al Terzomondismo, a quel mondo lontano cui proprio la sinistra allora cominciava a guardare. Pasolini con i cartelli stradali seminati per strada ci parla di un futuro lontano da noi, dall’Occidente.

Il pensiero, il pensiero non si può fermare mai, ecco la grande lezione di Mao: deve cambiare e rimanere uguale, deve adattarsi agli uccelli che incontra, ai viandanti sul suo cammino, sennò verrà “divorato” come il Corvo che paradossalmente lo cita. Il 1966 sarà infatti l’anno in cui la Cina di Mao lancerà la sua “Rivoluzione Culturale”, con cui il leader cinese forzerà il cambio generazionale e di prospettive del marxismo in patria. Sarà un bagno di sangue terrificante, con milioni di morti, e in fondo anche questo fallimento Pier Paolo Pasolini lo aveva previsto. Il consumismo, il mangiare per placare la fame reale, sono troppo forti per essere arginati da un ideale.

Tutto questo Uccellacci e uccellini lo porta nelle sale cinematografiche in quell’Italia degli anni Sessanta in cui il miracolo economico si è fermato, e dove la morte di Togliatti ha tolto al Pci una direzione. Rimane l’epitaffio dell’Italia contadina che sta scomparendo, e di quella operaia che sta cambiando in fretta. Il proletariato diventa consumatore, il cittadino è assediato dalla quotidianità. Di lì a due anni comincerà poi il ’68, di cui Pasolini diventerà narratore unico per profondità di analisi e idee. Solo la morte gli precluderà altre indovinatissime profezie, altre analisi artistiche pari a questa, a un film che a sessant’anni di distanza rimane illuminante e quasi inquietante per la verità contenuta.

Uccellacci e uccellini al Festival di Cannes avrà la Menzione Speciale; sarà anche il momento in cui la critica italiana, i Corvi per così dire, premieranno Totò, che tanto disprezzavano, qui autore di una performance sensazionale. A guardarci, in questo nostro 2026, in questa Italia dove i poveri, i sottoproletari, odiano e maltrattano chi è più disperato di loro, e non i potenti che li opprimono, con tanti Corvi incapaci di uscire dalla loro torre d’avorio e calarsi nel presente, sorge un dubbio: forse Pier Paolo Pasolini aveva ragione, forse davvero gli ideali non esistono più. Forse aveva ragione anche Mao: degli ideali prendiamo quel tanto che può essere utile, nell’immensa complessità e confusione del nostro andare avanti.

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