Era dai tempi del piccione di Povia che non mi sentivo così. Qualcosa di simile l’ho riprovato solo quando hanno eletto Trump la prima volta, che fino all’ultimo pensavo: ma figurati se vince uno così. Nella prima puntata di questa newsletter spiegavo che per molto tempo il mio amore per il Festival di Sanremo è stato un guilty pleasure.
So che può sembrare incredibile, raccontandolo in questi anni in cui il Festival di Sanremo catalizza l’attenzione della maggioranza degli italiani con ascolti televisivi record e cancella dai palinsesti ogni concorrenza destinata a perdere. Ma c’è stata una stagione in cui la gara canora nazionale quasi sparì dai teleschermi, nell’indifferenza generale.
Claudio Pica, in arte Claudio Villa, nacque a Trastevere nel 1926, figlio di un vetturino e di una casalinga di nome Ulpia. Era basso di statura, di carattere molto polemico, fisicamente tosto. Amava le motociclette e si dice che l’infarto che lo portò a morire piuttosto precocemente (aveva 61 anni) sia stato causato dallo sforzo insistito per calcare una pedivella d’avviamento. Era comunista e ateo.
Certo, fossi Shakespeare direi che non vengo a elogiare Cecilia Sala, vengo a seppellirla; poiché non solo non sono Shakespeare, ma il pubblico semicolto di questo secolo è pure assai meno attrezzato a decodificare le antifrasi di quanto lo fosse il pubblico teatrale senza scuole dell’obbligo del XVII secolo, proverò a cominciare così: chi se ne frega di Cecilia Sala. Sì, lo so che quelli che si sono indignati per il tweet (o come si chiamano ora) di Cecilia Sala sulla ragazza iraniana sono un sottoinsieme quasi perfettamente sovrapponibile a quello dei lettori di questo giornale, lo so che anche oggi mi faccio ben volere, lo so che si formeranno due file ordinate.
di Maurizio Stefanini (linkiesta.it, 25 aprile 2024)
Bella ciao è di frequente oggetto di polemica in Italia ogni 25 aprile, come peraltro ogni cosa che riguarda la storiografia resistenziale e la sua inserzione nell’attualità politica: il caso Scurati non ne è che l’ultimissimo esempio. Da una parte, ne è stato proposto per legge uno status ufficiale, come inno da insegnare a scuola. Dall’altra, è stata contestata come strumento d’indottrinamento politico “comunista”.
di Giovanni De Mauro (internazionale.it, 12 maggio 2023)
Oggi che l’emergenza per la pandemia è finita, potremmo riflettere con più distacco sui tanti fenomeni che hanno segnato questi anni di Covid. A cominciare dalle teorie del complotto, che hanno una storia antica. Recensendo per il settimanale l’Espresso un libro sull’argomento, nel 2014 Umberto Eco si chiedeva come mai le bufale avessero tanto successo. «Perché promettono un sapere negato agli altri», rispondeva.
Ph. Elias Valverde II / The Dallas Morning News / Tns
di Goffredo Fofi (internazionale.it, 14 settembre 2022)
Il rilievo della figura e dell’opera di Jean-Luc Godard è grandissimo nella storia del cinema, ma anche in quella dei movimenti che tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni Settanta hanno rotto gli equilibri precari delle società nate dalla guerra e dalla ricostruzione. La Nouvelle Vague a cui apparteneva ha inciso sul cinema, sul teatro, nella musica e nelle altre arti. Meno nella letteratura.
di Manuel Peruzzo (huffingtonpost.it, 17 febbraio 2022)
Hanno vinto i conservatori. Ci ho pensato quando ho visto “Love Fiercely”, la campagna social con l’obiettivo di sensibilizzare i fan di Chiara Ferragni sulle forme d’amore inclusivo lgbtq+, che è un po’ come sensibilizzare i follower del Papa circa l’importanza di amare il prossimo e quelli di Lady Gaga sul vestirsi come gli pare. Nel video si intervistano tre coppie che si amano (l’uomo trans e la donna cis, le lesbiche interracial che si tengono per mano e i papà gay della ztl di Milano), rappresentative di tutti e di nessuno, e per dimostrare che l’amore è bello in ogni sua forma contro ogni pregiudizio si chiede loro “come vi siete conosciuti?”, ma anche “vi importa dello sguardo della gente?”. Certo, sono tutti content creator o talent o creativi, vivono dello sguardo sui social, e rispondere “non ci importa nulla” ha la stessa validità della Nike che dice che fa le scarpe per passione, mica per venderle.
La parola è stridente, quasi cacofonica, come succede ai termini innaturalmente composti. Però “artivismo” offre la temperatura dell’arte di oggi, politicamente impegnata su temi di larga condivisione come i diritti, l’ambiente, le pari opportunità, le migrazioni, i disequilibri tra le diverse zone del mondo. Questioni tra le poche, peraltro, ad attrarre un pubblico giovane. E si sa quanto la cultura abbia bisogno di un ricambio generazionale. Artivismo. Arte, politica, impegno si direbbe un instant se non fosse che l’autore, Vincenzo Trione, ci ha abituati a lunghe ed esaurienti disamine critiche ben oltre la soglia del contingente. Il suo saggio precedente, L’opera interminabile, viaggiava sulla complessità di artisti-mondo impossibili da incasellare.
di Alessandro Calvi (Voxeurop / internazionale.it, 8 luglio 2021)
Il 23 maggio in Piemonte è precipitata una funivia: l’incidente ha causato quattordici morti. Il mattino dopo, l’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, parlando alla radio, ha avanzato l’ipotesi di un attentato, poiché alcune delle vittime erano di origine israeliana. Il sospetto, come ammetterà lo stesso Mieli, poggiava però sul nulla. Questo episodio dimostra quanto sia facile, anche per i più “insospettabili”, scivolare dall’analisi della realtà verso teorie di natura complottistica, le quali, in genere, semplificano la complessità del reale, rassicurando chi le ascolta o costruendone l’identità.