di Paolo Conti (corriere.it, 23 febbraio 2026)
So che può sembrare incredibile, raccontandolo in questi anni in cui il Festival di Sanremo catalizza l’attenzione della maggioranza degli italiani con ascolti televisivi record e cancella dai palinsesti ogni concorrenza destinata a perdere. Ma c’è stata una stagione in cui la gara canora nazionale quasi sparì dai teleschermi, nell’indifferenza generale.
Io sono nato nel 1954, ho cominciato a lavorare quasi subito dopo il liceo, a 21 anni ero già da volontario non pagato a Momento-sera (ho seguito, in seconda fila, anche il delitto Pasolini nel 1975) e ricordo perfettamente l’eclissi di Sanremo. Riavvolgo il film della mia vita. L’Italia è in fermento politico e sociale, alle spalle c’è l’onda lunga del 1968 e si avverte nell’aria qualcosa di più cupo, sarebbe stato il 1977.
Nel 1973, anno della mia licenza liceale classica, il Festival attraversa una crisi profondissima. Solo la serata finale viene trasmessa in tv, le altre due vengono relegate alla radio. Ma non se ne accorge nessuno. Noi under 21 stiamo inseguendo i vinili degli ultimi successi dei Led Zeppelin, dei Genesis o di Lou Reed (annate pazzesche di grande musica e di creatività). Forse anche per il crollo del pubblico più giovane, il 1973 è tra i più dimenticabili della storia sanremese. La vittoria va a Peppino di Capri con Un grande amore e niente più, scontato e prevedibile.
Sono andato a riguardare l’archivio del Corriere della Sera che il 1° febbraio titola, e nemmeno a tutta pagina: «In forse il Festival di Sanremo». E poi, il 4 febbraio: «Radio certa, tv dubbia, ma il Festival si farà», un misero titoletto a due colonne nel taglio basso della pagina spettacoli. Alla fine vince appunto Peppino di Capri, nemmeno un affaccio in prima pagina. Il grande Luca Goldoni ironizza in un commento in pagina spettacoli: «Siamo tutti un po’ migliori, sarebbe sleale negarlo, la decisione della tv di trasmettere una sola serata di Sanremo per moralizzare i programmi e incrementare una politica culturale ed educativa non va passata sotto silenzio…».
Quell’Italia, insomma, ignora Sanremo, lo relega nella polverosa soffitta di un’offerta musicale troppo provinciale, incapace di registrare e decodificare cosa stia accadendo nel grande rock anglosassone. E soprattutto d’intercettare i cambiamenti della società italiana: l’anno dopo, il 1974, il referendum sull’abrogazione del divorzio vincerà con un solido No al 59,26%. Mi ripenso cronista ventunenne nel novembre 1975 sotto la casa di Pasolini all’Eur, in via Eufrate, per cercare di rubare una battuta, una frase alla madre (che non arrivarono mai, i contatti col mondo in quella casa di dolore erano tenuti dalla riservatissima Graziella Chiarcossi, cugina del grande poeta e polemista) poco dopo l’atroce delitto.
E devo ancora una volta scavare nell’archivio per riscoprire che quell’anno vinse Gilda col dimenticatissimo brano Ragazza del Sud. Anche qui, la vittoria merita un distratto titolo di appena due colonne di spalla firmato da Mario Luzzatto Fegiz che interpreta culturalmente tutto il baratro tra la dura realtà di quei tempi e un Festival in una crisi abissale: «Gilda è una sesquipedale imitazione vocale e fisica di Orietta Berti, la canzone è un paternalistico discorso a una fanciulla del depresso Mezzogiorno che, secondo Gilda, fa male a vagheggiare la libertà, gli abiti e la vita di una ragazza del Settentrione». Insomma, un disastro. Ma in pochissimi se ne occupano.
Dunque l’Italia ha visto anni in cui il Festival di Sanremo, così come lo conosciamo e soprattutto lo viviamo oggi, semplicemente non esisteva. O, peggio, sopravviveva come un ferro vecchio televisivo, culturale e canoro di cui gli italiani non sapevano cosa fare. Poi, nel 1981, lo sappiamo, c’è la rinascita con una revisione radicale, infatti emergono Fiorella Mannoia, Luca Barbarossa, la vittoria va ad Alice con Per Elisa. Però gli anni Settanta delle ombre e del passatismo restano negli annali. Anche come monito per tutti i sempre possibili errori futuri.
