
di Cristina Piccino (ilmanifesto.it, 26 febbraio 2026)
Chi aveva già annunciato, come diversi media tedeschi, Bild in testa, il suo licenziamento, sarà rimasto deluso. Per ora Tricia Tuttle rimane alla direzione della Berlinale, anche se dopo la riunione di crisi del consiglio di sorveglianza della Kbb GmbH presso la Cancelleria federale, chiesta dal ministro della Cultura Wolfram Weimer, a quanto comunicato dal portavoce dello stesso «i colloqui sull’orientamento della Berlinale proseguiranno nei prossimi giorni».
In realtà sembra che Weimer volesse licenziare immediatamente la direttrice, in carica da soli due anni, perché “colpevole” delle dichiarazioni di registe e registi durante la serata di premiazione contro il genocidio commesso da Israele a Gaza e in Palestina, e il supporto militare che la Germania garantisce al governo di Netanyahu. Una presa di parola arrivata alla fine di molte polemiche per la censura sull’argomento, esercitata in linea con la politica del cancelliere Merz anche dentro al festival. Viste però le reazioni alla minaccia dell’allontanamento di Tuttle, Weimer sarebbe stato convinto almeno per ora a retrocedere.
Già ieri, infatti, il settore audiovisivo europeo e internazionale si è schierato nettamente con la direttrice. In una dichiarazione congiunta tre importanti istituzioni cinematografiche quali European Film Academy (Efa), European Film Promotion e Europa International ne hanno elogiato il lavoro: «Crediamo che la sua leadership abbia rafforzato il ruolo della Berlinale come festival internazionale e mercato chiave per il cinema europeo» si legge nel comunicato, «fornendo una solida base per andare avanti con fiducia verso il futuro».
In difesa della giornalista americana e dell’indipendenza della Berlinale, oltre a quella del team del festival – più di 500 dipendenti che, in una dichiarazione pubblica, hanno espresso il loro sostegno «alla straordinaria Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale» – è stata diffusa on line anche una lettera aperta firmata da migliaia di registi, produttori, critici e professionisti del settore (fra cui Tilda Swinton, Todd Haynes, Sean Baker, Eva Trobisch, Nadav Lapid, Shahrbanoo Sadat, Emilia Schüle, Maren Ade, Ari Folman e Tom Tykwer) in cui si dice: «Se viene convocata una riunione straordinaria per decidere il futuro della direzione del festival, la posta in gioco è molto più alta di una singola nomina. Ciò che è in discussione è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza istituzionale».
Ed è proprio questo il punto. A essere criticata dal governo tedesco non è la qualità artistica della programmazione di Tuttle ma il fatto che artiste e artisti abbiano la libertà di esprimere il loro pensiero, e dentro quei limiti della libera espressione – non chiari ma consentiti. E che lei non li abbia fermati. Che festival vorrebbe allora la politica in Germania? Un contenitore obbediente, uno spettacolo neutro e neutrale di arte senza politica? Dove temi censurati, come oggi in Germania il genocidio in Palestina, non hanno alcun diritto di essere. Esattamente il contrario di ciò che la Berlinale è stata in passato. Del resto l’avevano già promesso due anni fa, dopo la premiazione di No Other Land, quando l’allora ministra della cultura Claudia Roth aveva chiesto un controllo più oculato su ospiti, giurie ecc.
E adesso? Quale sarà, se dovesse rimanere al suo posto, lo spazio di movimento per Tuttle? Sono questioni fondamentali, che interrogano in modo diretto il rapporto fra committenza (politica) e cultura e non solo in Germania – il governo tedesco copre il 40% del budget della Berlinale. Gli altri fondi arrivano dalla Ue e dal Land di Berlino. E che vanno al di là della stessa Tuttle. Il problema della politica di governo in Germania è serio, quello della Berlinale di conseguenza pure. Così come il rischio di trasformarla in una “parata” – dove la libertà di espressione è solo una facciata d’occasione, e la denuncia del presente diventa insopportabile.