Sal da Vinci, che fastidio

Ph. Daniele Venturelli / Getty Images

di Paola Italiano (lastampa.it, 1° marzo 2026)

Era dai tempi del piccione di Povia che non mi sentivo così. Qualcosa di simile l’ho riprovato solo quando hanno eletto Trump la prima volta, che fino all’ultimo pensavo: ma figurati se vince uno così. Nella prima puntata di questa newsletter spiegavo che per molto tempo il mio amore per il Festival di Sanremo è stato un guilty pleasure.

Perché Sanremo era schifato dai più, custode e difensore della tradizione più becera, del conservatorismo musicale e non solo, strumento di controllo dell’establishment. Un posto di retroguardia, colpito dall’anatema dei cantautori negli anni Settanta e anche per questo a lungo disertato da chi voleva farsi una reputazione, buono al più come trampolino di lancio per semisconosciuti su cui però mai più risalire una volta preso il volo. Ecco, Sanremo è tornata quella cosa lì. Sanremo è di nuovo qualcosa di cui vergognarmi.

Siamo tornati indietro. Ma perché usare altre parole, quando tutto quello che penso è stato già mirabilmente scritto? Nel 1975 per la precisione, quando del Festival di Sanremo di stava celebrando il funerale. Si sarebbe ripreso, come sappiamo, ma per spiegarvi il sentiment di allora, che mi pare molto simile a quello mio di oggi, uso le parole del giornalista Emio Donaggio sul La Stampa, la data è il 3 marzo del 1975 e ho solo cambiato il titolo della canzone e il nome della vincitrice di allora, Gilda, con quello di Sal da Vinci:

«Lui, Salvatore Michael Sorrentino, detto Sal da Vinci, ha vinto il Festival della canzone di Sanremo e tutti noi abbiamo perso. Sopraffatti per non essere riusciti ad impedirlo. Sconfitti dal suo modo di pensare, di vivere, di spiegare le cose, di parlarle e di cantarle: sconfitti dai metodi che stanno dentro la sua canzone e dietro il suo personaggio, oltre il quale temiamo gli inquietanti e indefinibili tentacoli di chi soffoca i nuovi fermenti e ha interesse che nulla cambi anche in una miserabile storia di sottocultura come questa. In questi ultimi cinquant’anni, alla musica popolare italiana, ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento. Pochi poeti e irripetibili musicisti hanno tracciato una strada che è diventata simbolo del qualunquismo, e si è deteriorata nel marchio dello “strappacore” con il sentimento lanciato oltre la trincea come la stampella di Enrico Toti, a giustificare atteggiamenti così antiquati da costituire — se osannati come in questo Festival — veri e propri “commandos” della reazione».

Vorrei annotare che l’articolo in questione prosegue poi con considerazioni oggi inaccettabili e improponibili, perché marcatamente sessiste, sulla persona di Gilda. Io sulla persona di Sal da Vinci non ho nulla da dire, mi sembra un uomo simpatico e pure dolce, fa anche tenerezza vederlo piangere come un vitello. Ma solo io vedo la grande contraddizione tra le parole che aveva detto Gino Cecchettin pochi minuti prima su quel palco e una canzone che canta dell’amore indissolubile con una teatralità minacciosa, quel pugno che batte sulla mano, l’amore come sigillo di Dio, non osi l’uomo separarlo? Solo a me sembra brevissimo il passo tra la fede che da Vinci mostra in primo piano e la fedina penale macchiata da un amore che t’incatena per la vita?

Checco Zalone raccontava che quando andava a cantare ai matrimoni al Sud a un certo punto faceva un saluto a tutti gli amici e parenti della casa circondariale e partiva l’applauso, pure qualche lacrima. Quando lo faceva al Nord la gente scoppiava a ridere, la considerava una bella battuta (credo che una scena del genere l’abbia messa anche in qualche film). Sal da Vinci che trionfa a Sanremo è la normalizzazione dei Checco Zalone, è la morte della parodia. E chi dice queste cose verrà bollato come radical chic, definito intellettuale come se fosse una parolaccia, lontano dai sentimenti della gente semplice che invece bisogna esaltare ed elevare a massima espressione della genuinità di un popolo, in un’accezione deviata e deformante del pasoliniano amore per gli umili.

Siamo tornati al 1975, ma almeno nel 1975 vinceva una donna, invece ieri abbiamo benedetto l’ennesimo maschio alfa cui far portare i soldi a casa e fuori la spazzatura, poco dopo aver incoronato in diretta il prossimo conduttore del Festival e direttore artistico: nel 2027 saranno 30 anni senza i Jalisse e 77 anni senza una direttrice artistica donna, ognuno la guarda dal lato che vuole. Ma a questo punto richiamate serenamente i Jalisse. E ridateci pure Al Bano, che in confronto a Sal da Vinci è Mozart.

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