(huffingtonpost.it, 5 febbraio 2026)
Lo chiamano «riassetto strategico», ma per il Washington Post è un bagno di sangue. L’editore Jeff Bezos, patron di Amazon, sul podio degli uomini più ricchi del mondo, ha annunciato il taglio di trecento giornalisti su ottocento, un ridimensionamento complessivo della redazione annunciato dal direttore Matt Murray come «doloroso ma necessario».
Così in pochi giorni Bezos passa da far nascere il documentario Melania sulla first lady, con un investimento da settantacinque milioni di dollari, al rischiare di far morire la gloriosa testata di Tutti gli uomini del Presidente, e quindi del caso Watergate, acquistata nel 2013 per duecentocinquanta milioni di dollari dalla famiglia Graham. «Abbiamo salvato il Washington Post una volta, lo salveremo una seconda», sono parole di Bezos. Secondo Marty Baron, l’ex direttore che ha portato al Post ben diciotto Pulitzer, è «un momento nero nella storia» del quotidiano; mentre Jeff Stein, capo della redazione economica, ha parlato di «un giorno tragico per il giornalismo, per la città di Washington e per il Paese».
La cura dimagrante imposta da Bezos porterà il Washington Post a occuparsi ancora di politica, economia e sanità, trascurando però affari locali e internazionali – la testata lascia Kiev, per esempio –, e rinunciando del tutto a sport e libri. I giornalisti – secondo quanto riporta il New York Times – hanno ricevuto via email la notizia del loro licenziamento. «Mentre le email che informavano i dipendenti del loro licenziamento iniziavano ad arrivare nelle caselle di posta, i giornalisti del Post hanno iniziato a comunicare ai colleghi che i loro posti erano stati tagliati. “Eliminato”, “Eliminato”, “Eliminato”, recitavano i loro messaggi». Alcuni casi, in particolare, hanno scioccato la redazione, tra cui quello di un corrispondente dall’Ucraina, licenziato mentre lavorava in una zona di guerra, e il licenziamento di tutti i fotografi dello staff.
Un giornalista sportivo in Italia per le Olimpiadi invernali ha dichiarato che avrebbe continuato a pubblicare articoli, nonostante il licenziamento. La sezione sportiva del Post chiuderà, anche se alcuni dei suoi giornalisti rimarranno e si sposteranno al reparto approfondimenti per occuparsi di cultura sportiva. La sezione metropolitana del Post verrà ridimensionata e la sezione libri chiuderà, così come il podcast di notizie quotidiane Post Reports. Murray ha dichiarato alla redazione che, sebbene anche la copertura internazionale del Post sarebbe stata ridotta, i giornalisti sarebbero rimasti in quasi una dozzina di sedi. Sono stati licenziati giornalisti e redattori in Medio Oriente, così come in India e Australia. Nell’intervista, Murray si è assunto la responsabilità dei tagli, affermando che facessero parte di un piano elaborato da lui stesso con il suo team.
«Stiamo assistendo a un assassinio», scrive Ashley Parker su The Atlantic, sottolineando che «Jeff Bezos, il miliardario proprietario del Washington Post, e Will Lewis, l’editore da lui nominato alla fine del 2023, stanno intraprendendo l’ultimo passo del loro piano per uccidere tutto ciò che rende speciale il giornale. Il Post è sopravvissuto per quasi centocinquant’anni, evolvendosi da un giornale di famiglia locale a un’istituzione nazionale indispensabile e a un pilastro del sistema democratico. Ma, se Bezos e Lewis continueranno su questa strada, potrebbe non sopravvivere ancora a lungo. Negli ultimi anni, hanno ripetutamente tagliato la redazione — eliminando la sua rivista domenicale, riducendo il personale di diverse centinaia di unità, dimezzando quasi la redazione Metro — senza riconoscere le scarse decisioni aziendali che hanno portato a questo momento o fornire una chiara visione per il futuro».
Il Post, prosegue l’editoriale dell’ex reporter del Washington Post, «potrebbe ancora risorgere, ma questa sarà la loro eredità duratura. Quello che sta accadendo al Post è una tragedia pubblica». «Non pretendo di avere le risposte ai problemi finanziari del Post, o un modello di business di successo per un giornale locale che è anche giornale nazionale. Ma posso dirvi cosa andrà perso se questi due uomini — che non sembrano capire cosa fosse il Post, cosa sia ancora e cosa potrebbe essere — continueranno a trattarlo come un bene in difficoltà o una merce di scambio con un presidente che, in ultima analisi, non rispetta i supplicanti».
Ruth Marcus su The New Yorker ricorda che Jeff Bezos, quando acquistò, promise «una nuova età d’oro per il Washington Post» e si domanda: «che fine ha fatto il Bezos del 2013, un autoproclamato ottimista che sembrava aver compreso l’importanza del Post nell’ecosistema giornalistico nazionale? Nel 2016, inaugurando la nuova sede del giornale, si vantò che fosse diventato “un po’ più spavaldo” e avesse “un po’ più di spavalderia”. Ancora nel dicembre del 2024, al DealBook Summit del New York Times, Bezos espresse il suo impegno nel far crescere il giornale: “Il vantaggio che porto al Post è che, quando hanno bisogno di risorse finanziarie, sono disponibile. Sono così. Sono il genitore affettuoso in questo senso”. Non molto tempo fa, immaginava di attrarre fino a cento milioni di abbonati paganti al Post. Con questi tagli brutali, sembra accontentarsi di lasciare che il giornale arranchi, ridotto in dimensioni e ambizione».
E ancora, dov’è finito il Jeff Bezos che aveva sfoggiato la scritta “La democrazia muore nell’oscurità” sulla testata del giornale ed è finito a lisciare il pelo a Donald Trump? «Durante il primo mandato di Trump, Bezos era rimasto al fianco del Post anche quando la sua gestione minacciava di costargli miliardi di dollari in appalti governativi. Ora Bezos non ha detto una parola sulla recente perquisizione dell’Fbi nell’abitazione della reporter del Post per il governo federale, Hannah Natanson, in cui l’agenzia le ha sequestrato telefoni, laptop e altri dispositivi. Mentre lo staff attendeva la fine, il presidente e la first lady celebravano la première di Melania, un documentario che Amazon aveva concesso in licenza per quaranta milioni di dollari e per la cui promozione si diceva ne stesse spendendo altri trentacinque milioni. L’accordo è stato siglato dopo che Bezos ha cenato con i Trump poco prima dell’insediamento».
A questo punto «Bezos potrebbe essere stanco del Post, ma non sembra intenzionato a venderlo. Né è chiaro che questo sarebbe un risultato migliore, o almeno a questo punto fattibile. I giornali di tutto il Paese vengono acquisiti da società di private equity che stanno sostanzialmente vendendo le parti di valore. Ma c’è un altro modello che Bezos potrebbe prendere in considerazione: trasformare il Post in un’organizzazione no-profit, finanziata da Bezos ma operante indipendentemente da lui. Per Bezos, questo ridurrebbe il ruolo del Post come un grattacapo e una minaccia per altre iniziative più favorite, come la sua azienda di razzi, Blue Origin. Per il Post, supponendo che la dotazione sia sufficiente, fornirebbe quella pista di atterraggio continua».
The New Yorker sottolinea che «quando Bezos acquistò il Post, il suo patrimonio netto era di circa venticinque miliardi; ora si stima che sia di duecentocinquanta miliardi. Perché non l’uno per cento di quella cifra per il Post, sufficiente a sostenere il giornale a tempo indeterminato? Un sogno irrealizzabile, lo so, ma questo accordo renderebbe Bezos il salvatore del Post, non l’uomo che ha presieduto alla sua scomparsa».
