Come vestono le principesse

Tim Graham Photo Library via Getty Images

di Giorgia Olivieri (vanityfair.it, 27 maggio 2025)

Marcella Terrusi su Google compare alla voce “favolista”, un titolo guadagnato sul campo dopo tanti anni di ricerca in materia di letteratura per l’infanzia. La studiosa ha da poco dato alle stampe Il guardaroba favoloso. Moda e costume nella letteratura per l’infanzia per Carocci Editore, un saggio in cui s’intrecciano tra loro cultura materiale e cultura simbolica.

Nel volume – presentato in anteprima alla Bologna Children’s Book Fair – si parla di Cenerentola e di Pippi Calzelunghe, di Alessandro Michele e della sua creatività, ma anche della regina Elisabetta e della produzione di albi illustrati rivolti ai bambini che piacciono molto, però, anche ai grandi. Incuriositi da questo caleidoscopico repertorio di personaggi che tutti abbiamo incontrato nelle nostre letture infantili e non solo, abbiamo domandato a Marcella Terrusi, docente presso il Dipartimento di Scienze per la qualità della vita – Campus di Rimini dell’Università di Bologna, quale fosse il loro legame con la moda e come certe storie hanno influenzato il costume, creando anche qualche falso mito che andremo a scoprire nel corso dell’intervista. Un immaginario che coinvolge non solo le principesse delle fiabe, ma anche quelle in carne e ossa.

Partiamo da un dato: gli articoli che parlano degli abiti delle reali sono molto letti. Qual è il motivo secondo lei di un interesse imperituro per i “guardaroba favolosi”?

«L’interesse poggia senz’altro su un fenomeno dell’immaginario collettivo fortemente stratificato, un fiabesco che ci trasporta in un altrove in cui tutto è possibile che potremmo definire “realismo magico”. Chiaramente le figure dei sovrani di tutti i tempi mettono in scena un potere che non è legato alla bacchetta magica, ma piuttosto alla propria fisicità e agli attributi del potere e, in quest’ottica, anche all’abbigliamento. In loro, ancora oggi, vediamo la capacità di rendere concreto e materiale ciò che desideriamo, le nostre visioni».

Le fiabe hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di questo immaginario?

«Certamente. Tutta la letteratura è piena di abiti, di stoffe, di fili e di fusi. E questo forse è dovuto a una ragione antropologica. Da sempre si cuciva e si tesseva chiacchierando. Il linguaggio tessile delle stoffe è rimasto impigliato nelle storie e, al contempo, le storie hanno preso la forma di abiti e di accessori favolosi. Il mantello, il cappello, gli stivali o la scarpetta sono stratificazioni di racconti che si tramandano dalla notte dei tempi. È per questo che riecheggiano in noi».

In effetti, se prestiamo un po’ di attenzione, ci accorgiamo che nelle fiabe tradizionali ricorrono sempre dei capi di abbigliamento e degli accessori. Possiamo intenderli come produttori di storie?

«In questi racconti gli oggetti vestimentari sono al centro di interventi magici. Per esempio la Cenerentola disneyana viene vestita da topi che per lei diventano al tempo stesso stilisti e stylist, preparandola per il ballo. Quei topolini che cuciono Disney li ha “rapiti”, senza dichiararlo, dalla bellissima storia di Beatrix Potter Il sarto di Gloucester: è stata l’illustratrice britannica ad averli per prima rappresentati così. In Fiabe italiane di Italo Calvino leggiamo Gràttula-Beddàttula, una bellissima fiaba siciliana in cui la bambina Nina chiede a una pianta di datteri di essere vestita e da un ramo escono delle fate stiliste, parrucchiere e truccatrici, un team fantastico che ognuna di noi vorrebbe avere ogni volta che deve andare a un appuntamento importante. Tutto questo per dire che, sia nella fiaba d’autore sia in quella popolare, l’oggetto vestimentario è una specie di scrigno dei sogni. La scarpa, il vestito, il mantello rappresentano quella possibilità di trasformare la propria vita raccontando questa capacità trasformativa. Un concetto che si può applicare anche alle principesse in carne e ossa».

Ci può fare dei nomi?

«Mi viene in mente Diana perché in lei tutto era fiabesco, a partire da quel fondo di malinconia che le permetteva di brillare con i suoi outfit indimenticabili. Il chiaroscuro è fondamentale per la biografia di una principessa da fiaba perché la fiaba esiste laddove esiste il bosco, l’ombra, dove ci sono i nemici. Si è tanto più favolose quanto più si è luminose su un fondo scuro».

Cosa ci dice, invece, dei cappottini della regina Elisabetta. Erano magici anche quelli?

«Lo sa che alla regina Elisabetta sono dedicati tantissimi libri illustrati? Il suo guardaroba era un vero e proprio catalogo fiabesco molto consapevole e molto interessante, perché la sovrana ha dialogato con le epoche e con i momenti storici e pubblici servendosi degli abiti, rispecchiando il suo privato in maniera estremamente eloquente. Mi piace citare il libro di Ivan Canu, God Save the Queen. Sulla copertina sono disegnate le evoluzioni stilistiche di Elisabetta II, sottolineando l’elemento cromatico pop che dagli anni Sessanta diventa caratterizzante del suo abbigliamento. Il volume, però, ci porta a vedere proprio come il guardaroba in sé sia una forma di narrazione. Ecco perché ci incuriosiscono gli abiti delle reali, perché nel loro look ci sono molte più storie di quelle che si vedono a occhio nudo. Ma sa che c’è un vestito che vale più di mille cappottini?».

Qual è?

«Lo illustrano con parole e disegni Julia Golding e Kate Hindley in The Queens’s Wardrobe. Parlo dell’abito ricamato che tutti i royal babies hanno indossato per il loro battesimo dal 1841 al 2004. Lo commissionò la regina Victoria per la nascita del suo primogenito, il futuro Edoardo VII. In seguito è stato indossato da atri 61 bambini della famiglia reale britannica. È un’opera d’arte raffinatissima realizzata con seta tessuta a Londra e pizzo lavorato nel Devon da Janet Sutherland, che lo ha anche ricamato. Lei, figlia di un carbonaio scozzese, con questo abito fu nominata Embroiderer of the Queen, la ricamatrice della regina. Ora, per il battesimo dei bambini reali, ne viene usata una copia fedele».

Sotto questo profilo, chi è per lei oggi la reale più interessante?

«Sarebbe semplice nominare quelle di cui si leggono fiumi di inchiostro ogni giorno, per esempio, ma io voglio fare un esempio più concreto, di una principessa che conosco personalmente. Si tratta di Bodour Al Qasimi, figlia dell’emiro di Sharjah. Lei è una perfetta figura fiabesca, non solo perché si occupa di editoria per bambini ma anche per il suo modo di vestire. Indossa abiti importanti, tra le firme che preferisce c’è Valentino, eppure ha più fascino lei dei suoi vestiti. A rendere tutto più interessante c’è la provenienza: viene da un Paese in cui ci si copre il capo con il velo, ma è sempre in dialogo con la cultura dei posti che visita. Forbes l’ha considerata una delle venti donne arabe più importanti per il suo ruolo nelle istituzioni governative: è leader per quanto riguarda l’empowerment femminile e il suo stile racconta proprio questa forza di autodeterminazione».

Tornando al mondo della fantasia, qual è il personaggio che più ha influenzato la moda?

«Me ne vengono in mente molti, da Alice di Alice nel Paese delle Meraviglie, con il suo contrasto tra formalità vittoriana e personalità dirompente, alla bimba di Cappuccetto rosso, che torna fuori ogni volta che c’è un cappuccio. Ma uno dei più significativi, per me, è Pippi Calzelunghe. È stata definita un’icona punk in grado d’influenzare la creatività di molti stilisti. Pippi si è cucita il vestito da sola e, quando la stoffa che lei desiderava indossare non bastava più, non ha esitato a metterci delle toppe. Le calze sono diverse, le scarpe sono grandi il doppio dei suoi piedi perché ci cresce dentro. Il suo abbigliamento è una dichiarazione di emancipazione, di autodeterminazione».

E Cenerentola?

«Non posso non pensare a Cenerentola. Una favola alla moda di Steven Guarnaccia, per Corraini Editore. L’illustratore e designer ha disegnato la principessa delle favole con pezzi iconici della moda e, sotto la guida di Karl Lagerfeld, alla fine le fa scegliere un abito di Vivienne Westwood. Guarnaccia ha compiuto un’operazione simile con I vestiti nuovi dell’Imperatore, occupandosi di moda maschile. Inoltre, nelle pagine del New York Times, ha immaginato Alice in Ralph Lauren, il Piccolo Principe in Prada e via dicendo».

Chi è invece, per lei, il più “favoloso” dei designer?

«Sono diversi i designer che si rifanno all’infanzia come principio ludico. Per quanto riguarda il passato mi viene da citare Elsa Schiaparelli, ma anche Franco Moschino, che propose, per esempio, gli orsacchiotti, o Fiorucci. Tra i contemporanei, per me, i favolosi sono essenzialmente due. Di sicuro uno è Alessandro Michele per il modo con cui concepisce e abita il tempo. Il libro che lui ha scritto con Emanuele Coccia, La vita delle forme, è stato fondamentale per la mia attività di ricerca, perché mi ha confermato che c’è una relazione fertile e infinita tra l’infanzia, il fiabesco e la moda. Michele dichiara che l’infanzia è la fonte sorgiva della sua creatività. Lui torna sempre lì, al sogno e al gioco. È lui stesso a raccontare di come da bambino indossava gli abiti della madre con consapevolezza, non solo combinandoli in maniera particolare ma indagando le stratificazioni degli immaginari, fondamentalmente i racconti, attraverso i vestiti. Il lavoro di Alessandro Michele è totalmente narrativo, e quindi favoloso. Una dimensione che adesso l’ex direttore creativo di Gucci ha portato da Valentino».

E l’altro chi è?

«Antonio Marras per la sua poetica del frammento. Lui la sua infanzia l’ha passata nel negozio di stoffe del padre e nel suo lavoro, invece, ha saputo scrivere col filo storie ancestrali, senza tempo. Non a caso legato artisticamente a Maria Lai, l’artista delle favole delle fate, le janas, cucite sulle pagine di stoffa, dei telai nelle piazze, del nastro denim con cui ha legato un intero paese alla montagna. Sono due visionari, in maniera diversa, che lavorano sul fantastico».

Dalla letteratura per l’infanzia arrivano molti elementi che fanno parte della storia del costume ripresi anche dalla moda.

«Ma lo sa che molti miti vestimentari sono in realtà infondati? Per esempio, quello conosciuto come colletto alla Peter Pan, in realtà, non è mai citato da colui che quel personaggio l’ha inventato, James Matthew Barrie».

E da dove è venuto fuori?

«Quando la storia fu messa in scena a teatro la prima volta, nei primi anni del Novecento, l’attrice che interpretava Peter Pan, Maude Adams, indossava questo tipo di colletto che veniva detto “alla Claudine”. È in quel momento che, però, il colletto si lega indissolubilmente a Peter Pan».

Ci sono altri casi?

«In nessuno dei romanzi di Lewis Carroll si menziona mai il colore del vestito di Alice. Nella prima versione illustrata di Alice in Wonderland l’abito è bianco, successivamente diventa bianco con dei particolari gialli e azzurri. Sarà, appunto, Walt Disney a vestirla così com’è impressa nel nostro immaginario».

Come mai è stato battezzato proprio questo colore?

«Qui c’è un aneddoto molto divertente da raccontare. Nelle mie ricerche sulla rappresentazione dell’infanzia, della moda e del costume, sono incappata in un sacco di sorprese. Quella su Alice nel Paese delle Meraviglie è stata una vera e propria trappola per lo studioso. Insomma, esiste un colore che si chiama “Alice bleu”. Quando l’ho incontrato mi sono detta “Wow, vedi come l’immaginario della letteratura per l’infanzia è stato in grado d’imprimersi nella storia del colore?”. Ma poi ho scoperto che non era affatto così».

Chi è quindi l’Alice in questione?

«Quel blu fa riferimento a una celebrity molto nota all’inizio del secolo scorso, Alice Roosevelt, la figlia del presidente degli Stati Uniti, Theodore. Lei è stata una giovane donna famosa nel jet set internazionale proprio per il suo stile. L’azzurro era il suo colore preferito. Bene, era un personaggio squisitamente carrolliano. Walt Disney ha, quindi, fuso questi due mondi vestendo la sua Alice come Alice Roosevelt: aveva trovato in quel colore la perfetta rappresentazione dell’eccentricità del personaggio. L’azzurro, tra l’altro, è un colore che ricorre molto nell’abbigliamento dei reali».

Sa spiegarci il motivo?

«Da una parte si porta dietro una connotazione di sobrietà, dall’altra un senso di profonda interiorità. Inoltre, giova ricordare che sta bene praticamente a tutti e che possiede un sacco di sfumature. Possiede una dimensione rassicurante in cui, con eleganza, si comunica il potere con fermezza».

Negli albi illustrati che lei cita nel suo libro, gli abiti sono importanti per i protagonisti. Che tipo d’impatto ha questo aspetto sui piccoli lettori?

«Anche qui c’è qualcosa che va in due direzioni, un’andata e un ritorno. L’immaginario esprime la possibilità di un racconto. Ma, allo stesso tempo, i libri per bambini rappresentano l’infanzia, pertanto cercano di restituire l’attenzione che i bambini hanno per l’abbigliamento, per i vestiti e per i colori. Per esempio, ne Il meraviglioso Cicciapelliccia di Beatrice Alemagna la bambina protagonista è vestita con un fucsia fluo, un colore che diventa anche l’emblema di qualcosa di veramente speciale. Tra l’altro molte autrici lavorano anche nel mondo della moda, disegnano stoffe e vestiti. Penso a Olimpia Zagnoli, Charlotte Gastaut, Isabel Arsenault. Guardato da questa prospettiva, possiamo intendere l’albo illustrato come una sfilata: sono libri brevi con molte immagini, paragonabili se vogliamo ai primi cataloghi di moda o alle prime riviste».

Quanto conta l’abbigliamento per i bambini?

«Tantissimo. I bambini sono dei perfetti dandy, vogliono assolutamente apprendere le regole vestimentarie per poi poterle infrangere. I bambini, nei libri come nella realtà, decidono cosa mettersi. Non è vero che si travestono soltanto, sanno esattamente declinare il registro e il dress code del momento. Se le bambine vogliono mettersi l’abito da principessa a scuola è perché decidono che quel giorno si sentono così e vogliono essere viste in quel modo. E lo fanno con creatività, come gli stilisti più straordinari».

Le bambine di oggi sognano ancora di vestirsi come le principesse delle fiabe?

«Sì. Per esempio amano molto il tulle per l’effetto vaporoso, per la trasparenza e per la luce, su di loro ha un effetto immediato. Le bambine amano i glitter, adorano le scarpe che brillano perché tutto ciò che cattura la luce rimanda a un senso di fantastico. È qualcosa che sorprende e che stupisce».

E i bambini cosa sognano?

«Anche loro spesso desiderano la gonna di tulle, ma devono scontrarsi con gli stereotipi. Ci sono bambini ai quali viene fornito il baule dei travestimenti, un gioco che dà la possibilità a tutti di travestirsi in assoluta libertà. Tuttavia, ci sono contesti in cui si teme che un cuoricino in più su una felpa possa minare la mascolinità. Un’idea che, naturalmente, riguarda solo gli adulti. A questo proposito mi fa piacere suggerire un titolo, Julián è una sirena di Jessica Love. Parla di un bambino che deve prepararsi per andare a una parata e stacca una tenda, come Rossella O’Hara [in Via col vento], per confezionare il costume. La nonna sembra guardarlo severamente perché si è vestito da femmina, invece lo sta studiando per potergli dare una delle sue collane per completare l’outfit».

Visto che lei si occupa di questo, ci può fare qualche titolo che possa stimolare l’interesse delle bambine e dei bambini per la moda?

«Oltre a quelli citati qua e là in questa intervista, posso consigliare quelli della collana “Piccole donne, grandi sogni” per Fabbri Editore su Coco Chanel, Vivienne Westwood e Iris Apfel, tra le altre. Ci sono anche libri di divulgazione come Zip! Vestiti per tutte le stagioni di Giancarlo Ascari, per Edizioni Franco Cosimo Panini, che illustra storie di indumenti, accessori e dettagli di stile. Poi c’è Il mondo di Gabri di Gabriella Giandelli, pubblicato per Vanvere Edizioni, un giro del mondo attraverso i vestiti. Inoltre, uscirà a breve in Italiano un albo per Gallucci intitolato Che chic! di Marie Dorléans, in cui accessori della vita quotidiana diventano desiderabili e sfarzosi. Perché lo chic afferisce alla percezione e non all’essere. E, alla fine, l’ironia può essere più chic di seta e chiffon».

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