Da “One Day in October” a “The Sea”, Israele cerca di riposizionarsi a livello mediatico

Majdal Films

di Paolo Armelli (wired.it, 17 settembre 2025)

Mentre tutto il mondo ha gli occhi puntati sulla distruzione sistematica di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, arrivano alcune notizie riguardanti prodotti audiovisivi che sembrano un tentativo da parte della stessa Israele d’indirizzare la direzione narrativa di ciò che è accaduto in questi anni. In queste ultime ore, infatti, è stato annunciato che Hbo Max, la piattaforma streaming americana di Warner Bros. Discovery (che nel 2026 arriverà anche in Italia), ha acquisito i diritti per gli Stati Uniti di One Day in October, co-produzione dell’israeliana Yes Tv con l’americana Fox.

Si tratta di una serie fiction in formato antologico che mette insieme le vicende e le testimonianze di diverse persone coinvolte direttamente o indirettamente nel sanguinoso attentato terroristico lanciato da Hamas nel Sud di Israele il 7 ottobre 2023, lo stesso evento che ha scatenato la guerra contro i territori palestinesi che si protrae fino ai giorni nostri. One Day in October «presenta sette racconti emotivamente coinvolgenti e intrecciati in modo artistico di amore, coraggio, sacrificio e sopravvivenza», si legge nel comunicato di presentazione. Che continua: «Dalle famiglie distrutte ai momenti di speranza che emergono di fronte a tragedie indicibili, fino ad atti di incredibile coraggio contro ogni probabilità, ogni episodio rivela il costo umano e la resilienza nati dal caos. La serie racconta le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti di quel giorno, portate in vita da un cast d’eccezione e da un team creativo acclamato».

Nelle stesse ore arriva un’altra notizia che si colloca nello stesso ambito mediatico. È stato comunicato, infatti, che Israele candiderà ai prossimi Oscar il film The Sea, che avrà dunque la possibilità di essere valutato dall’Academy di Los Angeles ed eventualmente inserito tra i candidati alla categoria come Miglior film straniero. La pellicola, diretta da Shai Carmeli Pollak, è un dramma emotivamente intenso che ritrae un ragazzino palestinese che rischia la vita per recarsi a Tel Aviv ed esaudire il suo sogno più grande: vedere per la prima volta il mare. Il film, finanziato dall’Israeli Film Fund, ha già vinto il premio come Miglior film agli Ophir Awards, che sono un po’ gli Oscar israeliani e che nell’ultima edizione hanno preso una piega decisamente politica: quasi tutti i vincitori della serata, infatti, sono saliti sul palco con una maglietta nera che recava, in Ebraico e Arabo, le scritte «Un bambino è un bambino» e «Basta guerra».

«Questo è un film pieno di empatia, per tutti gli esseri umani e soprattutto per il suo protagonista, un bimbo palestinese il cui sogno è vedere il mare» ha dichiarato Assaf Amir, il presidente della Israeli Film Academy che ha selezionato The Sea per gli Oscar; «Il cinema israeliano, ancora una volta, prova di essere rilevante e reattivo a una realtà complessa e dolorosa». A colpire, sempre agli Ophir Awards, il discorso d’accettazione di Muhammad Gazawi, l’attore palestinese protagonista del film, tredicenne, il quale ha detto di sperare «che tutti i bambini possano vivere e sognare senza guerre». Anche se la scelta di The Sea è ritenuta da alcuni opportunistica, è in realtà l’altra faccia della medaglia di una situazione interna a Israele politicamente molto tesa e complessa.

La stessa industria cinematografica israeliana è soggetta sia a fondi pubblici sia alle crescenti pressioni del governo per indirizzare la narrazione all’interno del conflitto in corso. Al contempo la stessa Israeli Film Academy ha sottolineato come esistano un sacco di titoli e produzioni che cercano di mostrare luci e ombre della guerra, portando anche esempi pratici di collaborazioni tra filmmaker e artisti israeliani, palestinesi e israelo-palestinesi.

E questo nel mezzo di una crescente spinta da parte di diverse voci internazionali a boicottare film, festival e iniziative finanziate da enti israeliani. La scorsa settimana oltre quattromila nomi coinvolti nel mondo del cinema, tra cui Emma Stone, Joaquin Phoenix, Tilda Swinton, Ayo Adebiri e Mark Ruffalo, hanno firmato una petizione per boicottare istituzioni cinematografiche israeliane «complici nei crimini di guerra». Agli Emmy Awards, da ultimo, Javier Bardem ha invocato «un blocco commerciale e diplomatico, e sanzioni su Israele».

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