E alla fine Willy il Coyote fa causa alla Acme

Warner Bros. Pictures Animation – Ketchup Entertainment

di Nicola Graziani (huffingtonpost.it, 23 agosto 2026)

Questa lunga estate calda in cui i cinema hanno offerto conforto e refrigerio a centinaia di migliaia di sudati spettatori, con le loro storie di eroi omerici dediti alla vendetta e supereroi che saltano da un grattacielo all’altro senza mai il brivido della caduta, si chiude con un racconto ambientato nel deserto più caldo, il cui protagonista conosce bene la caduta nelle profondità dei canyon e la rivincita non sa nemmeno lontanamente cosa sia.

È dal 1949 che Willy il Coyote (versione italica di Wile E. Coyote), con licenza Warner Bros., cerca di far suo Beep-Beep (Road Runner nella versione originaria): da quando cioè John Fitzgerald Kennedy era appena sbarcato, oscuro senatorino, a Capitol Hill e un paffutello Donald Trump saltellava tra le gambe del padre cercandone inutilmente l’attenzione. Da allora gli fosse mai riuscito una volta non diciamo a prenderlo, ma almeno a strappargli una penna dal fondoschiena, a quella sorta di pollo di coscia lunga e saporosa. Macché.

Però ora le cose cambieranno. Sissignore, le cose cambieranno. Esce in America – e a stretto giro di posta anche in Italia – il film che segna la rivincita. Non contro Beep-Beep, bensì contro chi avrebbe dovuto aiutare il Coyote a raggiungere l’obiettivo e invece, per sete di guadagno tramite la criminosa massimizzazione del profitto, ha finito per boicottarlo. Se esiste un giudice a Berlino figuriamoci se non ce n’è uno nel New Mexico.

Coyote vs. Acme [di Dave Green] racconta la vicenda del predatore svilito a ruolo di sottoproletario, alias consumatore deluso e deprivato delle sue sostanze dalla logica ingorda del mercato, che raggiunge l’autocoscienza e, in piena sintesi cara alle fenomenologie dello spirito e alle sinistre hegeliane, finalmente reagisce. E chiama a rispondere delle proprie malefatte l’Acme, la potentissima, intoccabile, irraggiungibile e vendicativa multinazionale mondiale del commercio che ai tempi del piccolo Donald veniva definito postale e adesso, in modo meno casalingo, e-commerce.

L’Acme ha fornito via via enormi elastici da fionda per Coyote che si sono spezzati o hanno lanciato l’acquirente contro le pareti delle montagne; l’Acme ha spedito missili da montare come il meccano che gli sono finiti addosso dopo un decollo di pochi metri; l’Acme ha rifilato molle fuori misura che, invece di sostenere la spinta dell’inseguimento, hanno provocato un imprevisto e fatale effetto Slinky. Insomma, l’Acme paghi.

Abbiamo usato, nel riferire del presupposto del film, categorie care al pensiero idealista: non è un caso. In passato ma anche nel presente più di un intellettuale ha voluto accostare la figura e le gesta di Willy il Coyote quando al Sisifo del mito greco, quando al soggetto dell’alienazione hegeliana. Lo spunto per la realizzazione di quest’ultima impresa cinematografica l’ha dato nientemeno che un articolo [di Ian Frazier] apparso nel 1990 sul New Yorker e i critici cinematografici ne accostano ora più che mai l’ambientazione ai western di John Ford e il protagonista ai personaggi di Frank Capra.

Insomma, c’è molto della cultura anni Trenta in quello che viene proiettato: l’epoca più socialisteggiante della storia americana. Forse non è un caso che questa sia anche l’estate in cui sono venuti alla ribalta i Democratic Socialists of America: Sisifo ha lasciato il posto al Prometeo Scatenato di marxiana memoria. Ad ogni modo è una coincidenza e non un effetto voluto, perché il parto di questo film è stato lungo e complesso e per far vedere la luce al processo contro l’Acme (la sceneggiatura vede anche la firma degli autori di Erin Brockovich e Il verdetto) c’è voluto il forcipe. Dato il soggetto, non poteva essere che una lotta contro le avversità. Il forcipe non l’ha fornito l’Acme.

Era tutto pronto già nel 2022, quando quelli della Warner Bros. lanciarono il fulmine a ciel sereno: ci dispiace ma imprescindibili doveri fiscali ci impediscono di portare il progetto a compimento, anche se abbiamo già girato e montato. A questo punto tutto sembrava destinato allo sfasciacarrozze, e pazienza se qualcuno si lamentava. Invece si fece avanti una casa di distribuzione sconosciuta ai più e dal nome improbabile, la Ketchup Entertainment: affascinata dalla tecnica mista (cartoon più attori veri, come già per Chi ha incastrato Roger Rabbit), acquistò i diritti e tutto il resto. Difficilmente se ne pentirà, perché l’America di oggi è più pronta di quella di quattro anni fa a identificarsi in Willy il Coyote, e non solo l’America.

Perché Willy il Coyote vittima delle regole inumane del commercio, Willy il Coyote che in fondo non vuol altro che tirare a campare, Willy il Coyote che non può permettersi il lusso di arrendersi, Willy il Coyote – dicevamo – in fondo è uno di noi. È uno di noi Duffy Duck, che per colpa dell’Acme ora vive recluso in una casa per disturbati mentali; è uno di noi Bugs Bunny, che fa da gola profonda all’improbabile avvocato di Willy il Coyote; è uno di noi persino Titti l’infame spia al soldo del capitalismo privo di scrupoli impersonato da John Cena, e non poteva essere altrimenti.

E allora urliamo ai quattro venti: tenetevi pure Omero, con le sue Penelopi in trepidante e ventennale attesa; tenetevi anche l’Uomo Ragno, con i suoi poteri superiori frutto del caso e non del merito. Teneteveli: noi piangeremo lacrime di commozione al pensiero che nel deserto del New Mexico un coyote vilipeso e sfortunato non si è piegato né al fato, né agli uomini. Sì, piangeremo lacrime di commozione e, con lui, piangeremo noi stessi.

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