
di Monica Coviello (vanityfair.it, 16 maggio 2025)
Cosa ci raccontano davvero i piedi di Barbie? Da una bambola che ha indossato tacchi a spillo sin dalla nascita, nel 1959, forse non ci aspettavamo grandi cambiamenti nella postura plantare. E invece, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos One rileva dati sorprendenti.
Analizzando oltre 2.700 esemplari di Barbie e delle sue amiche di BarbieLand fino al giugno del 2024, cinque ricercatori – Cylie Williams, Kristin Graham, Ian Griffiths, Suzanne Wakefield e Helen Banwell – hanno constatato che, oggi, circa il 60% delle Barbie ha una postura plantare piatta, mentre negli anni Sessanta era il 100% ad avere piedi arcuati, come sospesi, per calzare le immancabili décolleté altissime. Dietro il cambiamento, spiegano gli autori, c’è molto più di una semplice questione estetica: c’è un’evoluzione sociale, culturale e simbolica che accompagna quella fisica.
Barbie, come riflesso della società in cui vive (e vende), ha modificato non solo l’altezza delle sue scarpe, ma anche la varietà delle sue professioni e la rappresentazione della diversità nel suo universo di plastica. E lo ha fatto in modo coerente: più Barbie si è emancipata professionalmente, più ha abbassato i tacchi. Per lo studio, intitolato Flat out Fabulous: How Barbie’s foot posture and occupations have changed over the decades, and the lessons we can learn, i ricercatori hanno esaminato l’angolo del piede (se piatto o arcuato) di ogni Barbie, la professione rappresentata, il grado di inclusività e la decade di produzione.
I risultati parlano chiaro. La presenza di piedi “piatti” è aumentata di pari passo con l’ingresso di Barbie in ambiti lavorativi sempre più concreti, tecnici, impegnativi. Un piede che si appoggia bene a terra, in fondo, agevola la stabilità, il movimento, la comodità. Negli anni Sessanta Barbie poteva indossare il camice da infermiera ma i suoi piedi restavano arcuati, modellati per le scarpe col tacco. Qualunque mestiere svolgesse, la sua postura non cambiava: era quella di una donna sempre pronta a sfilare, anche quando impersonava ruoli come l’insegnante, l’assistente di volo o, appunto, l’infermiera. La sua eleganza era una costante, un segno distintivo che faceva parte dell’ideale di femminilità dell’epoca.
La bambola di plastica più famosa del mondo sembrava poter fare tutto, purché lo facesse restando bella, composta, impeccabile. Il piede arcuato diventava simbolo di una certa rigidità culturale: le donne potevano aspirare a tutto, ma restando in equilibrio su scarpe inadatte alla corsa e al passo deciso. Oltre a esserci una correlazione fortissima tra postura plantare piatta e occupazione lavorativa, anche la varietà etnica e fisica delle Barbie è cresciuta negli stessi anni in cui sono aumentati sia i mestieri sia la frequenza di piedi piatti. Più Barbie è diventata simile alla realtà (multiculturale, dinamica, attiva), più ha abbandonato la rigidità posturale imposta dai tacchi alti.
Lo studio nasce anche in risposta a un fenomeno virale: nel film Barbie, diretto da Greta Gerwig nel 2023, la protagonista, interpretata da Margot Robbie, vive una vera crisi esistenziale quando scopre di avere i piedi che poggiano a terra. Una scena ironica, certo, ma anche potente, tanto da dare origine alla #BarbieFeetChallenge, in cui migliaia di utenti cercavano di replicare l’iconica posizione da tacco alto togliendosi le scarpe. Un gioco social, che ha però riacceso il dibattito sull’uso dei tacchi e sulla loro relazione con la salute.
Barbie diventa un caso interessante, perché, nel tempo, sembra aver fatto scelte sempre più razionali in fatto di scarpe, adeguandole al tipo di attività svolta. Indossa i tacchi solo quando serve, per ragioni legate all’apparenza o alla moda; ma opta per scarpe basse quando lavora, si muove, agisce. Dunque non è il tacco in sé a essere il problema, ma il suo uso indiscriminato e la narrazione attorno ad esso. Come ci insegna Barbie, «You can be anything». Anche quando preferisci stare comoda.