La rivoluzione del “Rocky Horror Picture Show”

20th Century Fox

di Lucia Tedesco (wired.it, 14 agosto 2025)

The Rocky Horror Picture Show, un’opera di rottura, sovversiva ed esuberante, che avrebbe cambiato per sempre la storia del musical e del cinema tutto, approda sugli schermi il 14 agosto 1975. Forgiato dalla mente di Richard O’Brien, questo musical è figlio del proprio tempo, gli anni Settanta.

Un decennio in cui divampavano le fiamme di un mondo che si stava risvegliando con occhi nuovi: donne che infrangono tabù secolari, persone omosessuali e transgender che marciano e incrinano la corazza del moralismo. Una rivoluzione culturale che era una riscrittura profonda della parola liberazione, un’infrazione dei codici di comportamento, una dissoluzione dei confini fra individuo e comunità, un’epifania dove il corpo diventa un campo di battaglia, una celebrazione del margine, un rito pagano di gioia e trasgressione.

Quando il film uscì per la prima volta nel 1975, co-sceneggiato e diretto da Jim Sharman, fu ignorato praticamente da tutti, e sarebbe stato dimenticato se non fosse stato per un dirigente della 20th Century Fox che convinse i suoi superiori a riproporlo nei cinema durante gli spettacoli di mezzanotte. Per fortuna, The Rocky Horror Picture Show ebbe un enorme successo e sarebbe diventato un cult indimenticabile, un cabaret anarchico elevato a manifesto prezioso di una generazione, la cui operazione geniale era mettere crisi la monogamia, il matrimonio e il moralismo legato alla nudità e all’affermazione di sé.

Veniamo accolti nelle vicende di due giovani, Brad Majors e Janet Weiss, interpretati da Barry Bostwick e Susan Sarandon, che, dopo aver partecipato al matrimonio di due amici, forano una gomma durante il viaggio e cercano aiuto per potersi rimettere in marcia. Trovano il factotum Riff Raff, interpretato da Richard O’Brien, e la domestica Magenta, da cui vengono indirizzati verso il salone principale di una dimora enorme e stravagante, dove si sta svolgendo un’esibizione peculiare: la convention dei Transylvani. Fa il suo ingresso il mitico Dr. Frank-N-Furter, interpretato da Tim Curry, potente e carismatico padrone di casa, che presenta ai due ospiti la sua creatura: Rocky Horror. Mentre tutti vanno a dormire, Brad e Janet vengono separati e messi in due camere distinte; Frank coglie l’occasione per intrufolarsi nei letti di Brad e Janet, e lascia che i due ospiti possano indagare per la prima volta la loro sessualità.

The Rocky Horror Picture Show è queerness allo stato puro, un musical che grazie alle sue musiche, agli abiti, al trucco, ai costumi e soprattutto ai temi che mette al centro, come la celebrazione dell’amore libero e l’infrazione di ogni codice morale, è diventata un’opera seminale, inossidabile, unica nel suo genere, in cui musical e fantascienza trovano uno spazio nuovo per potersi incontrare. L’opera aderisce ai canoni dello stile camp, celebrando l’eccesso, la teatralità, l’irriverenza, con quel suo stile puramente kitsch e barocco; cita ampiamente molti segmenti del cinema horror, come Dracula, Frankenstein, e del cinema fantascientifico, come Ultimatum alla Terra, Destinazione… Terra!, Il pianeta proibito e molte altre pellicole celebri, meno celebri e b-movie.

O’Brien ama i film esagerati, pieni di frasi fatte, eroi e trame improbabili. È il gusto per il brutto che diventa delizia: sarà in un certo modo l’anticipazione dello sguardo tarantiniano sul b-movie. Le pellicole che cita sono talmente note e stereotipate da poter essere ridotte a un paio di parole, scomposte in cliché e persino derise. Anche la campagna pubblicitaria del film adottò fin da subito un tono dissacrante: il celebre manifesto con le labbra rosse giganti e lo slogan «A different set of jaws» citava e prendeva ironicamente in giro Lo squalo di Steven Spielberg [Jaws], uscito nello stesso anno. Ed è questa la sua più grande forza: ironizza, mette alla berlina, cita in maniera libera e scomposta i film che vuole celebrare; e tutto con quello sguardo libero, senza limiti o perimetri tematici.

The Rocky Horror Picture Show è come un caleidoscopio di visioni diverse che ingloba riferimenti e temi, e li trattiene tutti con un tratto geniale e, a suo modo, lineare: l’eco del femminismo nascente, l’onda della liberazione sessuale e le battaglie per i diritti Lgbtq+; è tutto un concentrato delle rivendicazioni che divampavano tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Un’opera dionisiaca che canta Don’t dream it, be it; e con questa frase, pronunciata da Frank-N-Furter, diventa un’esortazione a liberarsi dalle rigide convenzioni moralistiche del tempo.

È impossibile non citare Tim Curry, che qui interpreta un personaggio intramontabile, un’icona di sensualità che ipnotizza, sovverte e seduce lo spettatore in un vortice di piume, corsetti e sguardi carichi di desiderio. Curry, con la sua bravura ineguagliabile, scolpisce un archetipo: il padrone di casa in guepière e calze a rete che diventa il maestro, il perfetto anfitrione cerimoniale di un rito collettivo in cui lo spettatore è chiamato a lasciarsi contaminare.

Questo è cinema nella sua forma più nobile, che non finisce nei titoli di coda ma continua nelle strade, nei teatri, nei raduni di mezzanotte. Quei raduni dove ancora oggi ci si trova, si canta, si balla, si ride e si scolpiscono nell’aria battute sempiterne. Un invito al piacere, alla libertà nella sua forma più inclita, ad aprirsi a nuove forme di erotismo, senza pregiudizi, e come direbbe Frank-N-Furter: «Give yourself over to absolute pleasure».

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