
di Marianna Grazi (quotidiano.net, 26 dicembre 2025)
Sul balcone del Palacio Nacional, Claudia Sheinbaum sventola la bandiera messicana indossando un abito che racconta il riscatto di un intero popolo: quello delle donne artigiane indigene del Messico, protagoniste silenziose di una rivoluzione culturale. Figure come Virginia Verónica Arce Arce, di San Isidro Buen Suceso, e Claudia Vásquez Aquino, di Oaxaca, tramandano da generazioni l’arte del ricamo.
Tessendo identità e orgoglio in ogni filo colorato che oggi conquista anche la ribalta internazionale. In un Paese segnato per secoli da discriminazioni verso gli abiti tradizionali – huipil in testa –, considerati a lungo simbolo di marginalità, la scelta stilistica della presidentessa rappresenta una rottura rivoluzionaria. Sheinbaum non si limita a esibire ricami ricchi di storia: li porta su palcoscenici istituzionali e solenni, trasformando il proprio guardaroba nell’espressione visibile di un nuovo orgoglio nazionale.
Come lei stessa ha dichiarato: «Ogni capo artigianale è portatore di lavoro, di tradizione e di una storia collettiva che, per troppo tempo, è rimasta relegata ai margini». L’impatto sociale è tangibile. «Quando da bambina andavo in città mi cambiavo, per paura di essere derisa» racconta all’Associated Press Vásquez Aquino, tra le principali ricamatrici dei look presidenziali. Quegli abiti un tempo stigmatizzati sono diventati oggetti desiderati nei quartieri più alla moda e fonte di richieste sempre più numerose da ogni parte del Paese.
Olivia Trujillo Cortez, la sarta della Sheinbaum, trasforma huipiles e ricami in abiti formali, ridando nuova vita ai capi e alimentando una domanda che sostiene direttamente le economie di piccole comunità rurali. La moda indigena, grazie a questa visibilità, smette di essere sinonimo di povertà o folclore per riconquistare centralità. Le artigiane sono oggi chiamate per nome, pubblicamente celebrate e finalmente ricompensate per il proprio lavoro, innescando un ciclo virtuoso di valorizzazione e inclusione.
Nel contesto globale, però, cresce anche la minaccia dell’appropriazione culturale: negli ultimi anni, aziende multinazionali sono state accusate dal governo messicano di aver copiato motivi e design delle comunità indigene senza alcun riconoscimento. Dalla denuncia pubblica ad Adidas fino alle richieste di spiegazioni a marchi come Zara o Anthropologie, la presidenza si fa garante della tutela del patrimonio tessile nazionale, spingendo per normative e pratiche che difendano l’originalità e i diritti delle creatrici. Non è solo questione di moda, ma di giustizia: il riconoscimento del contributo estetico, culturale ed economico delle popolazioni indigene passa anche dal vestire chi le rappresenta.
La strada è ancora lunga e i pregiudizi resistono in molte aree del Messico, ma oggi il segnale è forte: le mani delle donne indigene vestono la presidenza, riscattando un’identità collettiva finora ignorata. La moda, se inclusiva e consapevole, diventa strumento di riscatto sociale: ogni abito ricamato che attraversa i corridoi del potere rappresenta la storia, la dignità e il futuro di un Paese che – finalmente – si riconosce plurale e fiero delle sue radici.