Tale e quale: il sosia nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Ph. Ray Banhoff

di Ivan Carozzi (linkiesta.it, 16 dicembre 2025)

Diversi anni fa, quando abitavo in Via Carlo Farini a Milano, mi capitava spesso d’incontrare al semaforo un signore vestito con un vecchio cappotto, sempre con una borsa della spesa in mano, non troppo alto, con le guance scavate e la lunga barba bianca, magro e affilato come la guglia di una chiesa gotica. Era la copia vivente dello scrittore Fëdor Dostoevskij e, ogni volta che lo incrociavo, non riuscivo a evitare di scrutarlo e quasi divorarlo con gli occhi.

Una visione vertiginosa, anche perché, come noto, sul tema della somiglianza Dostoevskij ha pubblicato un celebre libro, Il sosia. Scritto a ventitré anni e dato alle stampe nel 1846, Il sosia è il secondo romanzo dello scrittore russo. Comincia «in un giorno autunnale, grigio, torbido e sporco» e narra le vicende di un uomo la cui esistenza e certezze vengono sconvolte dall’incontro con una persona che gli somiglia fin troppo. Un sosia, appunto. Il proprio doppio. «Il conoscente notturno altri non era che lui stesso, lo stesso signor Goljadkin, un altro signor Goljadkin, ma esattamente uguale a lui stesso; in poche parole, quello che si definisce un sosia, il suo sosia sotto tutti gli aspetti…».

La figura del sosia e del doppio è stata molto frequentata dalla letteratura dell’Ottocento. Nel Romanticismo tedesco si parla di “doppelgänger” già a partire dal 1796, cinquant’anni prima di Dostoevskij, quando il termine compare in un romanzo, Siebenkäs, dello scrittore Jean Paul Richter. Oggi Doppelgänger è anche il nome di un’elegante catena di negozi di abbigliamento che, nella mission, si propone di aiutare il cliente a diventare il proprio miglior alter ego. Ma nel XIX secolo il concetto di doppelgänger è ben lontano dal trovare una simpatica declinazione nel mondo del prêt-à-porter.

Il sosia fa paura, provoca disagio e semina inquietudine. Il doppio è l’ombra di ciò che siamo o supponiamo di essere. È la parte oscura. Il doppio rappresenta la scissione dell’Io, la potenziale disintegrazione della nostra identità. Il doppio è Dottor Jeckyl e Mister Hyde. È Frankenstein. Per Freud il doppio è uno dei casi di ciò che chiama, in un saggio del 1919, “il perturbante”. Perturbante è la singolare compresenza di estraneo e famigliare, che nel sosia assume la sua manifestazione più sbalorditiva e sinistra. E quando il perturbante sopraggiunge non c’è scampo, per nessuno. Neppure per i Savoia.

Il 28 luglio del 1900, una ventina di anni prima del saggio di Freud, una leggenda racconta che Umberto I, re d’Italia, si trovasse a Monza, in una delle tante residenze a disposizione della famiglia reale. A Monza, Umberto I viene introdotto al proprietario di un ristorante della zona. I due devono assolutamente presentarsi. Il ristoratore, infatti, è noto per avere una spiccata somiglianza con Umberto I. Non solo: sono nati lo stesso giorno alla stessa ora, hanno entrambi una moglie di nome Margherita e un figlio di nome Vittorio. Inoltre, il giorno dell’incoronazione di Umberto I, il sosia monzese inaugurava il suo ristorante. Umberto I sperimenta sulla propria pelle il famoso perturbante freudiano. Ma non è finita: il giorno dopo il re viene ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci, mentre il ristoratore muore a sua volta a causa di un’incidente durante la pulizia della rivoltella. Così, almeno, dice il mito.

Passano quarant’anni e nel cuore della Germania nazista il vecchio tema del doppio rivive grazie alle glaciali fantasie di Josef Mengele, il lugubre scienziato ossessionato dai gemelli monozigoti. Nel campo di sterminio di Auschwitz, Mengele è sempre alla caccia di bambini gemelli. Una volta individuate, le coppie vengono sistemate in una baracca a parte. Tra di loro compariranno anche due sorelline di Trieste, erroneamente scambiate per gemelle, Andra e Tatiana Bucci, fortunatamente sopravvissute (e vive ancora oggi). L’azione di Mengele si svolge nell’ambito delle ricerche sull’eugenetica, autentica fissazione dei nazisti.

Mengele utilizza i gemelli come cavie per esperimenti crudeli e disumani. I risultati vengono inviati a un istituto di ricerca biologico-razziale a Berlino. Dopo la guerra, lo scienziato pazzo fugge in Sudamerica. Voci prive di fondamento raccontano che Mengele abbia continuato a praticare esperimenti in Brasile e Paraguay. Il film fantapolitico del 1976 I ragazzi venuti dal Brasile (tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin) si nutre della leggenda, e narra di un frammento di Dna prelevato dal cadavere di Hitler e della creazione di novantaquattro bambini identici al Führer. Mengele morirà nel 1979.

Nella seconda metà del Novecento, si diffonde una cultura del sosia e del doppio completamente nuova. Il sosia e il doppio non sono più motivo d’inquietudine e diventano lo spunto per comiche e innocenti ossessioni legate all’universo del cinema, della musica e dello star system. In mezzo mondo spuntano come funghi i sosia di Elvis Presley, Marilyn Monroe, Liz Taylor, del tenente Colombo, di Al Pacino nei panni del gangster Tony Montana e poi di Freddy Mercury, Sylvester Stallone, Michael Jackson, Madonna, Lady Gaga e Pavarotti. Oggi in Cina vanno fortissimo i doppelgänger di Trump ed Elon Musk, i cosiddetti “chinese Trump” (un certo Ryan Chen) e “chinese Musk” (un certo Yilong Ma). I due spesso si fanno fotografare insieme.

La moderna cultura dei sosia è un fatto assolutamente nuovo nella storia dell’umanità. È un momento di allegria e dissacrazione. Da una parte, si lega a doppio filo all’industria del cinema, dello spettacolo e del glamour; dall’altra, riecheggia quel mutamento nello statuto dell’opera d’arte descritto per la prima volta dal filosofo Walter Benjamin nel citatissimo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. La riproduzione meccanica e industriale di un’opera, tramite fotografia, cinema, stampa, mette fine all’unicità e all’irripetibilità tipiche dell’arte tradizionale, afferma Benjamin.

Ebbene, quando centinaia di oscuri individui e tipi stravaganti escono allo scoperto e rivendicano goffamente la propria somiglianza con questo o quel personaggio, in qualche modo anche la sacralità e l’unicità dell’attore o del cantante vengono messe in discussione. Tanto più se il sosia si professionalizza e diventa “impersonator”, procurandosi un’opportunità di guadagno e popolarità all’ombra del proprio gemello. Sono i campioni di quel «tentativo fallito di emulazione» che, secondo lo scrittore Tommaso Labranca, costituisce il nocciolo dell’estetica trash e il motivo per cui il trash ci diverte e ci appassiona.

Il confine tra sosia e impersonator è incerto. Spesso la somiglianza con la celebrity non è proprio pazzesca ma, grazie a un outfit curato nei dettagli e a una certa dose di trasformismo ed esibizionismo, l’effetto è garantito. Già negli anni Cinquanta si fanno notare i primi impersonator di Elvis Presley. Un certo Carl “Cheesie” Nelson, originario di Texarcana, è il primo della serie. Johnny Harra da Kansas City è stato uno dei sosia professionisti più noti nella storia delle decine di impersonator (anche italiani) di Elvis. Harra ha di fatto consacrato la propria esistenza a una totale identificazione con Presley. Inizia la carriera da impersonator nel 1958, ad appena undici anni! Nel 1978 strappa un contratto da sei milioni di dollari con il Silver Bird Hotel and Casino di Las Vegas, dove si esibisce in jumpsuits bianca, mantello e occhiali da sole dorati Aviator.

La tribù dei sosia di Elvis è probabilmente la più vasta e longeva, ma neanche quella dei sosia di Ernest Hemingway scherza. Decine e decine di uomini dalla barba bianca, vestiti in camicia bianca, con un basco rosso e una bandana rossa legata al collo si ritrovano ogni 21 luglio a Key West, in Florida, in occasione degli “Hemingway days”.

In Italia il fenomeno si diffonde a partire dagli anni Ottanta, quando cominciano ad avvistarsi qua e là copie di Michael Jackson e di Madonna. Paola Barale, showgirl e conduttrice tv, inizia la carriera lavorando nelle discoteche come sosia di Madonna. Nel 1985 la pagano un milione di lire a serata. Sosia di Al Bano Carrisi, Vasco Rossi, Mina, Celentano, Berlusconi, Roberto Baggio o Totti ancora oggi si esibiscono nei locali di provincia e nelle feste di paese, o partecipano a eventi privati e feste di compleanno.

Diversi anni fa, non molto tempo prima dei miei incontri al semaforo con il finto Fëdor Dostoevskij, mi capitò di conoscere e intervistare un tale di nome Marco. Era un noto sosia di Liam Gallagher degli Oasis. All’epoca lavorava nella ditta di stufe e caminetti del padre. Marco mi raccontò che aveva vissuto a Londra e aveva conosciuto Gallagher di persona. Gallagher gli aveva perfino regalato uno dei suoi famosi tamburelli. Durante il periodo trascorso in Inghilterra, grazie alla sua incredibile somiglianza con il cantante degli Oasis, aveva posato per la pubblicità di una marca di cereali e aveva partecipato al videoclip della canzone Bad cover version dei Pulp. Nel video compariva in mezzo a una vera e propria parata di doppi: da Kurt Cobain a Jennifer Lopez, da George Michael a Björk, da Phil Collins a Paul McCartney (del quale, fra l’altro, una teoria sostiene la morte nel 1966 e la successiva sostituzione con un sosia).

Il perturbante freudiano, di fronte all’esercito dei sosia professionisti di Al Bano e Vasco Rossi, sembrerebbe solo un ricordo del passato. Non è così. Con la tecnologia del deepfake passiamo dal sosia in carne e ossa al sosia digitale, frutto di manipolazione. Il sosia entra nell’era della sua riproducibilità tecnica e il perturbante torna a far parte della nostra vita.

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