E se distinguere Vero e Falso su Internet fosse semplicemente impossibile?

di Stefano Piri (esquire.com, 12 febbraio 2021)

Nel gennaio del 1976 l’irruzione di un nuovo personaggio ravviva l’immaginario politico americano, ancora sbiadito dopo l’epocale perdita d’innocenza del Watergate. A portare agli onori delle cronache colei che presto sarà nota a ogni onesto lavoratore americano come Welfare Queen è il candidato alle primarie repubblicane Ronald Reagan, ex governatore della California, ex presidente del sindacato degli attori di Hollywood e soprattutto ex divo dei western anni Quaranta: uno che sa come si costruisce un personaggio, insomma. «A Chicago hanno scoperto questa donna: se ne andava in giro su una Cadillac e usava 80 nomi, 30 indirizzi e 15 numeri di telefono per raccogliere buoni pasto, pensioni sociali, pensioni da veterano per quattro mariti inesistenti morti in guerra. Il suo reddito non tassabile, da solo, arrivava a 150mila dollari all’anno».

RepresentUS
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Reagan porta la storiella in tournée da costa a costa, ripetendola a ogni comizio, indignando i devoti coltivatori di tabacco del North Carolina quanto i banchieri rubizzi di Long Island. Quell’estate perde per un soffio le primarie repubblicane contro Gerald Ford, ma quattro anni dopo viene trionfalmente eletto presidente con un programma di taglio drastico di tasse e spesa pubblica, anche grazie alla micidiale penetrazione nell’immaginario collettivo della nostra Welfare Queen, la matrona nullafacente che vive a spese dei contribuenti grazie a una pubblica amministrazione inefficiente e corrotta. C’è solo un problema: la Welfare Queen forse non esiste. Solo nel 1986, quando ormai Reagan è stato rieletto per un secondo mandato ed è uno dei presidenti più popolari della storia americana, lo speaker democratico alla Camera Tip O’Neill si decide ad affrontare la questione in Parlamento: «Non ho mai creduto alla sua storia della Welfare Queen di Chicago». Un po’ poco, e soprattutto un po’ tardi.

È passato quasi mezzo secolo, ma il dibattito su questa fake news ante litteram è ancora vivo e pulsante. L’anno scorso il giornalista di Slate Josh Levin ha provato a chiudere il cerchio con il libro The Queen: The Forgotten Life Behind an American Myth sulla vicenda di Linda Taylor, truffatrice ma anche probabile rapitrice di bambini e assassina arrestata nel 1974, alla cui tragica e certamente atipica biografia è ispirato lo stereotipo popolarizzato da Ronald Reagan nei suoi suggestivi discorsi. Se anche è la prima volta che sentite parlare della Welfare Queen, probabilmente avrete orecchiato nella storia qualche nota familiare: una notizia di cronaca diventa un mito politico grazie al passaparola, venendo strattonata e pizzicata a ogni passaggio fino ad assumere un aspetto mostruoso. Ma in origine la notizia viene scelta tra tante perché risonante rispetto a una serie di luoghi comuni classisti, misogini e razzisti (Reagan non menziona esplicitamente il colore della pelle della Welfare Queen, ma non dimentica mai di riferire il dettaglio della Cadillac, lusso caratterizzante per gli afroamericani dell’epoca quanto le catene d’oro da rapper oggi: un colpo da maestro, a suo modo).

Questa introduzione ci serve a sgombrare subito il campo da un equivoco: la diffusione a fini politici di notizie false o manipolate non è un’invenzione dei nostri tempi né del nostro secolo, e non può essere messa in conto alle nuove tecnologie a cui amiamo imputare le nostre infelicità private e pubbliche. Nel 2016 tutti dicevano continuamente “post-verità” per provare a darsi ragione del doppio shock delle vittorie elettorali di Trump e della Brexit, ma dopo l’investitura a “parola dell’anno” da parte degli Oxford Dictionaries il termine è rapidamente passato di moda, forse perché ci siamo accorti che a dispetto dell’uso allarmato che se ne faceva l’idea di “post-verità” presupponeva la pericolosa fantasia rassicurante che prima del “post” sia esistita un’epoca della verità, nella quale un’opinione pubblica ben informata prendeva decisioni razionali basandosi sui fatti. Naturalmente un periodo del genere non c’è mai davvero stato, e l’idea che ci trovassimo in una sorta di Eden democratico e illuminista finché gli oscuri corridoi di Harvard non hanno liberato il principe delle tenebre Mark Zuckerberg può tutt’al più far sorridere. È invece lecito chiedersi se in Occidente stia in qualche modo entrando in crisi la “cultura dei fatti” che la storica Barbara Shapiro fa risalire addirittura al 1215, quando nella Magna Charta Re Giovanni d’Inghilterra abolì i processi per ordalia affermando una volta per tutte che i sudditi della Corona dovessero essere dichiarati colpevoli o innocenti non dai misteriosi segni terreni del giudizio di Dio ma da una giuria, sulla base di indagini e fatti accertati.

Il filosofo americano Michael P. Lynch, nel saggio del 2016 The Internet of Us: Knowing More and Understanding Less in the Age of Big Data, sostiene che in effetti la Rete e le nuove tecnologie sono sul punto di mettere fine a questa cultura plurisecolare, semplicemente perché i fatti su cui basiamo la nostra conoscenza del mondo non risiedono più nella nostra memoria, ma sempre più spesso sono stoccati in dispositivi esterni. In altri termini, ogni volta che cerchiamo un’informazione su Google per vincere una discussione (Chi è l’uomo più ricco del mondo? Cipolla sì o no nell’amatriciana? Simeone ha giocato prima nella Lazio o nell’Inter? I vaccini causano l’autismo?) contribuiamo in realtà al caos epistemologico generale. Secondo Lynch, Internet ha rimpiazzato quello che era il sapere condiviso con una mole di informazioni che dà l’illusione dell’oggettività ma che in realtà è troppo grande per essere processata efficacemente, o anche solo perché si affermi una gerarchia delle fonti condivisa. Se state pensando che ai filosofi contemporanei forse piacciono un po’ troppo gli scenari alla Black Mirror sappiate che Larry Page, che non è uno che parla per sentito dire ma il fondatore di Google, ha dichiarato qualche anno fa: «Alla fine ci sarà un impianto (integrato nell’organismo, N.d.R.) che appena pensi a qualcosa ti darà automaticamente la risposta». Già, ma quale risposta? Se Page ha ragione funzioneremo più o meno come Alexa: avremo tutte le risposte ma allo stesso tempo non sapremo niente, una condizione nella quale la distinzione tra vero e falso diventerà inapplicabile, superflua.

Il Web 2.0 per molti versi opera già all’interno di questo paradigma al contempo autoritario e relativista, che probabilmente gli è connaturato, tanto è vero che i grandi social network, ovvero le principali agenzie informative della nostra epoca, appaiono poco volenterose ma anche genuinamente disarmate quando viene loro chiesto di fare ciò che qualsiasi cronista alle prime armi di un secolo fa era in grado di apprendere in poche settimane: scartare le notizie conclamatamente false. Dopo essere finito nel 2018 davanti al Congresso per difendersi dalla spiacevole accusa di aver permesso ad agenti stranieri di manipolare le elezioni americane del 2016, Mark Zuckerberg aveva ammesso di non avere “fatto abbastanza” contro fake news e hate speech, ma pochi mesi fa è tornato a sostenere che fare “l’arbitro della verità” non è il mestiere di un’azienda privata come Facebook. Twitter ha recentemente introdotto un disclaimer che segnala come “contestati” i tweet in cui Trump denunciava brogli inesistenti e si proclamava vincitore delle elezioni che ha perso, senza però limitarne la circolazione. Così, pur in assenza della benché minima prova, a oltre due mesi dalle elezioni americane i sondaggi mostrano che quasi un americano su tre non crede che il voto sia stato libero e regolare, percentuale che sale a un disarmante 68 per cento tra i repubblicani. A quanto pare sono bastati un paio di decenni di Internet perché la maggior parte degli elettori di uno dei più antichi partiti democratici del mondo smettesse di credere nei fatti, o se preferite si scegliesse un set di fatti alternativi che meglio si confanno alle sue convinzioni.

La tragica farsa dell’assalto al Campidoglio di Washington da parte di un gruppo di fanatici delle teorie del complotto trumpiane ha dimostrato che il re è nudo anche agli scettici, e costretto Facebook e Twitter a tornare di nuovo sulle proprie posizioni, bannando a tempo indeterminato Donald Trump: una misura allo stesso tempo tardiva e pleonastica, dal momento che l’ex presidente (peraltro ormai sconfitto alle urne) è solo la tigre di carta dietro la quale scorre il ciclo carsico della disinformazione paranoica. Secondo Walter Quattrociocchi, professore di Data Science all’Università La Sapienza di Roma, quella di Mark Zuckerberg è «una mossa sbagliata sia in assoluto sia nel suo interesse, perché attira l’attenzione sulle colpe di Facebook senza affrontare i problemi strutturali. Facebook ha sempre preteso di essere una piattaforma neutra e ora improvvisamente si comporta come un’entità editoriale, ma in maniera totalmente arbitraria e senza stabilire delle regole che valgano per tutti. E senza affrontare il problema centrale degli algoritmi dei social, che sono pensati per proporci contenuti graditi e quindi per confermare le nostre opinioni, per deliranti che siano».

Sarebbe insomma un errore imputare questa epidemia di credulità esclusivamente alla mancanza di difese intellettuali delle masse, o all’ormai mitologico analfabetismo funzionale. Internet non tende alla distopia totalitaria ma a quella liberale: non ci costringe a credere ciò che vuole, ci permette di credere ciò che preferiamo. Gli americani, che sono più a loro agio di noi con la tecnologia e ne parlano con una bella lingua immaginifica, le chiamano filter bubble o meglio ancora echo chamber. Un paper che ha fatto il giro del mondo nel 2016, a cui ha lavorato il professor Quattrociocchi, ha dimostrato come la diffusione delle fake news sui social abbia una struttura alveare. Teorie del complotto e bufale si diffondono prima e più velocemente all’interno di gruppi e comunità di amici, che condividono valori e orientamenti politici che da quelle informazioni vengono rafforzati. Il fatto che una notizia venga accettata come vera o no, concludono i ricercatori, è «fortemente influenzato da norme sociali, o da quanto è coerente con il sistema di credenze dell’utente». Anche qui vale la pena rilevare che la tendenza a credere alle informazioni che ci danno ragione e scartare quelle che ci intralciano non nasce certo con il Web o con i social media. Ma la soluzione, se c’è, risiede proprio nel campo dei saperi tecnologici: «Serve una co-regolamentazione tra le piattaforme e lo Stato», conclude il professor Quattrociocchi, «ma soprattutto dalla parte delle istituzioni non basta un approccio umanistico, serve gente che capisca come funziona un algoritmo».

La tecnologia non è né buona né cattiva, e come spesso è successo nella Storia anche oggi l’avanguardia della manipolazione e quella della creatività finiscono per sovrapporsi: se annunci per radio un’invasione aliena immaginaria puoi essere un ciarlatano, o puoi essere Orson Welles. Così mentre la tecnologia del deepfake evoca paure esistenziali prima ancora che politiche (non potremo più credere nemmeno a quello che vedremo coi nostri occhi), i creatori di South Park Matt Stone e Trey Parker la usano per creare Sassy Justice, una strepitosa serie di satira politica su YouTube. E mentre il Guardian pubblica il primo articolo scritto da un’Intelligenza Artificiale, sinistramente simile (ma nemmeno troppo) a quello che potrebbe scrivere un essere umano, esce in Italia con dieci anni di ritardo Ctrl-C+Ctrl-V, saggio in cui il poeta Kenneth Goldsmith teorizza i meriti della scrittura non creativa e addirittura del genio non originale, nell’idea che la sinergia tra uomini e “macchine da scrittura” (le Intelligenze Artificiali) possa democratizzare e rendere più inclusive la letteratura, il giornalismo, la lingua. Insomma, la nostra cultura da secoli tende ad attribuire un valore positivo al vero e all’autentico e negativo al falso e all’artificiale ma forse il cambio di paradigma di cui abbiamo bisogno è riconoscere che il vero e il falso sono strumenti che alterniamo da sempre per elaborare la realtà, e Internet è semplicemente la cassetta degli attrezzi più ricca che abbiamo mai avuto.

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