Splinternet: la Rete sta andando in pezzi

Ph. Mohammadali Najib / Middle East Images – Afp via Getty Images

di Andrea Daniele Signorelli (wired.it, 16 gennaio 2026)

Lo shutdown di Internet, il buio digitale sull’Iran, è calato l’8 gennaio, nel corso dell’undicesimo giorno di proteste e mentre le manifestazioni si facevano sempre più diffuse e duramente represse nel sangue. Nel giro di poche ore, i collegamenti alla Rete sono crollati del 98%, tagliando fuori decine di milioni di persone e impedendo quasi ogni forma di comunicazione, sia all’interno dell’Iran, sia tra l’Iran e il resto del mondo.

Lo shutdown di Internet in Iran non si è però limitato a bloccare i canali d’informazione, i social media e le piattaforme di messaggistica. A causa del modo repentino in cui è avvenuto, il blackout della Rete ha trascinato con sé anche servizi finanziari, logistici, professionali, sanitari e tantissimi altri: un effetto collaterale indesiderato e per evitare il quale l’Iran, come vedremo meglio più avanti, si sta preparando da molti anni.

Ma come si fa a spegnere Internet? E che cosa ci dicono i sempre più frequenti shutdown sul futuro della Rete?

Come si spegne Internet

Il termine kill switch – che fa pensare a una specie di bottone rosso, premuto il quale tutto si spegne – è ovviamente una semplificazione: la Rete, in realtà, viene bloccata agendo su alcuni nodi fondamentali dell’infrastruttura digitale. Il governo ordina per esempio agli Internet Service Provider (Isp) di spegnere l’accesso agli utenti, impone di disattivare o manipolare i server Dns (che traducono i nomi dei siti in indirizzi IP e permettono quindi di raggiungerli), oppure d’interrompere il traffico verso l’estero, bloccando gli snodi attraverso cui i provider nazionali si collegano ai cavi internazionali che trasportano i dati.

Essendo Internet un’infrastruttura decentralizzata – ovvero composta da migliaia di collegamenti e punti d’accesso –, riuscire a spegnerla in una nazione grande e popolata da 92 milioni di persone come l’Iran dovrebbe essere un’impresa molto complessa. Nella Repubblica Islamica, però, le cose funzionano in modo diverso. Come si legge in un report di Project Ainita, fin dagli anni Novanta in Iran esiste un solo grande operatore che collega la nazione all’Internet globale: la Telecommunication Infrastructure Company (Tic). È un gigantesco collo di bottiglia che rende molto più facile al governo tagliare l’accesso alla Rete. «È un unico snodo critico da cui dipende la connessione», ha spiegato alla Financial Review un ricercatore di Ainita. «Internet non dovrebbe funzionare così, ma in Iran questa situazione è voluta».

Agire sui provider, sui Dns e su altri attori permette insomma d’impedire le comunicazioni on line all’interno del Paese. Bloccare l’unico snodo internazionale impedisce, invece, le comunicazioni con l’estero. In questo modo, il Consiglio supremo del Cyberspazio iraniano – che si occupa per statuto di «gestire i pericoli legati a Internet» – può impartire l’ordine di spegnimento ai provider, alle compagnie telefoniche e agli operatori internazionali, cercando poi di contrastare le vie di fuga rimaste, come possono essere i collegamenti satellitari via Starlink, attraverso il jamming (che disturba il segnale) o interferendo con il Gps.

«Un blackout nazionale è una decisione drastica dai costi molto elevati, ma che vale la pena pagare quando il timore è di perdere il controllo delle strade e anche della narrazione», si legge in un’analisi della testata iraniana in esilio Zamaneh. E infatti sono sempre di più le nazioni che decidono di ricorrere ai blackout digitali. Negli stessi giorni in cui Internet veniva spenta in Iran, qualcosa di simile – anche se meno drammatico – avveniva in Uganda, dove le connessioni sono state bloccate in vista delle elezioni presidenziali che si sono tenute il 15 gennaio, in cui il presidente Yoweri Museveni, che governa il Paese dal 1986, ha ottenuto il settimo mandato.

Gli shutdown di Internet nel mondo

Nonostante l’enorme danno economico (si stima che nel 2025 gli shutdown siano costati all’economia mondiale 20 miliardi di dollari), spegnere Internet è ormai una pratica abituale. Nel corso del 2024, l’anno per cui abbiamo i dati più completi, ci sono stati 296 interruzioni in 54 Paesi, superando il record precedente di 283 casi in 39 Paesi.

L’aumento riguarda soprattutto il numero delle nazioni che hanno deciso per la prima volta d’implementare questa misura, tra cui troviamo Malesia, Thailandia, El Salvador e anche la Francia (che ha ordinato di bloccare TikTok nei territori della Nuova Caledonia durante le proteste nel maggio del 2024). A conquistare il triste primato di maggior numero di blackout è stato il Myanmar, con 85 in un solo anno, seguito dall’India con 84 (che in passato ha imposto alla regione del Kashmir un blackout digitale durato 18 mesi).

Le ragioni addotte sono praticamente sempre le stesse: evitare che circoli la “disinformazione” durante le campagne elettorali, limitare la visibilità delle proteste e ostacolare le comunicazioni. In alcuni casi, come avvenuto per esempio in Algeria, Giordania o Kenya, il governo può ordinare di spegnere Internet anche nel corso di esami scolastici, per impedire che gli studenti copino dal Web.

Staccarsi dalla Rete globale

Ma come si fa, soprattutto nei casi più gravi e prolungati, a spegnere Internet senza bloccare il resto? A impedire tutte le comunicazioni on line consentendo, però, ai servizi essenziali (pagamenti, pubblica amministrazione, infrastrutture critiche) di continuare a funzionare?

Nonostante l’Iran non sia riuscito a tenere nettamente separati i due piani, è esattamente a questo scopo che nel 2016 il regime degli ayatollah ha lanciato una propria Rete nazionale: il National Internet Network (Nin), informalmente chiamato “Halal Net”. È una vera e propria Intranet nazionale che permette, almeno in teoria, di mantenere attivi i servizi locali anche quando vengono completamente tagliati i ponti con l’esterno.

Di fatto, l’Iran sta convogliando sempre più traffico dati e servizi fondamentali su server nazionali (cercando accordi con Cina e Russia per localizzare i loro servizi cloud in Iran), in modo da isolarsi ogni volta che lo ritiene necessario, mantenendo comunque in attività tutte le funzioni essenziali. Teheran lo definisce un sistema che garantisce una “Rete indipendente” dalle potenze ostili, ma è anche un modo per stringere la morsa della censura.

L’Iran s’ispira al metodo cinese

La fonte d’ispirazione del Nin è ovviamente il “Grande Firewall” cinese. I due progetti, però, sono per certi versi opposti: in Cina Internet è pienamente operativa, ma Pechino impedisce tramite “blacklist” l’accesso dei cittadini ad ampie porzioni della Rete occidentale (tra cui tutti i social network e le piattaforme di messaggistica). In Iran è più o meno il contrario: con il Nin, i collegamenti a Internet sono completamente bloccati, mentre una “whitelist” consente l’accesso a pochi servizi essenziali.

Se la vera dimostrazione di forza di una nazione è la capacità di spegnere Internet senza che tutto collassi, allora l’Iran ha almeno in parte fallito la missione. Dopo l’ultimo shutdown, l’intera Rete (compreso il Nin) è andata off line, tagliando temporaneamente fuori persino il ministero degli Esteri, isolando parecchi servizi nazionali, bloccando i pagamenti digitali e anche il funzionamento dei sistemi bancari e amministrativi. Il Nin ha ripreso gradualmente a funzionare dopo qualche ora, consentendo per esempio di utilizzare il servizio di ridesharing iraniano Snapp o di accedere ai siti Web governativi (ma solo dall’interno).

La sensazione, quindi, è che l’Iran abbia premuto il metaforico “kill switch” di corsa per poi occuparsi di riattivare gradualmente le parti collegate al Nin. In ogni caso, neanche una Rete nazionale come il Nin permette di separarsi da quella globale al 100%, sia perché molti servizi interni dipendono in modo strutturale da infrastrutture esterne — come cloud, certificati di sicurezza, Api, sistemi di pagamento e autenticazione —, sia per i canali alternativi di accesso: dalle Vpn e reti anonime come Tor (che permettono di aggirare la censura), fino alle connessioni satellitari che impediscono al blackout di essere ermetico.

Splinternet, la Rete a pezzi

Nonostante i limiti, l’approccio dell’“Intranet nazionale” è adottato da un numero crescente di regimi autoritari. In Corea del Nord, la sorvegliatissima e minimale Intranet chiamata Kwangmyong è l’unica Rete a disposizione della gente comune, mentre l’accesso a Internet è limitato a funzionari governativi e pochi altri.

Il caso però più importante è quello della Russia: che oggi blocca con una certa efficacia l’accesso a vari social network – tra cui X, Facebook e Instagram – e che già nel dicembre del 2019 aveva testato per la prima volta la completa disconnessione dalla Rete globale, mantenendo invece in funzione la Rete nazionale ribattezzata RuNet, attraverso la quale vengono gestiti solo siti e piattaforme ospitati in Russia e soggetti quindi alle leggi nazionali. RuNet sfrutta inoltre uno strumento noto come Dpi (Deep Packet Inspection), in grado di ispezionare e filtrare il traffico.

Per la Russia, controllare l’accesso del Paese a Internet è però molto più difficile di quanto non lo sia per la Cina, la cui Rete è stata progettata fin dal 1998 per favorire il controllo di ciò che circola al suo interno. L’infrastruttura russa è stata invece concepita in maniera più aperta, negli anni in cui ancora questa nazione tendeva verso l’Occidente. Di conseguenza, per quanto l’agenzia russa per le comunicazioni Roskomnadzor possa richiedere agli Internet service provider russi (le società che gestiscono materialmente la connessione a Internet degli utenti) di bloccare immediatamente determinati contenuti, l’efficacia con cui queste richieste vengono portate a termine è limitata dalla presenza di oltre tremila provider, ciascuno dei quali utilizza metodi diversi per bloccare l’accesso ai siti Web.

«Quando la censura è così decentralizzata, il risultato è che diventa molto meno efficace di quanto lo sarebbe se fosse implementata in maniera centralizzata», ha spiegato Maria Xynou, della no profit Ooni (Open Observatory on Network Interference). In più, gran parte dell’apparecchiatura hardware che collega la Russia alla Rete è di fabbricazione occidentale, il che complica ulteriormente i piani autoctoni di Vladimir Putin, che per questo, dal 2015, ha imposto la graduale eliminazione degli strumenti stranieri e la loro sostituzione con altri di fabbricazione nazionale.

Cyberspazio, addio!

D’altra parte, quella che per alcuni è la Rete globale, per molti altri è la Rete “a guida statunitense”. Come ha scritto la ricercatrice Asma Mhalla, la separazione tramite Intranet nazionali rappresenta quindi un altro passo verso la «militarizzazione del cyberspazio, che lo ha reso la quinta dimensione della guerra moderna dopo terra, mare, aria e spazio. In parallelo alla competizione tra superpotenze nel mondo fisico, si sta così materializzando una Rete globale fratturata in più parti, chiamata Splinternet». È qualcosa con cui stiamo iniziando a fare i conti anche noi europei.

Lo scopo della sovranità digitale non è scollegarci dal resto della Rete, ma ridurre la dipendenza dai servizi statunitensi e affrontare le nostre vulnerabilità strutturali. Oggi, per fare solo un esempio, circa il 70% dell’infrastruttura cloud europea è gestita da Aws, Microsoft e Google, aziende soggette al Cloud Act [Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act, ratificato nel 2018 – N.d.C.], che consente al governo statunitense di accedere ai dati anche quando sono archiviati fuori dagli Stati Uniti. Il cyberspazio sta per certi versi diventando sempre più simile allo spazio aereo: collega tutte le nazioni del mondo, ma ciascuna di essa mantiene un rigido controllo sulla sua porzione, conservando anche il diritto d’impedire a compagnie di nazioni avversarie di atterrare nel proprio territorio.

Perché ciò che consideriamo naturale e legittimo quando si tratta di aria e acque nazionali ci sembra, invece, così negativo quando si parla di spazi digitali? Dal punto di vista ideologico, probabilmente una delle ragioni è che Internet nasce portando con sé valori extra-nazionali e universali, sintetizzati al meglio nella celebre e utopistica Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow («Dichiaro lo spazio globale sociale che stiamo costruendo essere naturalmente indipendente dalle tirannie che cercate d’imporci»).

Dal punto di vista politico, invece, si dovrebbe considerare quanto la diffusione commerciale di Internet sia figlia degli anni Novanta, caratterizzati dalla pax americana, dall’apertura della Cina ai mercati, dall’avvicinamento della Russia all’Occidente. Oggi quel mondo non c’è più, e siamo invece alle prese con un pianeta multipolare dalle crescenti tensioni geopolitiche. Tensioni e rivalità che – inevitabilmente, vista la sua importanza critica – hanno finito per riversarsi anche su Internet.

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