«La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i propri cittadini a passare all’app Max, controllata dallo Stato e creata per la sorveglianza e la censura politica». Con questo post, pubblicato il 10 febbraio, il fondatore di Telegram Pavel Durov ha denunciato pubblicamente le restrizioni adottate dalle autorità russe contro una delle piattaforme di messaggistica più usate nella Federazione Russa.
Ph. Mohammadali Najib / Middle East Images – Afp via Getty Images
di Andrea Daniele Signorelli (wired.it, 16 gennaio 2026)
Lo shutdown di Internet, il buio digitale sull’Iran, è calato l’8 gennaio, nel corso dell’undicesimo giorno di proteste e mentre le manifestazioni si facevano sempre più diffuse e duramente represse nel sangue. Nel giro di poche ore, i collegamenti alla Rete sono crollati del 98%, tagliando fuori decine di milioni di persone e impedendo quasi ogni forma di comunicazione, sia all’interno dell’Iran, sia tra l’Iran e il resto del mondo.
Nelle ultime settimane, per controllare l’informazione sulla guerra in Ucraina, il governo russo ha rafforzato la censura sui siti di news che non si adeguavano alla versione governativa dei fatti e ha bloccato l’accesso a diversi social network. Le misure non hanno solo costretto diversi giornali russi a chiudere, su ordine dell’agenzia statale delle comunicazioni Roskomnadzor o in applicazione di una legge recente che definisce “fake news” tutto ciò che non è approvato dal governo; hanno anche costretto molti blogger e influencer russi, che con i social e le piattaforme on line lavoravano e guadagnavano, a riorganizzarsi per non perdere i propri follower e limitare i danni economici. Alcuni hanno deciso di lasciare il Paese e puntare su un pubblico internazionale, iniziando a creare contenuti in Inglese. Tantissimi altri stanno migrando in massa verso le piattaforme alternative approvate dal governo, che ha tutto l’interesse a controllare la circolazione dei contenuti on line e a usare gli influencer come strumento di propaganda.