
di Fabrice Argelas (vanityfair.it, 22 luglio 2025)
Indossa una grande maschera da sub e un boccaglio che le coprono metà del viso. Non importa, Howell scatta e scatta ancora. Lo sa e lo sente – è l’esperienza che lo guida, dopo tanti anni –, presto otterrà lo scatto che è venuto a cercare su questa spiaggia caraibica. Tra Grace Kelly, icona del cinema, e questo quarantenne virile dai modi delicati, il rapporto è trasparente come le acque giamaicane.
I due ancora non lo sanno, ma stanno vivendo un servizio fotografico che sarà uno dei più discussi, ammirati, invidiati, mai concessi da un’attrice hollywoodiana a un fotografo di fama. Grace Kelly vi appare al naturale, senza trucco, con i capelli bagnati e un’aria ribelle. Una cosa è certa, Howell Conant ricorderà a lungo questa parentesi incantata.
Decide tutto lei
Aprile 1955. Siamo su una spiaggia di Montego Bay, costa occidentale della Giamaica. Quella che saltella sulla sabbia rovente, con un abitino leggero o pantaloncini bianchi e top coordinato, non è ancora la Principessa di Monaco. Lo diventerà, ma non subito: bisognerà aspettare un anno intero, il 19 aprile 1956, le immagini in CinemaScope, la cerimonia trasmessa in Eurovisione, davanti a oltre 30 milioni di spettatori, le copertine delle riviste, Paris Match, Jours de France, Life… Un po’ di pazienza, il romanzo di un’epoca, con gli ingredienti di una favola, prenderà presto forma e farà il giro del mondo. Per il momento, Grace Kelly sta ancora assaporando – e non è poco – il suo Oscar come migliore attrice.
Qualche giorno prima, il 30 marzo, ha ricevuto il massimo riconoscimento dalle mani di William Holden, suo partner in La ragazza di campagna (1954), beffando le superfavorite Judy Garland (È nata una stella) e Audrey Hepburn (Sabrina). Un dramma amaro e verboso, un film dimenticabile e ben presto dimenticato, diretto da George Seaton, un regista appena mediocre che non sarà in grado di resistere al setaccio spietato del tempo che separa gli anonimi dai grandi nomi di Hollywood. Ma in quel film Grace Kelly appare senza abiti eleganti, un po’ trasandata, scontrosa, insomma, in un ruolo controcorrente: una donna che tiene il marito, attore in declino, sotto il gioco dell’alcolismo.
Negli ultimi anni ha collezionato diversi successi hollywoodiani come Mezzogiorno di fuoco (di Fred Zinnemann, 1952), Mogambo (di John Ford, 1953), Delitto perfetto e La finestra sul cortile (di Alfred Hitchcock, 1954). Soprattutto, ha appena finito di girare, all’estremità della Costa Azzurra, in un territorio di appena duecento ettari chiamato Monaco, una commedia di spionaggio in Technicolor, ancora una volta firmata da Hitchcock: Caccia al ladro, al fianco dell’immenso Cary Grant. Al suo status di star alla fine mancava solo quella statuetta d’oro a ventiquattro carati.
Ma chi è questo Howell Conant che la segue ovunque, insieme alla sorella maggiore Peggy, bionda e slanciata? L’ha incontrato quattro mesi prima, a gennaio, durante un servizio fotografico per Photoplay, celebre rivista americana di cinema. Di natura piuttosto decisa, Grace Kelly si occupa di tutto, persino della direzione artistica. Sceglie il profilo migliore, le inquadrature giuste e addirittura incoraggia Conant, a volte con un tono secco, a sistemare meglio le luci. Ma ne vale la pena: sulla copertina di Photoplay, Grace Kelly appare regale, con la sua acconciatura impeccabile e il rossetto carminio. In realtà, senza saperlo, Conant stava affrontando una prova generale.
Alla fine, Miss Kelly apprezza il suo lavoro e Howell dimostra di non essere uno sprovveduto. Per la successiva intervista con Earl Wilson, celebre cronista di gossip di Hollywood dell’epoca, Grace chiede a Howell di prestarle una fascia per domare i capelli. Lui accetta, a una sola condizione: che gliela restituisca di persona una volta terminato. Quando Grace lo raggiunge più tardi nel suo studio, viene subito attratta dalle fotografie subacquee sparse ovunque. Come lei, anche Howell Conant è appassionato di oceani. Dopo Pearl Harbor, nel 1942, si era arruolato in Marina ed era partito verso il Pacifico, dove i suoi scatti avevano catturato la bellezza pura dei coralli tropicali. Grace Kelly apprezza sinceramente le sue stampe: Howell Conant è senza dubbio un talento.
Non sorprende, quindi, che poche settimane dopo l’attrice lo richiami per un servizio fotografico in Giamaica. L’incarico arriva dal bimestrale Collier’s, fondato dall’omonimo Peter Collier, uno dei pionieri del giornalismo investigativo. L’idea è di trascorrere qualche giorno di vacanza con l’attrice, senza parrucchiere, truccatore o stylist. Solo la star e il fotografo, e vedere cosa ne viene fuori. Disponibile e rilassata dopo il turbine degli Oscar, lei promette di collaborare e mostrare il suo vero volto, quello di una donna sensuale e spiritosa, la cui bellezza è molto meno glaciale e distante di quanto si scrivesse all’epoca. Semplicemente, vuole sentirsi a suo agio.
Glamour naturale
In cuor suo, Howell Conant quell’invito lo aveva sognato. Quale scenario più idilliaco delle spiagge dei Caraibi per catturare sguardi complici, atteggiamenti rilassati, sorrisi maliziosi e cogliere la verità profonda di un’attrice? In pochi giorni, viene fotografata l’intera gamma di pose ed espressioni: ritratti al naturale e primi piani, giochi d’acqua, corse sulla spiaggia, passeggiate con gli abitanti di quello che allora era solo un modesto villaggio di pescatori, pisolini sul divano, inquadrature più larghe dell’attrice che gioca con un’arancia o un cuscino…
In Remembering Grace, pubblicato da Life nel 2008, una splendida opera di 168 pagine che rende omaggio al suo lavoro e al suo rapporto speciale con Grace Kelly, Howell Conant ricorda con estrema precisione quella famosa sessione «con il cuscino»: «Quando Grace si è messa a giocare con quel cuscino e a mordicchiarlo, ho iniziato a scattare. Era talmente miope che non vedeva a tre metri di distanza, quindi seguiva il suono della mia voce mentre la guidavo. Continuavo a ripeterle: “Magnifica, magnifica, gira la testa, sì, così, continua così…”».
Fino a quella immagine: il viso a filo d’acqua, le spalle scoperte. All’inizio Grace aveva programmato un’immersione per ammirare la flora e la fauna sottomarine. Ma è di umore giocoso, era appena saltata addosso per scherzo a Howell, cogliendolo di sorpresa e mandandolo steso sulla sabbia con un vigore inatteso. Indossa una maschera da sub che le copre metà del viso, poi il boccaglio per respirare in un mare a 26 °C. Howell, da parte sua, avanza cauto in punta di piedi, per evitare i ricci di mare sul fondale sabbioso. Ma non va bene, manca qualcosa. E se togliessimo quella maschera e quel boccaglio un po’ ingombranti?
Il Sole è accecante, la luce sublime. Peggy, la sorella di Grace, fa da assistente e regge il riflettore. Ma ci vogliono numerosi scatti, almeno otto, per ottenere l’effetto desiderato. Guardando bene, si può distinguere una goccia d’acqua che scivola sul suo lobo, come un orecchino delicatamente incastonato lì. È la perfezione. Conant avrebbe fatto qualsiasi cosa per ottenere uno scatto del genere, senza riuscirci. Ma in quei giorni a Montego Bay è accaduto qualcosa di misterioso tra il fotografo e la sua modella.
A posteriori si ricorrerà all’espressione «glamour naturale» per definire quella sessione dall’altra parte del mondo. Sempre in Remembering Grace, Conant sembra quasi scusarsi per un simile risultato. «Bastava affidarsi alla bellezza di Grace» dice, con modestia forse eccessiva. «Sapevi che non era costruita con abiti e trucco. A New York, Grace veniva nel mio studio indossando un maglione, una gonna e mocassini. In Giamaica, non era diversa: capelli tirati indietro, semplice camicia da uomo. Quella era Grace, naturale, senza pretese». La nuda verità…
Nascosto nell’ombra
Il 24 giugno, il numero di Collier’s arriva in tutte le edicole, con la famosa immagine in copertina. È uno tsunami. In breve, quella copertina diventa uno degli scatti più acclamati di Hollywood. Il telefono di Conant non smette di squillare, una schiera di attrici (Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Janet Leigh, Doris Day e Natalie Wood) sogna di ricevere lo stesso trattamento. Anche i pubblicitari lo corteggiano. Da Hollywood a Madison Avenue, tutti vogliono i suoi servizi per campagne pubblicitarie: cosmetici Revlon ed Helena Rubinstein, asciugamani Dan River, automobili Ford… La richiesta è sempre la stessa: «Vogliamo quel glamour naturale per valorizzare i nostri prodotti».
Il destino di Conant è ormai legato a quello della sua musa, e la seguirà ovunque. Non la perde di vista nemmeno durante le riprese de Il Cigno (1956), penultimo film di Grace Kelly, in cui – con curiosa ironia e un delizioso ribaltamento della realtà – interpreta una principessa innamorata di un borghese. È presente anche nell’appartamento newyorkese di Grace, alla fine dello stesso anno, per essere presentato ufficialmente al principe Ranieri III di Monaco e immortalare il loro fidanzamento. Ha persino una cabina a suo nome a bordo dell’SS Constitution, il transatlantico che attraversa l’Oceano, da New York a Monaco, portando l’attrice verso il suo destino, una settimana prima del matrimonio civile, 18 aprile 1956.
E poi, più tardi, a Palazzo, a ogni evento ufficiale della “Principessa Grace”, Howell Conant non manca mai, nascosto nell’ombra, con la sua 35 mm motorizzata a tracolla. Del suo primo incontro con il principe Ranieri, in quell’appartamento newyorkese sulla Quinta Strada, Conant racconterà in seguito di aver scoperto una donna mai vista prima. «La Giamaica mi aveva fatto conoscere la Grace giocosa, e Il Cigno la Grace riflessiva e profonda. Ora mi ritrovavo di fronte alla Grace Kelly numero tre, a braccetto con il principe Ranieri di Monaco. Davanti a me c’era una donna innamorata».
Poesie irlandesi salaci
Settant’anni dopo, cosa resta di quella vacanza in Giamaica? Cosa resta di quella libertà selvaggia che si sprigiona da quelle pagine patinate? Cosa resta di quella giovane donna ingenua, a piedi nudi e con un sorriso ammaliante, diventata a ventisei anni una principessa costretta nei rigidi protocolli del Palazzo? Mentre la maggior parte dei testimoni di quell’epoca è naturalmente scomparsa, le risposte si trovano ancora nel Principato di Monaco.
Louisette Lévy-Soussan ha conosciuto la principessa Grace come pochi altri. Era la sua segretaria privata al Palazzo principesco e la accompagnò nella vita quotidiana per quasi diciannove anni. Assunta nel 1964 per un incarico temporaneo di un mese grazie al suo Inglese impeccabile, «in attesa di trovare la persona giusta», la giovane, figlia di una stiratrice e di un maggiordomo, rimase al servizio della Principessa fino alla fine. Una mattina di giugno, compongo il suo numero di telefono con un po’ di esitazione. La disturberò? Interromperò una routine mattutina regolare come un orologio?
In realtà, Louisette, 89 anni, si trova in vacanza sulle Dolomiti. Sentendosi in forma e bene, si sta preparando per un’escursione sui sentieri di San Cassiano, vicino a Corvara, a 1.537 metri di altitudine. Di solito prende la cabinovia per raggiungere la vetta. Lassù, bastone in mano, cammina per due o tre ore. «Adoro camminare», mi dice. «Siamo vicino al confine austriaco e i paesaggi dell’Alto Adige sono magnifici». Quando le chiedo quali immagini conservi della principessa Grace, Louisette menziona subito un tratto del suo carattere: l’autorevolezza innata. «Ispirava rispetto e ammirazione, tanto che otteneva le cose con naturalezza, senza la necessità di insistere o alzare la voce».
E quella sorta di bellezza fredda, divenuta leggendaria? Quasi s’indigna: «Quando sento dire che era fredda, mi arrabbio. Aveva un grande senso dell’umorismo, le piaceva ridere e far ridere, sapeva sdrammatizzare molte situazioni con intelligenza e ironia». E si lancia allora in una dimostrazione implacabile. Grace adorava recitare i limerick, poesie irlandesi di cinque versi, sempre ironiche, spesso maliziose e scurrili, persino licenziose, che si declamano a fine cena, magari con qualche bicchiere in più, nella zona di Dublino. («L’ho ascoltata recitarmene alcuni con gusto e piacere, sì»).
Al di là della loro bellezza formale, da quelle fotografie del 1955 emerge una forma di generosità e abnegazione. Il desiderio di donare, l’interesse per il punto di vista altrui. Per definire quella serie di immagini, oggi faremmo ricorso a una parola svuotata di senso: “benevolenza”. A forza di raccontare la storia della Principessa e di aprire cassetti come fossero matrioske, Louisette finisce per ritrovare dei fazzoletti di pizzo impeccabilmente stirati che giacevano sul fondo da anni.
Nel 1974, quando la colpisce una tragedia personale con la perdita del marito, per distrarla e permetterle di evadere un po’ dal microcosmo monegasco, dove, diciamolo, si parla molto, la Principessa si offre di accompagnarla a Parigi per sei mesi, mentre le sue figlie, Caroline e Stéphanie, vanno a scuola. Louisette alloggia presso l’ambasciata di Monaco, all’epoca in Rue du Conseiller-Collignon, nel XVI Arrondissement. «Una mattina, ricordo un biglietto che mi fece recapitare all’ambasciata: «“Non venire a lavorare oggi, stasera andremo insieme ad ascoltare un recital del pianista Arthur Rubinstein”. Questa era la Principessa».
Ma quel vento di libertà che aleggiava nelle immagini del 1955, è stato spazzato via dal tempo? La Principessa era davvero una donna moderna? Ce lo chiediamo. Per Louisette, la risposta è chiara, lei era una di quelle donne molto indipendenti, ma non necessariamente femministe. «Aveva le sue battaglie caritatevoli, per i bambini, contro la povertà. Il tema dell’emancipazione femminile non era così di moda come lo è oggi. Anche se, in fondo, tutte queste donne che hanno fatto cose straordinarie erano femministe ante litteram, ma senza quel lato militante e da portabandiera che si vede oggi. Sapeva molto bene che cosa voleva e dove voleva arrivare».
Le parlo di Howell Conant e le racconto del servizio fotografico in Giamaica, di cui però non ha alcun ricordo, perché a quel tempo lei non era ancora arrivata a Palazzo. Tuttavia, ricorda bene quell’uomo: «Molto affascinante, alto, atletico e con la mascella squadrata. Veniva spesso a fare reportage, quando la Principessa glielo chiedeva. Faceva parte degli “amici di Hollywood”. Di lui rammento in particolare l’estrema gentilezza nei miei confronti e i momenti di complicità con la Principessa».
La sposa del pirata
Le chiedo un ultimo sforzo. Per descrivere la “sua” Grace di Monaco con una sola parola, Louisette si immerge un’ultima volta nei ricordi, esita un istante, riflette ancora… prima di riemergere, senza maschera né boccaglio. Cita un’intervista che Grace rilasciò alla rivista americana Playboy. «Penso che il modo in cui si concludeva l’articolo la descriva alla perfezione. L’ultima domanda del giornalista era: “Come vorrebbe essere ricordata? (How would you like to be remembered?)”. E la principessa rispose: “Vorrei essere ricordata come una persona perbene (I would like to be remembered as a decent human being)”». E subito aggiunge: «Nel suo articolo, dovrebbe lasciare la parola in Inglese. Decent. Funziona meglio così». Louisette ha ragione, funziona meglio in Inglese.
Diventata Principessa, Grace non ha mai smesso di cercare momenti per rilassarsi, lontana dalle regole del protocollo e dagli sguardi giudicanti. Grace Kelly amava divertirsi, e Ranieri lo aveva capito. Non appena i suoi impegni glielo permettevano, e con la massima discrezione, portava la moglie in un ristorante sul lungomare di Roquebrune-Cap-Martin, chiamato Le Pirate. Lei amava quel posto per la sua atmosfera un po’ folle, la musica sfrenata, lo champagne al ribes nero e il dessert, il vacherin ai frutti rossi e nocciole. Anche Harry Belafonte, Frank Sinatra, Jacques Chirac, Steve McQueen, Josephine Baker, Brigitte Bardot e Gunter Sachs erano clienti abituali. In quei momenti, la Principessa ridiventava Grace Kelly, la giovane attrice di origine irlandese, la fidanzatina d’America che aveva lasciato le luci di Hollywood per dedicarsi alla sua missione: far brillare Le Rocher (il Principato) sulla scena internazionale.
Settembre 1982. Howell Conant è seduto davanti alla sua valigia, emozionato. Sta per partire in direzione di Monaco per realizzare il ritratto ufficiale di Natale della famiglia principesca. Anche se ormai ha una certa esperienza con questi incarichi, non vuole dimenticare nulla. E poi, è sempre un piacere rivedere la Principessa. È passato così tanto tempo. Ma il 14 settembre, pochi giorni prima del viaggio, arriva la notizia: Sua Altezza Serenissima la Principessa Grace di Monaco è morta. Un incidente d’auto. Su quella strada tortuosa tra Monaco e Roc Agel, la residenza estiva della famiglia Grimaldi, una strada che conosce come le sue tasche, la Principessa Grace ha perso il controllo dell’auto. La sua Rover 3500 è uscita di strada e precipitata per trentacinque metri. Conant non riesce a crederci. Decide comunque di prendere l’aereo e raggiungere il Principato.
Il 18 settembre, giorno del funerale, il cielo è limpido, ma l’atmosfera è solenne. Ovviamente, ci sono le telecamere delle televisioni. Nella Cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata a Monaco, la stessa dove Grace e Ranieri avevano celebrato il loro matrimonio ventisei anni prima, personalità da tutto il mondo si sono riunite per rendere a Grace l’ultimo omaggio che merita: il suo amico Cary Grant, la principessa Diana, l’imperatrice Farah di Persia, Roberto Rossellini, Danielle Mitterrand, Nancy Reagan… E Howell Conant, la cui silhouette s’intravede in fondo, ben nascosto nelle ultime file. Quel giorno, non scatterà nemmeno una foto.