Gli otto decenni astrali di Van Morrison

Ph. Dave Benett / Getty Images

di Christian Rocca (linkiesta.it, 24 luglio 2025)

Van Morrison, detto Van the Man, nordirlandese di ottant’anni da compiere il 31 agosto, è uno dei più grandi cantautori della storia, assieme a Bob Dylan e a pochi altri del suo livello. Ha scritto canzoni stratosferiche e ha pubblicato album formidabili, soprattutto alla fine degli anni Sessanta e nei Settanta.

La “Gloria” che quelli della mia età hanno ascoltato dagli U2 nei loro primissimi live è sua, quando era il leader dei Them, band di Belfast con pronome di genere non binario. Impossibile, invece, stare dietro i suoi più recenti, spesso stravaganti, progetti musicali, sempre più arrabbiati e risentiti col mondo intero, tanto da contenere deliri anti vaccini e altre teorie del complotto (Morrison non si è lasciato sfuggire nemmeno una temporanea infatuazione per Scientology).

Eppure oggi, alla soglia degli ottant’anni, Van Morrison ha pubblicato un disco fenomenale, Remembering Now, il suo quarantasettesimo album solista. Il disco comincia con Down to Joy, canzone scritta per il film Belfast, la sua città, di Kenneth Branagh. Poi c’è If it wasn’t for Ray, un giochino divertente per ribadire che se non fosse stato per Ray Charles, se non fosse stato per quel sound profondo che ha reinventato il soul, il blues, il rock and roll, e pure il country e il western, Van non sarebbe dove si trova adesso.

Dove si trova adesso è, precisamente, nella posizione di lanciare un nuovo disco, dove, oltre a cantare ancora in modo splendido nonostante l’età, suona anche il sassofono. L’album cresce pezzo dopo pezzo, in particolare quando arriva a Back to writing loving songs, dove Morrison tiene a dirci che torna a scrivere canzoni d’amore (la prima è la successiva, The only love I ever need is yours), probabilmente come rimedio per dimenticare le su ultime, stravaganti filippiche.

Quando si arriva all’undicesimo brano, When the rains came, comincia un nuovo, ma in realtà antichissimo, disco di Van Morrison, che continua con due canzoni magiche e strazianti, Remembering Now e soprattutto Stretching Out, pezzi che rimandano ai fasti del suo album più bello e leggendario, Astral Weeks, uno dei più grandi capolavori di sempre della musica rock. Le atmosfere di Remembering Now, cinquantasette anni dopo, sono le stesse di quel commovente e miracoloso disco. Sessantotto minuti di riflessioni mistiche su una vita vissuta in pieno.

Allora Van Morrison era solo un giovane ventenne ancora insicuro, adesso è un anziano mammasantissima del rock impegnato a fare un bilancio della sua vita. Sto ascoltando ininterrottamente Remembering Now da quando è uscito, e in particolare gli ultimi due brani. Ogni volta, però, torno a risentire Astral Weeks. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’uscita di quell’album poco conosciuto, scrissi per La Stampa un articolo che ricopio qui sotto integralmente.

C’è chi dice che il Sessantotto sia iniziato a Parigi, chi ricorda che la Summer of Love è dell’estate precedente e chi non dimentica che le manifestazioni studentesche alla Cattolica di Milano sono dell’autunno del 1967, così come la battaglia di Valle Giulia, a Roma, precede di un paio di mesi il Maggio Francese. Ma adesso c’è chi sostiene che il cuore di quel fermento culturale e rivoluzionario diventato noto come “il Sessantotto”, anche se nel 1968 nessuno parlava di “Sessantotto”, sia stata la città di Boston, dove il cantautore irlandese Van Morrison ha ideato uno dei più leggendari, e ignorati, dischi della storia del rock: Astral Weeks.

Sul Maggio Francese è uscito un appassionato ricordo di Giampiero Mughini, Era di maggio… (Marsilio), mentre sulla lunga stagione sessantottina, iniziata in realtà nel 1964 con un discorso a Berkeley di Mario Savio, studente originario di Caltanissetta, è stato appena pubblicato un saggio di Richard Vinen intitolato The Long ’68: Radical Protest and its Enemies. Ma è il libro di Ryan Walsh, Astral Weeks – A Secret History of 1968, a fornire la lettura più originale del movimento culturale che mise in discussione le strutture gerarchiche del potere e del sapere.

La Boston di quell’anno, racconta Walsh, era la città dove Timothy Leary conduceva le sperimentazioni con l’Lsd, dove si pubblicava la rivista underground Avatar, dove i professori radicali Noam Chomsky e Howard Zinn provavano a demolire l’impero americano, e dove una star della folk music, Mel Lyman, credendosi Dio fondava la Fort Hill Community, una delle più note comuni degli Stati Uniti, paragonata a quella di Charles Manson per millenarismo cosmico e megalomania acida. In questo ambiente, Van Morrison si era rifugiato a scrivere le otto canzoni di Astral Weeks.

Il disco venne registrato in due giorni a New York, ma solo dopo che la casa discografica pagò un riscatto di 20mila dollari alla malavita locale che deteneva un precedente contratto con l’artista. Van Morrison non rivolse mai la parola ai musicisti assoldati per suonare le sue canzoni. Erano, tra gli altri, il contrabbassista Richard Davis che aveva suonato nel mitico Out of Lunch di Eric Dolphy, il chitarrista Jay Berliner che aveva collaborato con Charles Mingus e il batterista Connie Kay del Modern Jazz Quartet. I nastri registrarono una lunga suite acustica vagamente folk-jazz che sembrò non soddisfare né la casa discografica né Van Morrison.

Astral Weeks uscì a fine 1968 nell’indifferenza generale, compresa quella dell’autore che, diventato famoso, per quarant’anni si è rifiutato di eseguire dal vivo quelle canzoni. Eppure l’album è diventato un’opera di culto per molti musicisti e artisti: Bruce Springsteen ne è stato talmente ossessionato che per i primi suoi dischi ha preteso di avere in sala di registrazione lo stesso contrabbassista di Astral Weeks; Martin Scorsese ha detto che i primi quindici minuti di Taxi Driver sono ispirati al disco, in particolare a Madame George, la stessa canzone che nel 2006 Philip Seymour Hoffman citò nel suo discorso di accettazione dell’Oscar.

I R.E.M., Elvis Costello e molti altri hanno definito Astral Weeks l’album decisivo per la loro carriera, e la rivista Rolling Stone l’ha messo al diciannovesimo posto della classifica dei cinquecento più belli di tutti i tempi, tra Born to Run di Springsteen e Thriller di Michael Jackson. La riscoperta di Astral Weeks risale al 1978, quando il critico musicale Lester Bangs ne ha scritto come il disco più importante della sua vita.

I testi di Astral Weeks sono oscuri e drammatici, non politici, impossibili da interpretare ma, come scrive Bangs, contengono versi che colgono un malessere universale e lo spirito di un’epoca: «È un disco che parla di persone inebetite dalla vita, completamente sopraffatte, con il corpo e la mente in panne, paralizzate dall’enormità di ciò che in un momento di lucidità riescono a comprendere. Questo è un dono prezioso e terribile, che nasce da una terribile verità, perché ciò che vedono è allo stesso tempo infinitamente bello ed estremamente spaventoso: l’illimitata capacità umana di creare e di distruggere, a seconda del capriccio».

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