Perché alcuni bosniaci tifano per gli avversari

di Debora Farace (huffingtonpost.it, 1° luglio 2026)

Ci sono due aspetti interessanti che riguardano la partita tra Bosnia ed Erzegovina e Stati Uniti. Il primo è che in Bosnia molti tiferanno contro la Nazionale bosniaca. Il secondo è che la Bosnia – come Stato Sovrano – è nata a Dayton, negli Usa.

Le due questioni sono collegate, e raccontano la stessa storia. Si tratta della sanguinosissima guerra bosniaca tra il 1992 e il 1995, parte integrante delle più ampie guerre durante la dissoluzione della Jugoslavia. Dopo anni di assedio e centinaia di migliaia di morti, la situazione era ormai degenerata. Furono proprio gli Stati Uniti a prendere in mano la situazione, e lo fecero assumendo la guida dei bombardamenti Nato su Sarajevo contro le postazioni dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia, con l’operazione Deliberate Force.

Si tratta della più grande operazione militare intrapresa dalla Nato, unita alle offensive terrestri dell’esercito croato e delle forze governative bosniache. A quel punto, rimaneva solo una cosa da fare: sedersi al tavolo delle trattative. Il 21 novembre 1995 vengono siglati gli accordi di pace nella base aerea di Wright-Patterson a Dayton, in Ohio (Usa). Gli Stati Uniti fanno da intermediari con il negoziatore Richard Holbrooke, i firmatari sono Slobodan Milošević (per la Serbia), Alija Izetbegović (per la Bosnia ed Erzegovina) e Franjo Tuđman (per la Croazia).

Nasce la Bosnia ed Erzegovina, che però viene articolata in due entità costitutive: la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska), a maggioranza serba; la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza croata e bosgnacca. Viene istituito uno dei sistemi istituzionali più complessi al mondo: una democrazia consociativa fondata su base etnica, con una Presidenza collegiale tripartitica (un bosgnacco, un serbo e un croato) eletti separatamente. Gli accordi hanno fermato il conflitto, ma hanno anche cristallizzato le divisioni etniche interne a un Paese che non ha dimenticato, e non può dimenticare.

Il paradosso è evidente. Senza l’intervento americano e senza Dayton probabilmente questa Bosnia non esisterebbe nella forma attuale. Ma proprio quel modello istituzionale nato per garantire la pace è oggi considerato uno dei principali ostacoli al pieno funzionamento dello Stato, ancora attraversato da tensioni politiche e spinte separatiste. Quel modello ha garantito quasi trent’anni di assenza di guerra, ma rende estremamente difficile governare il Paese. Le istituzioni sono lente, frammentate e spesso bloccate dal diritto di veto riconosciuto ai rappresentanti delle diverse componenti etniche.

Le conseguenze si riflettono nella società, trasformando l’appartenenza etnica in uno dei pilastri della vita politica del Paese. E si nota ancora oggi; così arriviamo all’altro punto. In Bosnia non tutti tifano Bosnia. Il calcio è solo uno specchio delle fratture nella società, divisa in tre popoli: serbi cristiani ortodossi, croati cattolici e bosgnacchi musulmani. Rispettivamente rappresentano il 36%, 14% e 50% della popolazione, e sono ripartiti tra le due entità del Paese. Dunque, s’intrecciano differenze etniche e religiose. In teoria la Nazionale rappresenta tutti. In pratica, una parte consistente dei serbi e dei croati di Bosnia continua a identificarsi politicamente e sentimentalmente con Serbia e Croazia.

Nel Paese non si è tutti uguali. Molti abitanti della Repubblica Srpska e di numerose aree dell’Erzegovina occidentale non tifano Bosnia, anzi, al contrario, tifano contro la Bosnia. La Nazionale di calcio è vista come rappresentativa solo dei bosgnacchi. A farne parte non ci sono calciatori né serbi né croati. Tra i tifosi che seguono la Nazionale la situazione non cambia, e i simboli sono associati esclusivamente ai bosniaci musulmani. Tra questi spicca la bandiera spesso esposta sugli spalti: non quella ufficiale, pensata per essere neutra, ma un’altra a sfondo bianco con raffigurato uno scudo blu con banda bianca e gigli gialli. Lo stemma è ispirato ai re medievali bosniaci della dinastia Kotromanić, e ovviamente taglia fuori tutte le minoranze del Paese.

Poi c’è l’inno nazionale: quello ufficiale – Intermezzo – non ha parole, ma i tifosi cantano ugualmente qualcosa. La canzone in questione è Jedna si jedinaSei la sola e l’unica – che, ovviamente, non rappresenta tutti i gruppi etnici della Bosnia. Si tratta del vecchio inno della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina durante la guerra, anch’esso percepito come espressione prevalentemente bosgnacca. Di conseguenza, la fetta esclusa non sopporta granché la Nazionale, e sicuramente non la tifa. Né la tiferà questa notte, durante i sedicesimi di finale contro gli Stati Uniti.

I tifosi nel Paese sono divisi per aree: nella maggioranza serba della Repubblica si tifa Serbia; nella maggioranza croata della Federazione si tifa Croazia. Soprattutto a Mostar (principale città croata del Paese e simbolo della divisione con i bosgnacchi) e a Banja Luka (capoluogo dell’entità serba) non si vedono sventolare bandiere bosniache. E non è solo una questione di tifar contro, ma le partite scatenano spesso vere e proprie guerriglie urbane. Negli ultimi vent’anni diverse partite delle Nazionali hanno provocato incidenti e scontri tra gruppi etnici in varie città del Paese.

Soprattutto le partite di Croazia o Serbia diventano spesso occasioni di forte tensione. In alcune circostanze si sono verificati disordini, aggressioni e devastazioni dopo incontri internazionali. Come accaduto per la partita degli Europei 2008 tra Croazia e Turchia, con una rissa post-gara finita con quaranta arresti, o ancora dopo la partita dei Mondiali 2006 tra Croazia e Brasile. La tensione è reciproca, e si scatena col pallone. Un unico Paese diviso in tre Nazionali. E il calcio, anche se ci prova, non riesce ancora a unire tutti.

Forse gli unici a sentirsi semplicemente bosniaci, piuttosto che serbi, croati o musulmani, sono i rappresentanti della diaspora. In America sono circa 350mila i cittadini con origini bosniache, e formano una delle comunità balcaniche più grandi al di fuori dell’Europa. La maggior parte si concentrano in Missouri, a St. Louis, tanto che la zona è conosciuta come “Little Bosnia”. Ma anche altre città, come Chicago, Atlanta, Phoenix, Utica, o ancora Jacksonville sono diventate casa per molti bosniaci. Queste migrazioni sono figlie dell’esodo provocato dalla guerra degli anni Novanta, con migliaia di rifugiati in fuga.

Per molti di loro l’identità bosniaca supera le appartenenze etniche che continuano, invece, a segnare la politica interna del Paese. E si nota anche nella Nazionale di calcio: l’esempio lampante è Esmir Bajraktarević. I suoi genitori scapparono dalla Bosnia durante la guerra e si rifugiarono negli Stati Uniti. Lui è nato ad Appleton, in Wisconsin, è cresciuto calcisticamente nel sistema americano e ha rappresentato gli Stati Uniti nelle Nazionali giovanili. Nel 2024, però, il cambio di Nazionale: ha scelto la Bosnia ed Erzegovina. Una decisione dettata dalle proprie radici, che per lui hanno avuto grande importanza.

Come ulteriore spunto di unione, sono arrivate le parole dello storico bosniaco-croato Dragan Markovina in occasione della qualificazione bosniaca proprio ai Mondiali 2026: «In alcune località della Bosnia ed Erzegovina le autorità locali, croate e serbe, hanno rimosso le bandiere del Paese e impedito le proiezioni pubbliche delle partite della Nazionale di calcio bosniaco-erzegovese. Ma, contrariamente ai suoi detrattori, la Nazionale bosniaca non esclude le altre comunità». Quest’ultima frase dimostra come il torneo, piuttosto che dividere, potrebbe essere l’occasione per superare le divisioni e festeggiare, insieme. Magari sfruttare la Nazionale di calcio per costruire finalmente un’identità condivisa.

Tuttavia, almeno ad oggi, l’obiettivo rimane utopistico. I sedicesimi di finale tra Bosnia ed Erzegovina e Stati Uniti racconteranno un Paese nato grazie alla diplomazia americana, ancora alla ricerca di un’identità comune, e una guerra che, trent’anni dopo Dayton, continua a vivere nella memoria, nella politica e perfino nel tifo. Le minoranze etniche e religiose in Bosnia probabilmente tiferanno Stati Uniti.

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