Ai mondiali americani di Trump la più politica delle vittorie possibili

Getty Images via Afp

di Fabio Insenga (adnkronos.com, 20 luglio 2026)

La Spagna non ha solo vinto, per la seconda volta nella sua storia, i Mondiali di calcio. La Spagna ha vinto i mondiali americani, monopolizzati dalla presenza invasiva di Donald Trump, riportando l’Europa sul tetto del mondo.

È la massima espressione del calcio, ma è anche un’affermazione che ha una marcata connotazione politica. In un mondo sempre più frammentato e polarizzato, la Spagna guidata da Luis De la Fuente in panchina e da Lamine Yamal in campo, ha calcisticamente rimesso al centro la scuola spagnola, con una evidente impronta del Barcellona, che è anche identità e appartenenza a un modello di calcio e di società che non vuole compromessi. Quella che ha vinto a New York è anche la Spagna di Pedro Sánchez, che ha prevalso sull’Argentina di Javier Milei in casa di Trump.

Non si tratta solo di un gioco di figurine e di personalità politiche profondamente distanti tra loro. La politica e il calcio sono da sempre dimensioni intrecciate, ma questa edizione dei Mondiali verrà ricordata anche per la vittoria della squadra più lontana – per estrazione e affinità – dal trumpismo, che ha tentato di colonizzare perfino il calcio, lo sport culturalmente meno americano di tutti. La Spagna, più di altre Nazionali europee, è la naturale espressione dell’opposizione all’idea del calcio e del potere che il presidente della Fifa Gianni Infantino ha tentato di sublimare nei Mondiali americani.

Lo scandalo della mancata squalifica di Folarin Balogun, attaccante della Nazionale statunitense punito con l’espulsione in occasione del match contro la Bosnia-Erzegovina, è stata la punta di un iceberg fatto di ingerenze e forzature propagandistiche. Incluse le esagerazioni della finale, con l’intervallo tra il primo e il secondo tempo consegnato alle logiche dello spettacolo in stile Super Bowl e prolungato fino a ventisette interminabili minuti. Un’eresia per la liturgia dei quindici minuti che il calcio di alto livello non aveva mai abbandonato prima in queste proporzioni.

La vittoria della Spagna è anche una vittoria profondamente diversa da quella dell’Argentina di quattro anni fa. In Qatar, nei Mondiali giocati d’inverno, Leo Messi aveva festeggiato omaggiando il potere arabo. L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, gli aveva messo sulle spalle una tunica, il bisht, uno dei capi d’abbigliamento solitamente usati da sovrani e capi durante le cerimonie più importanti. E quella foto, fortemente simbolica, ha fatto il giro del mondo.

A New York, il capitano della Spagna Rodri ha invitato con fermezza Trump a stare al suo posto, ai margini delle foto con la Coppa del Mondo. Un modo profondamente diverso di festeggiare, tenendo il potere a una distanza di sicurezza, che ha in sé una valenza politica significativa. Non solo perché Sánchez è il leader europeo più lontano da Trump ma anche perché la Spagna, oggi, è l’antitesi della deriva trumpista del calcio.

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