Mondiali, potere e “pressing” sugli arbitri

di Alessandro Fulloni (corriere.it, 19 luglio 2026)

Pallone, mondiali e “pressing” dei potenti sugli arbitri? Si comincia ben presto: secondo alcuni storici del calcio, la sintesi dei Mondiali del 1934 vinti dall’Italia sarebbe perfettamente descritta da una foto.

Ritrae, pochi istanti prima del fischio d’inizio della finale, il ventottenne svedese Ivan Eklind, un fascista sfegatato chiamato dalla Fifa (il cui presidente era un certo signor Jules Rimet…) a dirigere la partita disputata a Roma, allo Stadio Nazionale del Pnf (impianto demolito per fare spazio all’attuale Flaminio). Biondino, sorride in mezzo al campo, il braccio teso verso la tribuna d’onore, dove il Duce sedeva accanto ai figli. Stessa posa per i guardalinee accanto a Eklind, il tedesco Alfred Birlem e l’ungherese Mihály Iváncsics.

A quei Mondiali furono diverse le squadre (e a raccontarlo nel suo Un secolo azzurro è un fuoriclasse del giornalismo come Alfio Caruso) a esibirsi in campo alzando romanamente il braccio destro. Lo fecero addirittura gli Stati Uniti nell’ottavo contro gli Azzurri e, sempre contro di noi, gli spagnoli prima delle due partite consecutive – la prima finì in pareggio e fu necessaria la ripetizione – ai quarti. Stessa liturgia al fischio d’inizio per i ventidue in campo di Argentina-Svezia, altro ottavo che vide andare avanti gli scandinavi. Per non parlare della delegazione argentina, che addirittura andò a Predappio a deporre un mazzo di fiori sulla tomba degli antenati del Duce, sempre più ossequiato.

Tassativo, l’obiettivo degli Azzurri: vincere a tutti i costi, per cogliere l’occasione di propagandare al mondo l’immagine trionfale dell’Italia littoria. Mussolini di calcio sapeva poco, ma sapeva come manovrare il consenso: e non badò a spese, rifacendo gli stadi, richiamando i tifosi stranieri con biglietti ferroviari scontati del settanta per cento, coccolando gli inviati della Fifa come pascià tra alberghi di lusso, cene sontuose, torpedo con autista e fanciulle accondiscendenti. Figurarsi poi le pressioni sugli arbitri, continue, garbate, felpate. Ed eccoci al punto. Fu proprio il dittatore in persona, per «un tempo sospettosamente lungo» scrive Marco Impiglia, autorevolissimo storico del calcio, a far visita alla terna arbitrale prima della finale.

E ancora, un’altra testimonianza cui accenna anche Leonardo Coen, giornalista e cantore dello sport: pare che Eklind, la sera prima della semifinale vinta con l’Austria, fosse a cena a Palazzo Venezia. A dirlo anni dopo fu pure Josef Bican, uno dei più prolifici attaccanti della storia del pallone, che poi, a seguito dell’Anschluss, lasciò Vienna per andare a giocare in Cecoslovacchia, dove chiese la nazionalità perché lui dei nazisti non voleva proprio saperne. Insomma, quanto a pressioni da parte del potere non siamo lontani dalla «telefonata», o dalla «raccomandazione», fatta dal presidente Usa Donald Trump, in vista dell’ottavo contro il Belgio, al presidente della Fifa Infantino per far togliere la squalifica all’attaccante Folarin Balogun, espulso durante il sedicesimo con la Bosnia.

Fatto sta che per le loro sfacciate direzioni a favore dell’Italia tanto Eklind quanto il belga Louis Baerts, che diresse il primo quarto contro la Spagna, furono sospesi dalle rispettive federazioni, salvo tornare tranquillamente ad arbitrare quattro anni dopo in Francia, nella terza edizione dei Mondiali vinti di nuovo dai ragazzi di Pozzo. Quando periodicamente, ma siamo già dopo la guerra, i giornalisti gli chiedevano di quei troppi fischi a favore degli Azzurri, Eraldo Monzeglio — terzino leggendario e poi «uomo di fiducia del Duce» di cui custodì i più tremendi segreti — s’imbufaliva: «Mussolini non giocava a pallone. Giocavamo noi, sudando sette camicie, e superando le migliori squadre del mondo. No, la politica proprio non c’entrava».

L’esordio dell’Italia fu con gli Stati Uniti, liquidati per 7-1. Poi, ai quarti, gli Azzurri si ritrovarono contro una delle favorite, la Spagna. Allo Stadio Giovanni Berta andò in scena quella che è passata alla storia come la «battaglia di Firenze». Botte da orbi, da entrambe le parti. Meazza fu portato fuori in barella. Nel primo tempo, gli spagnoli passarono in vantaggio con Regueiro, gli italiani pareggiarono. Match da ripetere, secondo i regolamenti dell’epoca. La sera stessa della prima battaglia con la Spagna, in albergo a Firenze, Pozzo convocò i ragazzi uno a uno, chi sanguinante, chi zoppicante e chi dolorante, chiedendo se, in sincerità, fossero in condizioni di tornare all’assalto l’indomani. Tutti risposero che erano a sua disposizione, volontari.

L’Italia dovette cambiare quattro titolari, gli spagnoli sette, tra cui Ricardo Zamora, leggendario portiere tra i più grandi di tutti i tempi, prima al Barcellona e poi al Real Madrid. Tra mille ipotesi, si romanzò molto sulla sua assenza. Si disse che venne minacciato dagli italiani, addirittura rapito. Qualcuno sostenne che fu il Duce in persona a interpellare le autorità franchiste, chiedendo di non far giocare il loro numero uno. Chissà se si avvicinò alla verità Fulvio Bernardini, immenso fuoriclasse romanista, quando raccontò che Zamora era stato avvicinato e comprato dai dirigenti della Federcalcio. «Un trucco che costò svariati biglietti da mille» sibilò.

La seconda partita con la Spagna fu ancora una battaglia dura, sebbene meno cruenta di quella del giorno prima. Meazza segnò di testa al dodicesimo del secondo tempo e da lì gli avversari non impensierirono più gli Azzurri. L’1-0 restò il risultato finale e la squadra andò a Milano, dove l’attendeva il Wunderteam austriaco di Meisl, con cui «vincemmo a stento», per stare alla sintesi di Brera. L’Austria era fortissima e i pronostici erano tutti a suo favore, anche perché la Nazionale aveva nelle gambe il doppio confronto con le «Furie rosse».

Eppure al diciannovesimo gli Azzurri andarono già in vantaggio per il definitivo 1-0, dopo una prolungata azione: rilancio di Ferraris IV per Orsi, l’oriundo aprì al ragionier Ferrari, che smistò a Schiavio, lestissimo nel dribblare un difensore e sparare un rasoterra non trattenuto dal portiere Platzer. Dopo un batti e ribatti nell’area piccola, Guaita infilò a pochi passi. Gli austriaci protestarono fieramente per la ruvida entrata di Meazza su Platzer, cosa che aveva permesso a Guaita di farlo secco. Ma Eklind, chissà se già catechizzato a dovere, convalidò.

La finale si giocò a Roma il 10 giugno contro la temibilissima Cecoslovacchia, che ricevette l’incoraggiamento di una fiumana di tifosi – oltre che diciassettemila telegrammi – giunti con due treni speciali e tre carovane di auto. Il Duce badò bene a farsi ritrarre mentre acquistava, come uno tra tanti in fila al botteghino, i biglietti della partita per i figli e per sé. In tribuna, con le principesse Maria e Mafalda di Savoia, si sedette accanto a Rimet, al quale disse, al fischio d’inizio: «Ora bisogna solo pensare a vincere». Dopo un primo tempo di studio, con le squadre che si temevano, un’imparabile rasoiata di Puč portò i cechi in vantaggio e sullo stadio calò il gelo. Quando ormai pareva fatta, a sette minuti dalla fine arrivò il miracolo: su cross di Guaita, il tiro di Orsi piegò le mani al portiere Plánička.

Al primo tempo supplementare ecco il ribaltone, siglato da una cannonata di Schiavio, che fece esplodere in un boato lo stadio e il Duce. Gli ultimi minuti non ebbero storia. L’oriundo Luis Monti, detto “il Boia”, continuò a digrignare i denti e rifilare calcioni, e lo stesso fecero Allemandi, Monzeglio e Ferraris IV, «del tutto privi» scrisse Gianni Brera «di penne d’angioletto». Le cronache dell’epoca raccontano che l’Italia del 1934 festeggiò tutta la notte.

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