
di Alessandro Cappelli (linkiesta.it, 3 novembre 2026)
I New York Knicks non hanno ancora deciso se andare alla Casa Bianca per la tradizionale cerimonia dei campioni in carica della Nba. James Dolan, il proprietario della squadra, ha già risposto a nome dei suoi giocatori.
Il 17 giugno, quattro giorni dopo aver riportato il titolo Nba a New York per la prima volta dal 1973, ha annunciato alla radio sportiva Wfan che i Knicks avevano accettato l’invito di Donald Trump. «Abbiamo appena ricevuto l’invito dalla Casa Bianca, e abbiamo accettato», ha detto. Poi ha spiegato che il presidente era un suo amico da trent’anni e che era molto orgoglioso di poter portare la squadra a Washington. Il piccolo dettaglio è che i giocatori non ne avevano ancora parlato. Poche ore prima, Jalen Brunson, miglior giocatore delle Finals e volto della franchigia, aveva detto al New York Magazine che la questione non era stata discussa. Il mese scorso, l’allenatore Mike Brown ha dovuto precisare che la decisione sarebbe stata presa tutti insieme: «Qualunque cosa decidiamo di fare, la faremo insieme».
Mercoledì scorso Stephen A. Smith, uno dei commentatori sportivi più seguiti d’America, ha raccontato di aver sentito che il proprietario avrebbe un atteggiamento ostile nei confronti dei giocatori contrari alla visita. Smith ha precisato di non aver ricevuto conferme direttamente dalla squadra, ma ha definito Dolan «l’incarnazione vivente della permalosità» – ha anche aggiunto di essere disposto a credere a qualsiasi cosa quando si parla di lui. È un giudizio quasi caricaturale, ma non del tutto sorprendente per chi conosce la storia del proprietario dei Knicks. Dolan, del resto, non è nuovo all’idea che le persone che lavorano per lui debbano assecondare le sue preferenze politiche.
Era già successo nel dicembre del 2016, quando convocò le Rockettes, lo storico corpo di ballo del Radio City Music Hall, per convincerle a esibirsi durante l’insediamento di Trump. Alcune ballerine non volevano partecipare, preoccupate di essere associate al nuovo presidente. Dolan spiegò che si trattava di un momento importante della storia americana e che le Rockettes, in quanto marchio americano, avrebbero dovuto esserci. «Una buona parte degli elettori ha votato per quest’uomo», disse durante una riunione registrata e poi pubblicata da Marie Claire. Le ballerine non furono obbligate a esibirsi, ma per Dolan la partecipazione a un evento presidenziale era un’opportunità commerciale e istituzionale, non solo una questione di convinzioni personali. La stessa logica sembra ripresentarsi con i Knicks. Solo che stavolta la squadra non ha alcuna intenzione di lasciare al proprietario la decisione su come rappresentarsi pubblicamente.
Dolan e Trump si conoscono da tempo. Nel 2002 il proprietario dei Knicks si è sposato a Mar-a-Lago, il club privato in Florida di proprietà di Trump, che era tra i circa quattrocento invitati. Anche suo figlio Charles Dolan ha celebrato lì il matrimonio nel 2017. Nel 2018, intervistato da Espn, Dolan aveva detto: «Lo sostengo come amico, e non devi essere d’accordo con tutto quello che fa per dargli il tuo sostegno». È una frase che può avere diverse sfumature, a seconda del peso che si vuole dare all’amicizia tra due uomini o al fatto che uno dei due sia il presidente che sta distruggendo la democrazia americana.
La politica ovviamente non è rimasta fuori da questa amicizia. Dolan ha versato trecentomila dollari al comitato di raccolta fondi Trump Victory nel 2016 e altri centoventicinquemila alla campagna per la rielezione del presidente nel 2017. Quest’anno il suo sostegno si è esteso alla politica dello Stato di New York. Secondo Politico, Dolan, la sua famiglia e le società collegate hanno contribuito con circa 1,4 milioni di dollari a comitati che sostengono il repubblicano Bruce Blakeman contro la governatrice democratica Kathy Hochul. Trump ha appoggiato Blakeman, che durante le Finals sedeva proprio nel box di Dolan, accanto al presidente. Quattro anni prima, peraltro, la famiglia Dolan e il gruppo Msg avevano sostenuto Hochul.
Dai conti di Dolan sono partiti molti soldi verso Trump e i repubblicani, in senso più ampio. E non è così scontato per un proprietario Nba considerato particolarmente oculato o spilorcio, a seconda dei punti di vista. Dolan è da tempo uno dei proprietari più detestati della lega: nel 2020, un sondaggio di The Athletic tra trentuno addetti ai lavori lo aveva inserito tra i tre peggiori proprietari della Nba. La sua parsimonia è tornata d’attualità anche dopo la vittoria del titolo. I Knicks hanno lasciato in sospeso i rinnovi di alcuni dei pezzi grossi della squadra, Karl-Anthony Towns e Josh Hart su tutti. Dopo la vittoria del titolo la scorsa primavera, i New York Knicks hanno temporeggiato prima di offrire i rinnovi a chi andrà in scadenza, e probabilmente le firme arriveranno a cifre più basse di quelle previste; altri giocatori hanno cambiato squadra in cerca di contratti più ricchi.
Ai dipendenti della franchigia che non sono cestisti è andata anche peggio. Quando una squadra vince un campionato, è consuetudine che la dirigenza regali un anello da vincitore anche ad altre persone che hanno contribuito al successo, seppur meno elaborato di quello dei giocatori. A settembre, invece, un gruppo di dipendenti del Madison Square Garden ha ricevuto un’email che sembrava promettere proprio un anello, arrivando a chiedere quale dei due modelli disponibili preferissero. Il problema era che si trattava di una truffa mirata, organizzata dallo stesso Dolan per verificare quali dipendenti avrebbero abboccato a una falsa comunicazione aziendale. Pare che Dolan stia diventando sempre più ossessionato in materia di sicurezza informatica, ma nulla può giustificare certe operazioni.
La società Msg, di cui Dolan è proprietario, ha poi precisato che oltre duecentosettantacinque persone tra giocatori, allenatori, dipendenti e altri membri dell’organizzazione avrebbero comunque ricevuto anelli e gioielli, per un valore complessivo superiore a 3,7 milioni di dollari. Ma molti dipendenti di lunga data del Garden, secondo The Athletic, sarebbero rimasti esclusi dalla distribuzione. Insomma, usare proprio la promessa di un anello per mettere alla prova i propri dipendenti è stata una trovata particolarmente sgradevole. Tanto più che, nella serata della consegna ufficiale, anche alcuni assistenti allenatori si sono ritrovati in mano delle scatole vuote: i loro anelli sarebbero arrivati solo in seguito.
Oltre a essere proprietario dei New York Knicks, Dolan controlla anche il Madison Square Garden – l’arena in cui i Knicks giocano le partite casalinghe – e ha interessi diretti nel futuro della Penn Station, la grande stazione ferroviaria che si trova sotto l’arena. Da anni si discute della sua ristrutturazione e della possibilità di spostare il Garden, che occupa il posto in cui sorgeva il vecchio terminal demolito negli anni Sessanta. La questione è arrivata anche sulla scrivania di Trump. Secondo il New York Post, molto attento alle faccende dell’imprenditoria trumpiana, nell’aprile del 2026 il presidente e Dolan si sono incontrati per discutere del progetto e della possibilità d’intitolare la stazione a Trump. Il 20 maggio l’amministrazione ha annunciato un piano da otto miliardi di dollari per la riqualificazione della Penn Station, che mantiene il Madison Square Garden nella sua posizione attuale. È stata invece scartata una proposta alternativa che prevedeva di spostare l’arena dall’altra parte della Seventh Avenue.
Non ci sono prove che l’invito di Dolan a Trump alle Finals sia stato una ricompensa per questa decisione. Ma è difficile ignorare che i due abbiano interessi che s’incrociano ben oltre la loro frequentazione personale […]. Dolan è abituato a esercitare il proprio potere senza troppi contrappesi. Da quando ha assunto il controllo dei Knicks, nel 1999, ha accumulato una lunga serie di controversie. Nel 2017 fece allontanare dal Garden l’ex giocatore Charles Oakley, dando origine a una faida che dura ancora oggi. Ha fatto bandire tifosi che lo contestavano con cori come «Vendi la squadra» e ha usato il riconoscimento facciale per impedire l’accesso alle proprie arene ad avvocati di studi legali coinvolti in contenziosi contro le sue società. Anche per questo la sua fama di proprietario autoritario precede di molto la polemica sulla Casa Bianca.
Nel 2024 Dolan mise il Madison Square Garden a disposizione del comizio di Trump, nove giorni prima delle elezioni presidenziali. Fu l’evento in cui il comico Tony Hinchcliffe definì Porto Rico un’isola galleggiante di spazzatura. La società rivendicò la propria neutralità politica: affittiamo le nostre strutture a entrambi gli schieramenti, spiegò, e non censuriamo artisti o relatori. Ma la neutralità commerciale del Madison Square Garden non coincide con le preferenze del suo proprietario. Dolan continua a finanziare candidati repubblicani, a ospitare Trump nel proprio palco e a rivendicare come un motivo di orgoglio la possibilità di portare i Knicks alla Casa Bianca.
Trump, dal canto suo, non ha mai nascosto quanto apprezzi il rapporto con Dolan. Il giorno dopo la conquista del titolo ha festeggiato i Knicks su Truth Social, definendo la loro cavalcata nei playoff forse la più grande della storia del basket. Quando a giugno è andato al Madison Square Garden – su invito del proprietario – per “Gara 3” delle Finals è diventato il primo presidente in carica ad assistere a una partita delle finali Nba. Il pubblico lo ha fischiato quando è apparso sui maxischermi durante l’inno nazionale, ma Trump ha sostenuto di aver sentito soprattutto applausi.
La Nba resta una lega molto politicizzata e con un’impronta fortemente progressista, nonostante i proprietari delle franchigie. I giocatori, soprattutto, non hanno paura di parlare in pubblico ed esprimere le loro idee politiche. Josh Hart aveva festeggiato pubblicamente la sconfitta elettorale di Trump nel 2020, mentre Karl-Anthony Towns lo aveva criticato per gli attacchi a LeBron James. Dolan può continuare a essere amico di Trump, finanziarlo e ospitarlo nel proprio palco. Ma la visita alla Casa Bianca riguarda i Knicks, a partire dai giocatori, e non sorprende che vogliano decidere in autonomia se incontrare o meno il presidente.