Eileen Gu, il volto “pulito” della Cina

Ph. Kevin Frayer / Getty Images

di Lorenzo Lamperti (wired.it, 8 febbraio 2026)

«Quando sono negli Stati Uniti sono americana, quando sono in Cina sono cinese». Eileen Gu (nota anche col nome cinese Gu Ailing) è una delle atlete più attese alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Sciatrice freestyle, modella, studentessa di Stanford, icona pop, è diventata molto più di una campionessa olimpica.

È un simbolo conteso e spesso strumentalizzato, capace in qualche modo di riflettere le tensioni tra Cina e Stati Uniti, tra identità nazionale e globalizzazione. Nata e cresciuta a San Francisco da madre cinese e padre statunitense, Gu ha vissuto fin dall’infanzia sospesa tra due mondi. Le estati trascorse a Pechino l’hanno aiutata a parlare in modo fluente il Cinese mandarino. Durante l’anno, l’educazione americana a livelli eccellenti.

È tutto nella sua biografia, dove racconta una vita transnazionale, tipica di una generazione globale ma non accettata da tutti, visto che coinvolge le due superpotenze entrate in competizione da ormai un decennio. Quando nel 2019 decide di rappresentare la Cina nelle competizioni internazionali, il suo gesto viene letto in modo radicalmente diverso a seconda dell’osservatore. Per Pechino è un gesto simbolico potentissimo: una giovane atleta cresciuta negli Stati Uniti che sceglie di gareggiare sotto la bandiera cinese. Per molti, negli Stati Uniti, è un tradimento.

«È triste che alcune persone si concentrino più sulla mia nazionalità sportiva che sulle mie prestazioni» ha dichiarato Gu poche settimane fa, sottolineando come il suo obiettivo sia sempre stato quello di promuovere lo sci freestyle. «Non penso che discutere della nazionalità abbia molto senso»; e, quando le è stato chiesto se non volesse chiudere definitivamente la questione mostrando un passaporto cinese, ha risposto senza esitazioni: «Non ne sento il bisogno».

Già, il passaporto. Perché, al di là di sentimenti e ambizioni dei due Paesi coinvolti nella vicenda, c’è una questione molto pratica e normativa. La Cina non riconosce la doppia cittadinanza, un principio rigido che tocca milioni di cittadini comuni, costretti a scegliere definitivamente se mantenere la cittadinanza cinese o acquisirne una nuova, per esempio quella del coniuge. Nel caso di Eileen Gu, tutto resta avvolto in un’ambiguità mai chiarita. Lei non ha mai dichiarato pubblicamente di aver rinunciato alla cittadinanza statunitense, né ha mostrato un passaporto cinese.

Questa ambiguità è diventata eccesso durante le Olimpiadi Invernali di Pechino 2022. In quell’occasione Gu ha vinto due medaglie d’oro e una d’argento, diventando il volto da copertina dei Giochi. Giovane, carismatica, vincente, perfettamente bilingue, capace di parlare ai media occidentali e a quelli cinesi con la stessa naturalezza, ha incarnato il sogno olimpico che Pechino voleva mostrare al mondo: una Cina moderna, aperta, attraente, capace di competere e vincere anche negli sport invernali, storicamente dominio occidentale.

Il successo sportivo si è tradotto immediatamente in successo commerciale. Gli sponsor l’hanno adorata. Marchi cinesi e internazionali si sono contesi la sua immagine, trasformandola in una delle atlete più pagate al mondo. In Cina, il suo volto è apparso ovunque: cartelloni pubblicitari, copertine di riviste, campagne di lusso. Gu è diventata una macchina perfetta di soft power, capace di rendere desiderabile un’identità cinese globale, giovane e glamour. Sui social media cinesi è amatissima da una grande maggioranza. Ma c’è anche una parte dell’opinione pubblica che la vede come il simbolo di un’ambiguità morale.

Da un lato il regime ribadisce con fermezza il divieto di doppia cittadinanza; dall’altro sembra chiudere un occhio quando si tratta di talenti straordinari, soprattutto se utili alla narrazione nazionale della vittoria. In una società dove il successo sportivo è sempre più legato all’orgoglio nazionale, questa percezione di ingiustizia pesa. Non è tanto Eileen Gu in sé a essere contestata, quanto ciò che rappresenta: l’idea che esistano cittadini più cittadini di altri.

Di certo, Gu ambisce a nuovi trionfi a Milano Cortina 2026, dove si presenta come l’atleta cinese più attesa e nota. Alle sue spalle, un movimento sempre più forte. La Repubblica Popolare Cinese ha partecipato per la prima volta alle Olimpiadi Invernali solamente nel 1980, a Salt Lake City. Ventotto atleti, attrezzature spesso di seconda mano, pochissima esperienza internazionale e nessuna medaglia. L’ascesa è stata graduale, pianificata e in grado di colmare un divario che sembrava incolmabile.

La svolta arriva all’inizio del nuovo millennio, dopo i Giochi di Sydney 2000. In quell’edizione, la Cina ottiene un buon numero di medaglie complessive, ma resta drammaticamente indietro in alcune discipline chiave, soprattutto quelle con il maggior numero di podi disponibili. È da questa constatazione che nasce il cosiddetto Progetto 119, dal numero di medaglie allora in palio in atletica leggera, nuoto, canottaggio, canoa e vela. Il principio è semplice: tutte le medaglie valgono allo stesso modo e la Cina deve investire dove il rendimento potenziale è più alto.

Il Progetto 119 segna un cambio di paradigma nello sport cinese. L’obiettivo non è più soltanto partecipare o eccellere in alcune discipline tradizionali, ma costruire una macchina capace di massimizzare il rendimento olimpico. Allenamento scientifico, selezione precoce dei talenti, scuole sportive statali, investimenti mirati e una pressione costante sui risultati diventano i pilastri del sistema. I Giochi di Pechino 2008 rappresentano il primo grande banco di prova: la Cina chiude al primo posto nel medagliere, superando per la prima volta gli Stati Uniti. È la dimostrazione che il modello funziona.

Negli anni successivi questa logica viene progressivamente estesa anche agli sport invernali, un terreno storicamente ostile per un Paese privo di una tradizione consolidata sulla neve. Dopo l’assegnazione dei Giochi Invernali del 2022, Pechino fissa un obiettivo ambizioso: coinvolgere trecento milioni di cittadini negli sport invernali. Non si tratta solo di formare campioni, ma di creare un intero ecosistema. In pochi anni, in Cina nascono centinaia di stazioni sciistiche, indoor e outdoor, piste di pattinaggio, programmi scolastici dedicati, eventi promozionali per bambini e famiglie.

Sul piano agonistico, la Cina adotta la stessa strategia già sperimentata con successo negli sport estivi: individuare le discipline più medagliabili e concentrare lì le risorse. Short track, pattinaggio di velocità, freestyle skiing, snowboard e aerials diventano i settori prioritari. L’obiettivo non è sfidare subito le grandi potenze in tutti gli sport, ma scegliere battaglie mirate. I risultati arrivano. Dal primo oro olimpico invernale conquistato nel 2002, la Cina cresce edizione dopo edizione. Fino all’exploit di Pechino 2022, dove vince nove ori e si piazza tra le prime nazioni del medagliere.

A Milano Cortina 2026, l’obiettivo non dichiarato è consolidare quanto ottenuto in casa e dimostrare che il successo del 2022 non è stato un’eccezione legata all’effetto, tradizionale, di gareggiare in casa. Con Eileen Gu si va oltre la performance. Un’atleta pop che è in grado di parlare a una generazione giovane rafforza il medagliere della Cina, ma anche l’immagine globale dell’intero Paese.

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