Eurovision caput mundi

Ph. Lisa Leutner / Reuters

di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 11 maggio 2026)

Il Rathausmann, cavaliere di ferro che domina il Municipio di Vienna, osserva dall’alto una città trasformata, per una settimana, nel centro nevralgico del pop europeo. Sotto il monumento, tra i palazzi imperiali e le facciate neogotiche della Ringstraße, l’Eurovision Song Contest ha infatti inaugurato ieri la sua settantesima edizione con una passerella sfavillante, rumorosa, volutamente eccessiva.

Ma basta spostare lo sguardo appena oltre il Turquoise Carpet per capire che la Capitale austriaca non sta vivendo soltanto giorni di festa. Da una parte ci sono i fan accampati dietro le transenne, i cori, i video che invadono i social, l’apparato kitsch. Dall’altra, i blocchi antisfondamento davanti alla Stadthalle e le centinaia di agenti mobilitati per la sicurezza. Non è una contraddizione nuova per l’Eurovision: un evento che continua a rivendicare la propria natura apolitica, ma che finisce puntualmente per trasformarsi in uno dei luoghi in cui le tensioni (non solo continentali) emergono con maggiore evidenza.

In questa edizione c’è tutto: la guerra in Medio Oriente, le polemiche sulla presenza israeliana, le accuse di doppio standard rispetto all’esclusione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. A restituire il livello di tensione è stato l’arrivo del rappresentante israeliano Noam Bettam sul tappeto turchese dell’apertura. «Accompagnato da altri membri della delegazione israeliana e da guardie di sicurezza, ha stretto la mano ai suoi sostenitori, mentre i fan tra la folla scandivano “Noam! Noam!”», scrive il Jerusalem Post. Intanto, la Spagna ha rinunciato alla gara proprio per protestare contro la partecipazione di Israele. Irlanda, Slovenia, Islanda e Paesi Bassi hanno seguito la stessa linea.

Oltre mille artisti internazionali hanno aderito agli appelli al boicottaggio, tra cui Peter Gabriel e i Massive Attack. Alcuni storici siti specializzati hanno persino sospeso la copertura dell’evento, consapevoli che una parte consistente del fandom considera ormai impossibile separare la manifestazione da ciò che accade fuori dal palco. Continua a pesare anche il precedente dell’anno scorso, quando la cantante israeliana Yuval Raphael, sopravvissuta all’attacco del 7 ottobre, arrivò seconda dopo giorni segnati da proteste e polemiche. Secondo alcuni Paesi partecipanti, il risultato sarebbe stato influenzato dalla mobilitazione social del governo Netanyahu: un’accusa che ha alimentato ulteriormente il dibattito sulla neutralità del contest.

Per le strade di Vienna, intanto, si parla anche d’Iran. Nelle scorse ore circa duecento manifestanti hanno sfilato in centro contro Israele e il regime degli ayatollah con lo slogan «Boycott Eurovision», sventolando la bandiera “Leone e Sole” in vigore ai tempi dello Scià. Poco dopo, un gruppo di connazionali fedeli alla Repubblica Islamica ha risposto con vessilli del regime, proclami anti-israeliani e musica tradizionale diffusa a tutto volume vicino alla Stadthalle.

Eppure continua a esistere anche un controcanto popolare e apolitico. Sal Da Vinci, vincitore di Sanremo 2026 e nostro rappresentante al contest europeo, ha ribadito la sua posizione: «Boicottare l’Eurovision? È una questione politica, la musica non c’entra niente, copre tutti i dolori del mondo. Io rispetto chi protesta, ci mancherebbe altro. Per quanto mi riguarda ho sempre visto la musica come un bagno di pace, ha sempre portato unione. Quindi per me è inclusione, è un palcoscenico per l’eternità. Sono contento e felice di rappresentare il mio Paese, la musica non c’entra niente con la politica».

Ecco, dunque, l’Eurovision alla vigilia della prima semifinale di martedì 12 maggio: un gigantesco spettacolo pop nato per unire il Continente che finisce invece per mostrarne tutte le ferite, le spaccature e le contraddizioni. La domanda, allora, è quanto sarà difficile, soprattutto quest’anno, continuare a cantare sopra il rumore del mondo.

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