La vita spericolata di Susan Sarandon

Ph. Madison Swart / Ap

di Chiara Maffioletti (corriere.it, 25 settembre 2026)

Con la grazia e il candore di chi ha delle idee e non si preoccupa di esprimerle, Susan Sarandon – ottant’anni tra pochi giorni, il 4 ottobre –, fermata tra le persone che manifestavano contro la presenza del premier israeliano Benyamin Netanyahu all’Onu, aveva ribadito anche alla Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso 6 settembre (era lì per presentare il suo ultimo film, The Echo Chamber), di essere consapevole del boicottaggio di Hollywood per le sue posizioni politiche.

«Mi sono stati negati diversi film di recente perché ci sono alcune agenzie che ancora oggi dicono alle persone di non assumermi per le mie posizioni politiche, ma questa è la struttura del potere», aveva spiegato durante la conferenza stampa. Senza traccia di risentimento ma con piena lucidità. Aggiungendo anche che «però, tra le persone e specialmente a livello internazionale, mi sento accolta. Sì c’è stato un cambiamento, ma ci sono posizioni ancora molto radicate nei miei confronti nel mio settore. I sionisti non hanno ancora attenuato le ostilità nei miei confronti ma ora ho trovato la mia famiglia, ho trovato la mia gente e sto bene». Appassionata ma con garbo, ribelle e libera, non ha mai avuto paura di schierarsi per le cause che riteneva giuste, convinta che il dissenso sia una forma di espressione oltre che uno strumento politico.

«Quando mi chiedono se ho dei rimpianti rispondo di no, ma avrei voluto commettere più velocemente i miei errori», aveva raccontato al Lido. Specificando che questi errori dovevano essere «possibilmente grandi. Siccome tutti li dobbiamo fare, almeno che siano tali. È l’augurio che ho fatto anche a mio figlio dopo la laurea: vai e sbaglia clamorosamente». La sua ultima battaglia, forse la più complessa, è stata, dagli inizi, quella pro-Pal: «La narrativa ora è cambiata; è stata una rivelazione per molti scoprire quanto denaro gli Usa diano ad Israele». Detto questo: «Il genocidio in Palestina non finirà perché se ne parla a Venezia, o ai festival, ma tutti i film hanno una funzione politica, perché sfidano, mettono in dubbio lo status quo».

L’impegno per questa ragazza nata a New York, nel Queens, è sempre stato parte della sua essenza, così come l’attivismo, intrecciato da sempre con la sua carriera hollywoodiana. C’è chi sarebbe stato più cauto, chi si sarebbe esposto meno. Non lei, che da sempre ha voluto far sentire la propria voce intrecciando per oltre quarant’anni carriera e militanza. Pacifista, anti-establishment, non si è limitata a elargire generose donazioni, o anche a più impegnative dichiarazioni pubbliche: Sarandon, fino all’ultimo, è scesa in piazza, ha usato il megafono che deriva anche da un ruolo pubblico e arcinoto come il suo.

Già dagli anni Ottanta si era spesa per sostenere l’educazione sull’Hiv, aveva preso parte a molte iniziative contro fame e disuguaglianze. Sostenitrice del movimento Lgbtq+ da quando era meno banale esserlo, si era opposta apertamente alla pena capitale legando la promozione del suo film, Dead Man Walking (era nel 1995) a uno spettacolare dibattito per parlare di pena di morte, dignità dei detenuti e carcerazione di massa. Nel 1993 aveva anche protestato nella notte più scintillante del cinema, agli Oscar. Presentando un premio con Tim Robbins, aveva denunciato la detenzione a Guantanamo di oltre centocinquanta rifugiati haitiani sieropositivi, ai quali gli Stati Uniti negavano l’ingresso. Un gesto non autorizzato, che aveva irritato l’Academy ma che tanti anni dopo resta uno dei primi grandi esempi di uso politico del palco degli Oscar.

Non è la prima volta, ora, che l’attrice viene arrestata. Era già successo nel 1999, durante una protesta per Amadou Diallo, immigrato guineano disarmato ucciso da agenti della Nypd con quarantuno colpi sparati. Dopo poco, era stata nominata Goodwill Ambassador, compiendo missioni in India e Tanzania, occupandosi di bambini, discriminazione di genere, istruzione, lotta alla fame e alle disuguaglianze. Negli anni Duemila era stata definita anti-americana e aveva ricevuto minacce di morte per aver partecipato alle grandi manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq, contestando la politica di George W. Bush. Aveva poi sostenuto il movimento Occupy Wall Street e il Partito Democratico americano, in generale.

Pacifismo, giustizia economica, diritti civili. Sono infinite le battaglie che hanno appassionato la Sarandon, ribelle di Hollywood che non si è accontentata di essere una luminosa stella del cinema, preferendo continuare a rimanere una persona.

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