
di Antonio Carioti (corriere.it, 14 ottobre 2026)
Lo chiamavano il Jet. E a giusto titolo. L’afroamericano Tommie Smith fu il primo atleta a correre i 200 metri in meno di 20 secondi, un’impresa storica. Ma la sua fama è legata ancora di più al gesto che lui e John Carlos, altro velocista nero statunitense, fecero durante le Olimpiadi di Città del Messico, il 16 ottobre 1968, al momento della premiazione.
Era il periodo della lotta contro il razzismo, ancora fortissimo negli Usa, e pochi mesi prima era stato assassinato il campione dell’impegno non violento per i diritti civili, Martin Luther King. Smith, che aveva vinto la medaglia d’oro stabilendo il record del mondo (battuto 11 anni dopo dal nostro Pietro Mennea), si presentò sul podio con Carlos, che aveva ottenuto il bronzo. Entrambi esibirono una tenuta assai disordinata, senza scarpe, per denunciare la miseria in cui viveva la loro gente in un Paese ricco come gli Stati Uniti. E soprattutto, quando venne suonato l’inno americano, i due sollevarono il pugno guantato di nero. Un gesto sovversivo per eccellenza, immortalato da fotografie che hanno fatto epoca.
Quella posa era infatti divenuta il simbolo del Black Power (Potere Nero). Non un partito, ma un movimento composito informale, il cui scopo era affermare l’orgoglio identitario della popolazione afroamericana e la sua ribellione in chiave rivoluzionaria – non più semplicemente integrazionista, come nella visione di King – contro il dominio dei bianchi e il suprematismo razziale. I suoi aderenti non si proponevano di ottenere pari diritti, ma di contestare la società dalle fondamenta. Ideologo principale di questa corrente, e inventore dello stesso termine Black Power, era Stokely Carmichael, che nel 1969 si sarebbe trasferito in Africa.
Smith e Carlos, pur non essendo attivisti politici, avvertivano dolorosamente la permanenza della discriminazione razziale, pesante anche nel campo dello sport. Va ricordato che l’anno prima il grande pugile Muhammad Ali (nato Cassius Clay, poi convertitosi all’Islam) era stato privato del titolo mondiale dei pesi massimi per il suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam. Un particolare curioso è che Carlos si era dimenticato i guanti neri e Smith gliene prestò uno dei suoi. Così l’atleta medaglia di bronzo dovette alzare (come testimoniano le foto) la mano sinistra invece della destra, che era quella prevista dal rituale del Black Power. I due campioni neri piegarono anche il capo, in ricordo delle tante vittime di linciaggi razziali nella storia degli Stati Uniti.
Ovviamente il comportamento di Smith e Carlos suscitò clamore. Vennero fischiati dal pubblico, mentre ebbero la solidarietà della medaglia d’argento, l’australiano Peter Norman, anch’egli impegnato contro il razzismo. «Se io vinco» dichiarò Smith per spiegare quanto aveva fatto «mi considerano un americano, non un afroamericano. Ma se facessi qualcosa di male allora mi darebbero del negro. Siamo neri e siamo orgogliosi di esserlo». I due ribelli vennero espulsi dai Giochi su intimazione del presidente del Comitato olimpico internazionale, lo statunitense Avery Brundage, e in patria subirono gravi minacce.
Smith e Carlos, all’epoca poco più che ventenni, sono ancora vivi. Il primo ha anche scritto un’autobiografia. E la loro protesta, riprodotta in molti murales nel mondo, è stata rievocata in alcuni documentari e da diversi musicisti. Purtroppo il razzismo non è affatto debellato e la condizione degli afroamericani resta difficile. Anni fa, quasi a replicare l’iniziativa dei due velocisti, il gesto d’inginocchiarsi [“kneeling”, N.d.C.] per ricordare l’uccisione del nero George Floyd, soffocato da un poliziotto, si diffuse nel mondo dello sport, che non può certo mai restare estraneo ai conflitti che attraversano la società.