
di Matteo Suanno (wired.it, 5 marzo 2026)
I suoi comizi, diventati virali in Nepal, assomigliano a videoclip reggaeton. Altro che discussioni su temi, programmi, dialettica. In uno degli ultimi video circolati on line balla sul tettuccio di un pickup, dietro i suoi occhialini dalla lente rettangolare, rigorosamente neri.
È sommerso dalla folla, dai suoi elettori, Balendra Shah: “Balen”, questo è il nome che lo ha reso celebre. Prima come rapper, poi come sindaco di Kathmandu, la Capitale. Ora, secondo molti, questo 35enne potrebbe cambiare il volto del piccolo Paese asiatico attraversato, appena sei mesi fa, da una violenta rivolta per rovesciare il governo. È lui il favorito alle elezioni generali che si tengono oggi, giovedì 5 marzo. Oggi gli elettori nepalesi sono chiamati al voto per rinnovare il Parlamento, che eleggerà poi il nuovo governo, compreso il primo ministro. Sono quasi 19 milioni i cittadini aventi diritto chiamati alle urne, di cui metà sotto i 45 anni.
La popolazione del Nepal è giovane – l’età media non arriva ai 26 anni – ma la sua partecipazione politica è ancora saldamente legata a partiti politici espressione delle ideologie del Novecento, su tutti il Partito Comunista del Nepal. Anche per questo a settembre del 2025 il Paese è stato travolto da violenti proteste cui hanno preso parte migliaia di giovani e che per questo sono state soprannominate «proteste della Generazione Z». Le manifestazioni erano iniziate come forma di opposizione al divieto imposto dal governo guidato da Sharma Oli, leader dei Comunisti, su social media popolari come Facebook, Instagram e Discord. Grazie (o a causa) alla mobilitazione passata su queste piattaforme, erano rapidamente degenerate in una rivolta nazionale contro un sistema politico percepito come corrotto e dominato da un’élite anziana.
La repressione fu brutale: oltre 70 morti tra i manifestanti, il Parlamento e la Corte Suprema dati alle fiamme, e alla fine il primo ministro Oli costretto a dimettersi. Da settembre a oggi il Paese è stato governato da un primo ministro ad interim, l’ex giudice Sushila Karki, sostenuta dal partito di centro Rastriya Swatantra e da una fragile coalizione che l’ha traghettato fino alle urne. Durante le proteste, i manifestanti avevano chiesto a Shah, all’epoca sindaco di Kathmandu, di provare a formare un governo e diventare primo ministro, ma lui aveva rifiutato rimandando l’appuntamento al voto.
Oggi Balen, che nel frattempo è entrato a far parte del Rastriya Swatantra Party, sfida la ricandidatura dello stesso Oli e altri veterani come Sher Bahadur Deuba del Nepali Congress. Ma lo fa proponendosi come alternativa generazionale a una classe politica giudicata vecchia e corrotta sotto ogni punto di vista: l’estetica, la comunicazione, le dichiarazioni. Per esempio, durante la campagna elettorale a gennaio, Shah ha chiarito la sua visione sulla politica estera: ha spiegato che il Paese non deve limitarsi a essere uno «Stato cuscinetto» tra le potenze confinanti Cina e India, come storicamente è stato, ma diventare un «ponte» attivo per partenariati economici e commerciali trilaterali. L’obiettivo, ha detto, è «rafforzare la connettività» e promuovere collaborazioni vantaggiose con entrambi i vicini «senza subire la loro influenza politica».
«Cara Gen Z, il vostro assassino si è dimesso. Ora la vostra generazione dovrà guidare il Paese. Siate pronti». Era stato questo il messaggio che Shah aveva rivolto ai manifestanti dopo gli eventi di settembre, scagliandosi ancora una volta contro la politica tradizionale. La politica Shah l’ha conosciuta dapprima sotto forma di denuncia, attraverso i testi di musica rap. Povertà, disuguaglianze e soprattutto una critica caustica all’establishment nepalese – contenuta in versi come «tutti i leader sono ladri, stanno saccheggiando il Paese» – erano una costante nelle sue canzoni. La musica gli ha permesso di arrivare a tantissimi connazionali, grazie a canzoni divenute virali come Balidan (Sacrificio) che ha superato i 7 milioni di visualizzazioni su YouTube.
Nel tempo Shah si è costruito un nutrito seguito soprattutto tra i giovani, stanchi di vedere i coetanei emigrare in cerca di lavoro o restare rassegnandosi a condizioni di sfruttamento. Da artista ha cavalcato social media, sfidando altri rapper sui tetti di Kathmandu o organizzando bagni di folla da pop star, sempre con il suo stile riconoscibile: blazer nero, jeans, occhiali con lenti scure e rettangolari. La sua predisposizione mediatica gli ha permesso di raggiungere una fetta notevole della popolazione, specie nelle principali città, tanto da consentirgli di candidarsi a sindaco di Kathmandu nel 2022, vincendo con il 38% dei voti, oltre 10 punti sopra gli avversari politici.
Una vittoria schiacciante incassata da indipendente, discostandosi sempre dalla politica internazionale e rifiutando alleanze con i partiti storici del Paese. Ed è proprio questa traiettoria ascendente, che l’ha portato prima a governare Kathmandu e ora a candidarsi alle elezioni, che l’ha reso secondo molti osservatori il grande favorito alle elezioni. Ciononostante, non esistono sondaggi ufficiali pubblicati alla vigilia del voto, perché la legge elettorale nepalese prevede un periodo di silenzio pre-elettorale. Secondo il Financial Times, gli ultimi dati circolati indicavano una crescita costante di Balen nei centri urbani – in particolare nella valle di Kathmandu – e tra gli under 40 mobilitati dopo le proteste del 2025. L’altro candidato atteso, il veterano Oli, resta invece competitivo nelle aree rurali e nei distretti storicamente legati al Partito Comunista, come Jhapa, dove la rete organizzativa è più radicata.
La vera incognita, più che le percentuali, è l’affluenza giovanile. Da sindaco Shah ha portato avanti alcune politiche giudicate positivamente dagli elettori, come una migliore gestione dei rifiuti e i finanziamenti alle scuole, oltre alla distribuzione di prodotti igienici gratuiti. Tuttavia, la sua esperienza da sindaco non è stata esente da critiche. Shah ha sposato una linea di “pulizia” urbana che ha messo in subbuglio ampi settori della cittadinanza. Ha ordinato la demolizione di strutture costruite senza permesso su terreni pubblici, tra cui anche attività in mano a piccoli artigiani.
Allo stesso tempo, la polizia municipale sotto il suo comando ha intensificato le operazioni contro i venditori ambulanti presenti sui marciapiedi della città e in altre zone centrali, spesso sradicando carretti e merci, con video che hanno circolato ampiamente sui social e mostrano agenti che usano la forza fisica per disperdere commercianti improvvisati. Attivisti per i diritti umani hanno denunciato queste azioni come uso eccessivo di forza contro persone vulnerabili, definendole «ingiuste e disumane». Le proteste di commercianti e lavoratori della strada sono sfociate anche in mobilitazioni organizzate: nei mesi scorsi centinaia di operai della rottamazione e piccoli imprenditori hanno marciato davanti agli uffici dell’amministrazione a Kathmandu, accusando il sindaco di aver scatenato un «panico da bulldozer» contro le loro attività e chiedendo protezione costituzionale per il loro diritto di lavorare, l’arresto degli agenti coinvolti negli eccessi e un risarcimento per i danni subiti. Per questo motivo, organizzazioni internazionali come Human Rights Watch lo hanno messo sotto accusa per aver usato la polizia per «maltrattare i poveri della città» e hanno dichiarato che monitoreranno le sue politiche se dovesse diventare primo ministro.
Nonostante i bagni di folla circolati sui social media, quella di Shah non è stata una vera e propria campagna elettorale, soprattutto perché sin dall’inizio della sua esperienza politica ha scelto di evitare sistematicamente i media tradizionali. Gran parte del suo successo si basa sull’estetica della sua comunicazione sulle piattaforme e sui rari interventi pubblici durante gli eventi elettorali, che non durano mai più di tre minuti. Similmente a molti leader contemporanei Shah ha scelto di saltare la mediazione dei mezzi di comunicazione e controllare lui stesso il messaggio, trasformando ogni apparizione in un’occasione per produrre contenuti. Una tattica che gli consente di presentarsi come l’antidoto alla corruzione delle élite che per decenni hanno dominato la politica nepalese – i comunisti di Oli, il Nepali Congress, i maoisti e i monarchici che si sono alternati al potere – e lo fa con una retorica semplice, quasi binaria: il popolo contro il sistema.