Argentina-Inghilterra: dalle Malvinas alla Mano de Dios

Reuters

di Aldo Cazzullo (corriere.it, 12 luglio 2026)

Non sarà la rivincita della Guerra delle Malvinas. Sarà la rivincita dei quarti di finale di Messico 1986, la battaglia dell’Azteca, la Mano de Dios – che poi era la mano di Maradona – e il gol più straordinario della storia del calcio.

Certo, Messi ha segnato dopo slalom ancora più inebrianti; non all’Inghilterra però. «Chi non salta è inglese» cantavano gli argentini a Miami, alla fine della sofferta vittoria con la Svizzera. Gli hinchas, i tifosi, lo fanno d’abitudine, anche se non devono giocare contro l’Inghilterra. Figuratevi mercoledì [15 luglio], nella semifinale di Atlanta. Le Malvinas sono un’ossessione per gli hinchas, per i calciatori, per l’intero Paese. Non a caso sono citate sia in Muchachos, la canzone che accompagnò la vittoria al Mondiale in Qatar, sia in La cuarta estrella, l’inno con cui gli argentini sono arrivati qui in America alla sfida fatale.

Le Malvinas sono il grande torto subìto. Non è inutile però ricordare che quella guerra fece cadere un regime sanguinario, che gettava i dissidenti dagli aerei e addestrava i cani ad azzannare i prigionieri ai genitali. Del resto, i regimi cadono quando perdono le guerre: è accaduto anche a Mussolini, a Hitler, ai colonnelli greci sconfitti dai turchi a Cipro. «Las Malvinas son argentinas» annunciò nel 1982 dal balcone della Casa Rosada il generale Galtieri, tra il tripudio della folla, dopo il blitz con cui aveva occupato le isole che in effetti distano 500 chilometri dalla Patagonia, ma sono territorio britannico. Poi il generale sfidò gli inglesi: «Si quieren venir, que vengan; les presentaremos batalla!» («se vogliono venire, che vengano; gli daremo battaglia»).

Il problema è che vennero. La giunta militare non aveva tenuto conto che dall’altra parte dell’Oceano c’era Margareth Thatcher. La Royal Navy salpò. Mitterrand, che per la Thatcher aveva un debole – «ha la bocca di Marilyn e gli occhi di Caligola» – le passò i codici per neutralizzare i missili Exocet, che la Francia aveva venduto alla giunta militare. In Italia buona parte della Dc e del Psi sposarono la causa argentina, per la disperazione del presidente del Consiglio Spadolini, grande atlantista. A un certo punto, un sottomarino nucleare inglese inquadrò nel mirino l’incrociatore General Belgrano. Gli ammiragli esitavano, nel timore di procurare un’escalation e perdere il sostegno degli americani.

«Sink it», affondatela, digrignò la Thatcher (magistrale l’interpretazione di Meryl Streep nel film The iron lady, “La lady di ferro”). I morti furono 323. La Union Jack tornò a sventolare sulle Falklands-Malvinas. Spadolini andò dalla Thatcher a scusarsi: «Colpa dei socialisti…». «I socialisti sono uguali in tutto il mondo» sorrise lei, gelida ma accondiscendente. Gli argentini scesero in piazza contro i generali, Reagan li mollò, il regime cadde. Ma la ferita restò aperta. La “Mano de Dios” era anche uno slogan politico, era il modo scelto da Maradona per dire che Dio aveva punito gli inglesi.

Ai Mondiali la rivincita dell’Azteca c’è già stata, nel girone eliminatorio di Giappone-Corea 2002. Il mio giornale di allora mi mandò a raccontare la partita. Si giocava a Sapporo, in uno stadio chiuso, cosa all’epoca mai vista. Il clima era tesissimo, i giapponesi seguivano in silenzio, si sentivano le grida dei calciatori, gli insulti. L’Argentina era molto forte ma il c.t., che era purtroppo “El Loco” Bielsa, non riuscì a schierare insieme Crespo, Batistuta, Aimar, Veron: il suo obiettivo non era far convivere i campioni, ma inseguire i suoi schemi mentali. Vinse l’Inghilterra 1-0, rigore di Beckham (c’era, l’arbitro aveva visto giusto, infatti era Pierluigi Collina). L’Argentina tornò a casa, l’Inghilterra uscì ai quarti con il Brasile futuro campione.

Stavolta chi vince va in finale contro Francia o Spagna. E la tensione sarà anche sugli spalti: l’Inghilterra è forse la squadra con la tifoseria più folta e organizzata; ma gli hinchas sono scatenati. L’Argentina finora non ha fatto vedere granché, ma ha quella che Ungaretti definiva «allegria di naufragi»: ha rischiato di uscire contro Capo Verde, Egitto, Svizzera, e si è sempre salvata. Grazie anche al divino Messi – «por la ultima de Leo» dice il nuovo inno –, sempre in bilico tra il ritiro e il trionfo, giunto all’ultima o alla penultima partita al Mondiale: la differenza è enorme.

Dall’altra parte, gli inglesi sono stanchi. La trasferta in altura a Città del Messico, dove hanno battuto i padroni di casa in una partita durissima, è stata la vera impresa del Mondiale, ma è costata cara. Contro la Norvegia hanno finito sulle ginocchia; e buon per loro che uno dei due avversari colpiti dal virus misterioso, di cui il c.t. si era rifiutato di rivelare il nome, era chiaramente Haaland, esausto (gli americani sono tristi per la sua eliminazione perché l’avevano adottato: adorano il suo modo di attaccare l’avversario come nel football, quello americano appunto). Anche gli inglesi hanno le loro canzoni, Wonderwall, testo d’amore diventato inno di squadra, e Hey Jude: quando l’hanno cantata a Bellingham dopo la doppietta di sabato, si è commosso.

Sarà una grande semifinale. Metafora della politica e della guerra, esattamente come il calcio. E nessuno ricorderà che, secondo Borges, l’argentino è un italiano che parla Spagnolo e crede di essere inglese.

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