
di Sarantis Thanopulos (huffingtonpost.it, 3 ottobre 2025)
Cercare di trovare un metodo o un disegno nella follia di Donald Trump è fatica sprecata. La follia è il suo metodo ed è strettamente associata a un’evidente disinibizione psichica e ad una consistente megalomania. Opera in modo estremamente coerente nella direzione del suo unico vero obiettivo: smantellare tutto ciò che mette limiti alla sua concezione autoreferenziale di sé e del mondo.
Le sue oscillazioni, i suoi ripensamenti, le sue incongruenze testimoniano l’opportunismo con cui cerca di aggirare gli ostacoli che la realtà e altri poteri pongono alle sue pretese. Fanno parte della manipolazione continua delle sue relazioni con gli altri, con cui il baro che vive in lui porta avanti la sfida continua contro il proprio destino di essere un mortale umano.
“Hubris” è il concetto che meglio di tutti spiega il pensare e l’agire di Trump. Esso definiva nella Grecia Antica l’arroganza, la sopravvalutazione di sé, che porta un soggetto, un gruppo o un popolo a violare, occupandolo, lo spazio della convivenza con gli altri (come accade quando la crescita di una pianta invade lo spazio delle altre piante). Nella tragedia I Persiani, Eschilo definisce come hubris la costruzione di un ponte di barche da parte del re Serse, mosso in guerra contro Atene, per l’attraversamento dello Stretto dei Dardanelli. Violando la natura (trasformando il mare in terra), Serse oltrepassa il confine tra l’umano e il divino, e causa l’ira degli dèi.
Nel modo di vedere dei poeti tragici, l’hubris era un atto insolente compiuto contemporaneamente contro gli dèi e contro l’altro umano. La configurazione dell’hubris sulla scena tragica rivela la natura vera della legge del più forte: l’arrogarsi da parte di un uomo, o di un popolo, di un diritto “divino”, sovrumano e legittimato solo dalla sua autoreferenzialità, che lo eleva arbitrariamente al di sopra degli altri uomini o degli altri popoli. Per legittimare il diritto d’imporre la loro volontà ai Melii, gli Ateniesi non trovano di meglio che farlo derivare dalla logica naturale che regola il rapporto tra gli dèi e gli umani.
In Retorica, Aristotele approfondisce il concetto dell’hubris sul piano psicologico. L’arroganza è per lui espressione di una mancanza di rispetto per l’altro, del bisogno di umiliarlo che non deriva dalla volontà di trarre un vantaggio personale diverso dall’azione stessa, ma per il piacere che l’umiliazione dell’altro gli procura. Il motivo di questo piacere è il sentimento di superiorità che l’azione arrogante produce. La svalorizzazione oltraggiante dell’altro aumenta, nella percezione di chi oltraggia, il proprio valore. Questa percezione, si può aggiungere, è rinforzata dai sentimenti di scoramento e di soggezione che l’oltraggio crea in chi lo subisce.
Trump, paradigma mondiale dell’insolenza, per la chiarezza e la coerenza con cui la esprime (solo Netanyahu lo avvicina, mentre Putin è una figura più oscura nei suoi movimenti), agisce certamente in difesa dei suoi interessi personali e anche per evidenti motivi di vendetta. Nondimeno, se adottiamo la visuale acuta di Aristotele, la sua arroganza non sarebbe lo strumento per realizzare questi suoi obiettivi concreti, ma un’azione “performativa” che realizza di per sé un senso di superiorità.
Trump agisce, per dirlo in parole semplici, per sentirsi un padreterno. È questa la spinta che lo muove nel mondo e l’accumulazione di ricchezza, la violazione delle leggi o il loro asservimento alla sua volontà e la vendetta contro i nemici sono subalterne ad essa. Più è ricco, più depreda, più punisce o distrugge chi lo contrasta, più smantella le istituzioni, più si sente al di sopra di tutto e di tutti, immortale. Quando si sente acclamato e rassicurato sulla sua condizione di divinità, diventa capace, a suo modo, di slanci di generosità (prevalentemente verbali). Il suo “tallone d’Achille” è il fatto che la continua violazione delle regole lo rende ricattabile dai suoi complici e lo riporta alla condizione di un comune mortale. Vive nella necessità assoluta di sottomettere la legge al suo volere.
Dietro l’hubris si nasconde la paura della morte che ci invade tutte le volte che abbiamo paura di vivere. L’antidoto all’angoscia per la nostra condizione di esseri mortali è la vita veramente vissuta. Vivere dentro relazioni di scambio reciprocamente soddisfacenti con gli altri, nel rispetto che consente lo sviluppo delle nostre e delle loro qualità umane, ci fa conoscere, abitare e godere il mondo oltre lo spazio e il tempo della nostra esistenza concreta. Ci fa partecipare in modo diretto e indiretto nell’infinita rete di rapporti dialogici che tesse la trama immortale dell’esperienza umana attraverso il tempo. Prolunga in noi la vita di chi ci precede e la nostra in quella di chi viene dopo. Finiti nella nostra esistenza materiale, viviamo nell’infinito delle nostre emozioni in cui il passato convive col presente e il futuro si affaccia come presentimento che dà ampiezza e profondità al sentimento (l’eternità del momento intenso).
Perché l’hubris incarnata in Trump ottiene un grande consenso di massa nonostante i suoi effetti distruttivi su tutte le relazioni (affettive, culturali, politiche), la legittimazione dell’arbitrio e della violenza e la deregolazione compulsivamente inseguita della nostra convivenza? Quando la vita affettiva e sociale diventa così precaria, piena di incognite e di incertezze, com’è nei nostri giorni, viverla può diventare troppo destabilizzante e, per quanto dal punto di vista di un osservatore esterno ciò appare del tutto irrazionale, chi ci sta dentro può attaccarla per difendersene. Se quanto è stato costruito non è più solido e si dispera di poterlo ristrutturare o ricostruire, la volontà di smantellarlo, piuttosto che viverci dentro, può prevalere: l’aggressività che mette in movimento scarica l’angoscia e sposta l’assetto psicocorporeo dalla posizione depressiva di passività e di rassegnazione al servizio dell’azione arrogante che è compattante e mobilitante.
In definitiva l’hubris è un oltraggio al senso della vita, nella pretesa onnipotente di elevarsi al di sopra di essa. Ha un effetto fortemente inebriante sul soggetto insolente e su chi lo segue. Si realizza come azione compulsiva che, ripetendosi, crea la folle sensazione dell’autogenerazione. «L’hubris alleva hubris, finché non trova la sua punizione» disse Eraclito. Il conto salato delle disastrose azioni di Trump, la punizione che prima o poi verrà dalla vita, non è detto che lo pagherà lui.