di Giorgia Olivieri (vanityfair.it, 12 giugno 2025)
Quel cappello blu con i fiori gialli, indossato dalla regina Elisabetta all’apertura del Parlamento nel 2017 era davvero un messaggio all’Europa nei giorni in cui si discuteva della Brexit? La sovrana, anche se fosse ancora tra noi, non rivelerebbe nulla neanche sotto tortura ma anche Angela Kelly, sarebbe a dire chi quel copricapo lo disegnò, si è ritirata a vita privata con la bocca ben cucita.
La scrittrice Daisy Goodwin, invece, una risposta la butta là sul palco del Theatre Royal di Bath fino al 14 giugno e poi in giro per l’Inghilterra durante la stagione estiva. Ha debuttato il 5 giugno nella città inglese By Royal Appointment, lo spettacolo teatrale pensato come «un viaggio emotivo in 15 abiti». La storia ruota attorno all’amicizia tra la sovrana e la Dresser, un personaggio ispirato ad Angela Kelly, la fidata guardarobiera e assistente personale della monarca scomparsa a Balmoral l’8 settembre 2022.
«I miei vestiti parlano per me, quando non posso farlo io» dice Elisabetta II, interpretata dall’attrice Anne Reid. Ed è attorno a questo spunto che ruota la pièce diretta da Dominic Dromgoole, che vede in scena una Dresser, appunto, l’attrice Caroline Quentin, un Milliner (James Dreyfus) e un Designer (James Wilby). Chi ha avuto modo si sfogliare The Other Side of the Coin: The Queen, the Dresser and the Wardrobe. A Captivating Royal Biography, il libro scritto da Angela Kelly e approvato dalla regina in persona, troverà delle analogie ma, a detta di Daisy Goodwin, anche le vicende di cronaca che hanno riguardato l’assistente e confidente della sovrana sono state uno stimolo ad abbracciare questa storia.
Come è noto, Angela Kelly è stata allontanata da Windsor: la volontà della regina Elisabetta era quella che la sua amica continuasse ad abitare nella dimora a lei assegnata nella tenuta, ma re Carlo non era dello stesso avviso. Con la promessa di non divulgare faccende private della famiglia reale in un eventuale nuovo libro, la Corona le avrebbe acquistato un cottage da 465mila sterline nel Peak District, una zona nel Nord dell’Inghilterra.
L’autrice, nell’articolo che lei stessa ha firmato per il Times, specifica di non avere mai incontrato Angela Kelly ma dichiara di essere rimasta colpita dalla vicenda. Le cronache riportano che quando la collaboratrice tornò a Windsor da Balmoral, dopo la morte di Sua Maestà, trovò addirittura le serrature cambiate a stanze alle quali aveva sempre avuto accesso. «La sorte del favorito reale quando il regime cambia è ricca di drammatiche possibilità. Mi ha ricordato la caduta del Munshi, l’insegnante di Urdu della regina Vittoria, odiato dalla famiglia reale e cacciato dalla sua casa nella tenuta di Osborne al momento della sua morte» osserva Daisy Goodwin, al suo debutto teatrale, che da tempo si cimenta in drammi reali come romanziera e come sceneggiatrice (a lei si deve anche la serie tv britannica Victoria).
Il primo abito di cui si parla nello spettacolo, però, appartiene a un’epoca pre-Kelly. Si tratta della mise sfoggiata da Elisabetta per l’investitura di Carlo a principe di Galles. Fu una cerimonia molto suggestiva che si tenne al Castello di Caefarnon. L’idea di fondo è che l’evento dovesse tenere insieme il passato e il futuro della monarchia britannica. La regina, fa notare la Goodwin, aveva un «vestito sorprendentemente moderno».
«L’abito giallo narciso rivelava per la prima volta le ginocchia al pubblico che guardava la tv a colori» si legge sul Times, «era il suo modo di segnalare che stava portando la monarchia in una direzione nuova e moderna». A completare l’outfit, un cappello molto particolare che da una parte sembrava un copricapo dell’età Tudor e dall’altro un casco spaziale: «un abbinamento perfetto per una cerimonia in stile medievale che si svolgeva tra le antiche rovine del Castello di Caernarfon, in un set sorprendentemente moderno ideato dal cognato, Lord Snowdon», evidenzia Goodwin.
Tra gli abiti che prendono vita a teatro, anche quello che la regina indossò per incontrare Wallis Simpson. Lì l’autrice vede proprio l’intenzione della sovrana di distinguersi dalla moglie dello zio, quel re Edoardo VIII che abdicò nel 1936 per amore, ancora oggi considerata una fashion icon. «L’ensemble dice chiaramente che la regina, a differenza della duchessa, non ha bisogno di apparire alla moda per guadagnarsi l’approvazione del mondo», sottolinea Daisy Goodwin.
Angela Kelly fu la prima donna a disegnare abiti per la regina e questo dettaglio rende ancora più interessante il personaggio, che aveva fama di essere piuttosto difficile, tanto da essere chiamata a corte “AK47” (nome con cui è conosciuto il fucile Kalashnikov). Prima di allora c’erano stati Norman Hartnell, il couturier che creò gli abiti più significativi della vita della sovrana, tra cui quello del matrimonio e quello dell’incoronazione, e Hardy Amies, cui va aggiunto il modista Freddie Fox; questi ultimi due hanno suggerito i personaggi per il Milliner e il Designer.
Secondo la Goodwin, il pregio della personal dresser fu quello di aver “liberato” Elisabetta. Angela Kelly ha dato un’identità alla sua sovrana a suon di cappottini colorati e cappelli abbinati, ma nel farlo non ha trascurato il comfort. È leggendario il ritratto in cui la regina appare con le mani infilate nelle tasche di un vestito pensato proprio dall’assistente, un gesto considerato come una vera e propria rottura del protocollo. Si animerà sul palcoscenico anche l’outfit rosa sfoderato per il Giubileo d’Argento del 1977, un look considerato importante perché dimostra come nulla fosse lasciato al caso. Pare che il motivo per cui fu scelto quel colore fosse sentimentale: era rosa il vestito che Elisabetta indossava per il Giubileo d’Argento di suo nonno, Giorgio V.
Lo spettacolo è ovviamente un’opera di finzione, le battute non sono vere ma verosimili. «Non si tratta di una registrazione di conversazioni reali, ma ho trascorso abbastanza tempo con persone di fiducia della regina e della sua famiglia per essere certa che nulla di ciò che si vede sia irrealistico» chiarisce la Goodwin in un’intervista al Telegraph. «Ho letto innumerevoli biografie di Elisabetta, ma le sue scelte in fatto di guardaroba non vengono quasi mai menzionate se non come elemento di ambientazione»; e aggiunge: «eppure, se chiedi a qualcuno di descriverla inizierà sempre dai suoi vestiti».
Ma quindi quel cappello blu con i fiori gialli era un messaggio in codice per l’Unione Europea oppure fu una semplice coincidenza, come scrisse Angela Kelly nel suo libro? Innanzitutto, il contesto: il referendum sulla Brexit fu votato nel 2016 e il risultato fu discusso all’apertura del Parlamento del 2017. Si diceva che la regina Elisabetta fosse a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, un’opinione manifestata in occasione di un pranzo a Buckingham Palace. Insomma, per smentire voci considerare addirittura infondate, la sovrana con quel copricapo avrebbe al contrario mostrato il suo disappunto per la Brexit.
Una cosa è certa: la verità non la sapremo mai. Angela Kelly ribadisce tra le pagine del suo libro che «le cose non sono come sembrano». Un cortigiano avrebbe affermato che «nulla è lasciato al caso», tesi sposata da Daisy Goodwin in By Royal Appointment. Perché, come punta a dimostrare con la sua pièce, «un cappello è più di un semplice pezzo di paglia: sulla testa della regina è un abile strumento di pubbliche relazioni».
