La follia ossessiva di “Misery non deve morire”

Columbia Pictures / Everett Collection

di Giulio Zoppello (wired.it, 30 novembre 2025)

Misery non deve morire [Misery] è uno di quei film che non invecchiano mai. Frase abusata, senz’altro, ma non in questo caso. Il film di Rob Reiner, uscito in sala esattamente trentacinque anni fa, è stato capace di diventare un vero oggetto di culto.

E non solo per i fan di Stephen King (che per una volta tanto si disse soddisfatto del risultato) ma per chiunque ami un cinema fatto di atmosfera, idee, capace di prenderci per la gola. Misery non deve morire nacque grazie al produttore Andrew Scheinman. Era un grande fan di Stephen King e decise di proporre all’amico Rob Reiner di creare una versione per il grande schermo del romanzo, uscito nel 1987. Al team si aggiunse in poco tempo lo sceneggiatore William Goldman (quello di Butch Cassidy), che tirò fuori una sceneggiatura che, a parte qualche dettaglio, era abbastanza fedele alla storia originale. Il problema sorse quando si trattò di trovare gli attori attorno ai quali costruire quell’horror psicologico disturbante, interessantissimo, ma che prometteva di essere una vera fatica d’Ercole.

In realtà pochi credevano nel progetto, tant’è che la lista di star che rifiutarono il ruolo di Paul Sheldon fa strabuzzare gli occhi: Robert De Niro, Al Pacino, Micheal Douglas, Harrison Ford, William Hurt, Kevin Kline, Dustin Hoffman, Gene Hackman e anche Robert Redford. Misery non deve morire pareva radioattivo, e il personaggio del resto era una novità per quei tempi. Abbiamo un uomo di successo, sicuro di sé, che si ritrova non solo mentalmente ma anche fisicamente alla mercé di una donna. Anche molte attrici rifiutarono la parte di Annie Wilkes, come Anjelica Huston o Bette Midler. Col senno di poi possiamo dire che aver avuto James Caan e Kathy Bates sia stato il segreto dietro il successo di un film che fu capace di dominare i botteghini, battuto solo da Mamma ho perso l’aereo. Il motivo? Reiner superò sé stesso, guidandoci dentro un labirinto orribile, un torture movie a tutti gli effetti, capace di scioccare il pubblico dell’epoca.

Misery non deve morire ha al centro Paul Sheldon, specializzato in period drama ambientati in epoca vittoriana che gli hanno donato fama e fortuna. Tuttavia, da tempo si è stancato di dedicarsi a questo genere e soprattutto della protagonista dei suoi racconti: Misery Chastain. Ne Il figlio di Misery, l’ultimo romanzo della serie, in procinto di uscire, Paul ha fatto morire la protagonista per potersi dedicare ad altro. Il suo nuovo libro lo ha scritto in Colorado, come di sua abitudine, ma tornando verso la Grande Mela rimane vittima di un incidente stradale a causa di una tempesta di neve. Viene salvato da Annie Wilkes, una donna che vive da sola in una casa sperduta in mezzo ai monti. Non può neppure immaginare che Annie sia una sua fan, anzi che sia letteralmente ossessionata sia da lui sia dalla serie di romanzi su Misery. Paul ha fratture e ferite in tutto il corpo, ma Annie, la sua salvatrice, sostiene di essere un’infermiera e comincia a prendersi cura di lui dicendogli che le comunicazioni sono interrotte.

Nell’esatto momento in cui Paul concede ad Annie, che appare tanto premurosa, il permesso di leggere il suo romanzo inedito, tutto cambia. La donna reagisce con rabbia e violenza al contenuto di quelle pagine, al cambiamento radicale di stile di Paul. Misery non deve morire comincia a diventare una perfetta macchina di paura, con un crescendo di tensione e ambiguità a dir poco opprimenti. Quella donna, che sembrava solamente un po’ appiccicosa, grazie a una Kathy Bates sensazionale diventa il ritratto stesso della follia. Una follia coperta da una patina di ammirazione, addirittura amore (dal punto di vista di Annie), che per Paul significherà sopportare umiliazioni, torture, orrore. James Caan, uno dei “duri” di Hollywood, ci dona la sua più grande performance di sempre esprimendo tutta la meraviglia, lo stupore e la fragilità di un uomo costretto ad ammettere di essere prigioniero della sua stessa fama, della tanto remunerativa adorazione di una fan.

La fotografia di Barry Sonnenfeld, ma soprattutto la scenografia complessa e simbolica di Norman Garwood, Mark W. Mansbridge e Garrett Lewis, sono armi nelle mani di Reiner: le usa per guidarci dentro la mente di Annie, in realtà una serial killer spietata e sadica; quella casa, anzi quella stanza dove Paul è prigioniero e legato al letto altro non è che un prolungamento del gorgo che si nasconde dentro la sua mente. Chimica fantastica quella tra la Bates e Caan. In breve, tra vittima e carceriera, comincia una partita a scacchi, un gioco di inganni e bugie. Reiner utilizza in modo perfetto primi e primissimi piani, usa diverse angolazioni per farci sembrare spesso Annie gigantesca, dominante, e Paul piccolo, indifeso, conscio alla fine che nessuno sa che lui si trova lì.

Far risorgere Misery, accontentare quella donna folle, pare essere l’unica strada per Paul, rinchiuso letteralmente in una prigione studiata nei minimi dettagli. Misery non deve morire ci fa sentire dentro la carne e il cuore di Paul, che scopre il passato di Annie, i suoi omicidi, cerca di avvelenarla durante una cena, si arma di coltello. Tutto inutile: lei lo sa, ha visto, gli spaccherà le caviglie a martellate in una sequenza diventata a dir poco leggendaria. Strizzando l’occhio al giallo d’autore, ad Agatha Christie ed Edgar Allan Poe, Rob Reiner ci guida dentro un mondo dove ogni dettaglio, una forcina, la statuetta di un pinguino, sono pericoli mortali per Paul.

Di villain al femminile ne avevamo già avuti, ma Annie è la prima, vera, serial killer di cui il grande pubblico abbia un ricordo reale e cosciente. Nessun personaggio femminile aveva avuto un impatto così forte, così significativo, come simbolo del male da molto tempo. Siamo, del resto, negli anni Novanta, quando il movimento femminista, dopo il decennio reaganiano, ha ricominciato a farsi sentire, e anche con veemenza quando necessario. Non c’era un legame diretto (il romanzo di Stephen King è del 1987), ma è fuor di dubbio che il personaggio di Annie abbia saputo rimanere impresso anche perché simbolo di un momento di radicale cambiamento della donna e della sua rappresentazione mediatica. Reiner, a ogni modo, qui ci guida magistralmente dentro un mondo fatto d’impotenza, di camere chiuse e morte.

Neanche lo Sceriffo McCain (Richard Farnsworth) può scampare a questa donna demoniaca. Annie ci appare sempre più una strega, una creatura che supera le facoltà normali di Paul, letteralmente costretto, per batterla, a seguirla quasi fino all’ultimo nella sua follia. Annie sogna di morire con lui, lui la asseconda, ma prima bisogna finire il nuovo romanzo, quello che segnerà il ritorno di Misery, la sua resurrezione. Manipolazione per manipolazione, Misery non deve morire effettua un giro da 360 gradi: ora è Paul ad avere il controllo, è lui a manipolare la sua aguzzina, a giurarle amore. La lotta finale, le pagine che bruciano, lui che le sfonda la testa sono altre cartucce di un racconto sulla violenza come mancanza di empatia, e risposta a quest’ultima.

Misery non deve morire è stato capace di anticipare la tossicità della società dello spettacolo, in cui la visibilità diventa una condanna. Il finale, il volto della cameriera al ristorante che a un traumatizzato Paul in lei rivede la sua aguzzina, quell’idea di un romanzo con cui sfruttare il suo trauma altro non sono che la conferma di un azzeramento del confine tra fiction e vita reale. Misery non deve morire anticipa di pochi mesi l’uscita di quel Il silenzio degli innocenti col quale si darà il via alla moda dei film sui serial killer, simbolo del volto nascosto della società e dell’uomo moderni. Acclamato universalmente dalla critica, verrà però liquidato con un po’ di sufficienza dall’Academy, che darà a Kathy Bates un Oscar meritatissimo come Miglior attrice protagonista, ma trascurerà la regia di Rob Reiner, la colonna sonora di Marc Shaiman, James Caan e le maestranze.

A distanza di trentacinque anni, questo film continua ad essere un simbolo di perfezione cinematografica nel suo genere di riferimento, che ha rinnovato tantissimo. Metafora della società dei consumi e della visione egoistica della vita sempre più imperanti, armato di significati sociali, culturali e politici non da poco, Misery non deve morire ha saputo rinnovare il concetto di paura e orrore, connettendoli a una visione della donna oscura ma affascinante.

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