Misery non deve morire [Misery] è uno di quei film che non invecchiano mai. Frase abusata, senz’altro, ma non in questo caso. Il film di Rob Reiner, uscito in sala esattamente trentacinque anni fa, è stato capace di diventare un vero oggetto di culto.
Il miglio verde (The Green Mile) di Frank Darabont compie un quarto di secolo. Dopo tutto questo tempo, questa sublime trasposizione del romanzo di Stephen King rimane uno dei titoli più amati e ricordati dal grande pubblico, in virtù di una caratura innegabile a livello formale e di significati. Toccante, profondo, capace di essere un mix di genere di grande innovazione, è però soprattutto uno dei più grandi film carcerari di ogni tempo, un risveglio della coscienza unico nel suo genere.
Secondo il critico britannico Robin Wood, il reale soggetto del genere horror sarebbe la lotta per il riconoscimento di tutto quello che la nostra civiltà cerca di reprimere e poi in seconda battuta opprimere. Stephen King, un altro esperto in materia, ha paragonato il racconto dell’orrore all’incisione di un bubbone, attraverso la quale proviamo a far defluire elementi negativi e conflittuali. In questo senso non è forse un caso che i primi grandi horror americani degli anni Trenta fossero per lo più ambientati all’estero, quasi il Paese non si sentisse ancora pronto a praticare l’incisione e confrontarsi con il proprio sottobosco.