
di Mario Lavia (linkiesta.it, 12 agosto 2026)
Per quello che sappiamo finora, e ammesso che sia vero, Valter Lavitola aveva in testa il progetto di fare di Sigfrido Ranucci un leader politico che addirittura poteva aspirare a diventare Presidente del Consiglio, con il grottesco corollario di Lavitola medesimo nella parte del Gianni Letta della situazione.
Sembrerebbe una riedizione di Oltre il giardino, con il giardiniere Peter Sellers che si trova a fare il consigliere del presidente americano. Ma non è proprio così. L’idea di Lavitola – tralasciando qui il ristorante di pesce, la bomba e gli altri elementi grandguignoleschi della vicenda –, a pensarci bene, non era così strampalata. La crisi della politica offre sempre grandi spazi a outsider, newcomer, personaggi televisivi, imbonitori, mattocchi di vario tipo: non siamo più ai tempi di Aldo Moro e Ugo La Malfa, e nemmeno a quelli di Romano Prodi e Silvio Berlusconi, c’è bisogno di dirlo? Un Paese che ha assegnato più del trenta per cento a un comico e ora sembra pronto a dare un mare di voti a un ex generale che intende «rastrellare» le periferie, perché non dovrebbe votare uno come Ranucci?
Il disorientamento ideale e il rigetto delle élite politiche conducono, o possono condurre, alla risacca dell’antipolitica anche in forme non necessariamente rozze e prive di riferimenti politico-culturali. Il «campo» del conduttore di Report, d’altra parte, è abbastanza definito. È quello esposto ai quattro venti, cioè la sinistra in senso lato, i cui attuali leader sono una ragazza venuta dal nulla e un avvocato spuntato per caso: una sinistra da anni in cerca di un centro di gravità permanente, di solidità ideale e di prestigio tra le masse, sempre infettata dai germi del populismo, dato che gli anticorpi verso la politica semplificata da media e social non esistono, tantomeno a sinistra.
E allora perché non Sigfrido? Lui non è tanto peggio di molti dirigenti dell’attuale campo largo. Può certamente non piacere, con quell’arroganza che nasconde le cose poco nitide. Ma è il legittimo erede del giustizialismo manettaro e populista, quel «davighismo politico» che è stato la benzina del primo grillismo e del Fatto Quotidiano, e dell’uso parziale del cosiddetto giornalismo d’inchiesta di matrice santoriana: tutta roba che piace a un bel pezzo della sinistra antiriformista e anche a settori della destra meno colta, vittimista e politicamente qualunquista.
Ranucci sguazza nella dicotomia bene-male da lui stesso disegnata, esattamente come faceva Michele Santoro: persino oggi che l’amico gli ha piazzato una bomba sotto casa fa il paladino del bene, la vittima di trame oscure, tecnicamente parte lesa, ma nella sostanza in una posizione quantomeno equivoca. Politicamente, potrebbe coprire quella zona di elettorato che non si riconosce più nel vecchio centrosinistra e che conserva una fortissima domanda di legalità, giustizia sociale, controllo sui poteri e lotta per la pace. È in qualche modo la versione giornalistica e non partitica di una certa sinistra populista italiana collegata ai valori del cattocomunismo cui lui stesso si è richiamato.
Avrebbe – dovremmo dire, avrebbe avuto – uno spazio elettorale? Sì: rubando consensi a un MoVimento 5 Stelle imborghesito e politicista come quello di Giuseppe Conte, e anche a un Partito Democratico considerato alquanto moscio nella battaglia per la legalità e anche per la pace, e soprattutto subalterno ai mitici poteri forti che nella logica travagliesca muovono i fili del Paese contro i bisogni del popolo. Con qualche mese di lavoro a opera di bravi professionisti del marketing politico, il giornalista con la camicia bianca sbottonata e la erre moscia sarebbe potuto diventare l’ultimo affabulatore di una certa sinistra, pronto a suonare il piffero di una rivoluzione figlia della demagogia televisiva più che di una dottrina politica. Valter Lavitola forse non aveva torto. Bomba o non bomba, Sigfrido Ranucci poteva arrivare a Roma, malgrado lui.