di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 28 maggio 2025)
Un premio, un plauso istituzionale via social, poi lo strappo diplomatico. La vittoria del regista irananiano Jafar Panahi a Cannes, dove ha conquistato la Palma d’Oro con It was just an accident, si è rapidamente trasformata in un caso politico, accendendo un nuovo fronte di tensione tra Parigi e Teheran.
Tutto è cominciato quando, poche ore dopo la premiazione, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha definito su X il riconoscimento «un gesto di resistenza contro l’oppressione del regime iraniano». Il post (poi rimosso) ha provocato l’immediata reazione della Repubblica islamica, che ha convocato l’incaricato d’affari francese a Teheran. Secondo quanto riferito dall’agenzia ufficiale Irna, il diplomatico è stato ricevuto da Mohammad Tanhaei, capo del Secondo Dipartimento per l’Europa occidentale del ministero degli Esteri, che ha definito le parole di Barrot «una palese ingerenza negli affari interni dell’Iran».
Non solo. Il rappresentante iraniano ha accusato Parigi di «abuso dell’opportunità di ospitare un evento cinematografico per promuovere i propri obiettivi politici contro la Repubblica islamica dell’Iran» e ha affermato che «il governo francese, in quanto uno dei principali sostenitori del regime sionista nelle sue continue, gravi violazioni dei diritti umani e umanitari, in particolare del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, non ha alcuna autorità morale per avanzare rivendicazioni in materia di diritti umani e accusare gli altri».
La polemica si è ben presto riversata nel dibattito pubblico, tra chi ha accolto con entusiasmo il riconoscimento a Panahi e chi, come l’agenzia di stampa della magistratura iraniana Mizan, lo ha liquidato come «la prova che il Festival cinematografico è caduto nella trappola dei giochi politici». Aggiungendo che il messaggio di Barrot era «parte di uno scenario politico prestabilito a Cannes, da eseguire con l’aiuto di attori anti-iraniani».
Panahi, finanche incarcerato in passato per le sue posizioni critiche e indipendenti, ha accolto il premio con sobrietà e coraggio. «Non ho alcun timore a rientrare a casa», ha dichiarato ai giornalisti. E così è stato: il 26 maggio è atterrato a Teheran, accolto da amici e sostenitori. Il suo It was just an accident è stato prodotto clandestinamente, al di fuori dei canali ufficiali, ed è stato dedicato agli artisti cui è stato vietato di esprimersi liberamente; in particolare alle donne, perseguitate per aver sostenuto il movimento Woman, Life, Freedom.
Dal palco del Festival francese, Jafar Panahi ha lanciato un nuovo appello all’unità degli iraniani nella lotta per la libertà. Un monito raccolto da oltre 150 artisti, scrittori e attivisti che, in una dichiarazione congiunta, hanno celebrato la «perseveranza e creatività» del regista, affermando che «la voce della verità e dell’arte non potrà mai essere messa a tacere di fronte all’oppressione». «Questo premio è una sorta di riconoscimento del cinema indipendente al di fuori della supervisione e delle regole della Repubblica islamica», ha dichiarato il fumettista Mana Neyestani a Radio Farda. «E, allo stesso tempo, sostiene il movimento di ricerca della libertà del popolo iraniano».
Ma quest’anno, sulla Croisette, Panahi non era l’unico portavoce dell’arte che sfida la Repubblica islamica. In concorso c’era anche Saeed Roustaee, condannato nel 2023 a sei mesi di carcere per aver inviato il film Leila e i suoi fratelli al Festival senza autorizzazione e per essersi rifiutato di tagliare alcune scene. La pena è stata sospesa, ma il regista dovrà seguire per cinque anni un corso «per imparare a realizzare film nel rispetto della morale nazionale».
Intanto Roustaee è arrivato a Cannes con Woman and Child, in cui esplora i meccanismi della violenza sistemica contro le donne, restando nei limiti della censura ma sferrando un duro attacco sul piano simbolico e narrativo. Il suo stile, come quello di altri autori della scuola iraniana, fonde la denuncia politico-sociale con un linguaggio cinematografico di respiro internazionale.
Ne fanno parte autori come Ali Asgari, cui è stato proibito di girare film dopo aver presentato Kafka a Teheran alla Mostra del Cinema di Venezia; Mohammad Rasoulof, recentemente fuggito dall’Iran dopo anni di condanne e repressione; e Asghar Farhadi, due volte premio Oscar con Una separazione (2012) e Il cliente (2017), assolto nel 2024, al termine di una lunga battaglia legale, da un’accusa di plagio ritenuta pretestuosa. Un cinema, il loro, che resiste, racconta e, anche sotto minaccia, continua a farsi ascoltare (e premiare) nel mondo.
