
di John Fiegener (huffingtonpost.it, 15 giugno 2026)
Per chi si fosse perso i titoli dei giornali americani, sotto The Claw – così è stata chiamata l’arena, “L’Artiglio” – il numero uno dell’Ultimate Fighting Championship (la lega Usa degli sport di combattimento) è stato chiaro: non ci sarà un’altra rissa come quella che si è conclusa domenica sera sul prato della Casa Bianca.
«Non me lo posso permettere. Non lo faremo mai più» ha detto Dana White, il capo dell’Ufc: facile capire perché. La sua associazione deve pagare altri settecentomila dollari per sostituire l’erba del prato Sud della Casa Bianca: oltre al resto dell’evento, la cui organizzazione costa circa sessanta milioni di dollari. Non si sa ancora quanto sia stato incassato dalla vendita dei biglietti, dal merchandising e dalla pubblicità, né dalle scommesse (milioni di dollari è la stima in questo caso).
Lo spettacolo di sette incontri si è concluso nelle prime ore di lunedì ed è servito a festeggiare gli ottant’anni di Donald Trump. Appena è finito il presidente degli Stati Uniti è salito sull’Air Force One, in volo verso la Francia e il vertice del G7. In realtà chiunque graviti nell’orbita di Trump è soggetto ai suoi capricci, quindi, se il presidente decidesse di richiamare l’Ufc per portare di nuovo i lottatori a Washington, è difficile immaginare che White possa dire no.
Nonostante ciò che ha detto la Casa Bianca, l’evento non è stato spettacolare quanto la sfida di John Fitzgerald Kennedy che fece arrivare un uomo sulla Luna ed è improbabile che abbia raggiunto un pubblico di un miliardo di spettatori, come ha affermato il segretario di Stato, Marco Rubio. In realtà, un sondaggio Reuters/Ipsos ha rilevato che solo il 16% del pubblico Usa era d’accordo con l’idea di un evento di sport sanguinario alla Casa Bianca, il 46% pensava che non era appropriato per il presidente organizzare un incontro in gabbia e solo il 31% dei repubblicani ha approvato lo spettacolo.
L’evento è stato paragonato a un antico combattimento tra gladiatori romani, messo in scena dagli imperatori per intrattenere, emozionare e tenere occupate le masse irrequiete. Alcune delle regole delle arti marziali miste o dei combattimenti Ufc sono simili a quelle usate nell’antico Colosseo: non si possono cavare gli occhi, non si può mordere, non si può colpire alla schiena, non si può calpestare un avversario a terra e non si possono ignorare le istruzioni dell’arbitro. Ci potevano essere solo tre modi per uscire dal ring: per sconfitta, quando un combattente sconfitto si arrende; per knockout, ossia quando l’arbitro interrompe l’incontro perché un combattente non è in grado di difendersi; oppure quando i round sono terminati e il giudice decide il vincitore.
Il ring a forma di ottagono, circondato da un’alta recinzione, ha permesso a quattromila membri di un pubblico selezionato con cura – tra cui la famiglia Trump, ministri, miliardari, sponsor, membri delle forze armate e una manciata di professionisti del settore e giornalisti – di assistere da vicino agli incontri. Il più atteso è arrivato per ultimo: era per il titolo dei pesi leggeri, ed è finito con il perdente in ospedale con il volto insanguinato e gli occhi gonfi.
Lo spettacolo era stato deciso mesi fa, molto prima che Trump decidesse d’iniziare una guerra in Iran al fianco del suo amico a fasi alterne, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La decisione di organizzare l’incontro è stata dettata dal suo interesse per gli sport sanguinari, ma mirava anche a ricompensare la sua base elettorale e i giovani che lo sostenevano e sono appassionati di arti marziali miste in America.
Quello era ieri. Oggi, l’ottantenne presidente sta cercando disperatamente di aggrapparsi ai giovani uomini bianchi di fronte alle crescenti richieste di senatori e deputati di smetterla con le esibizioni e il caos e di concentrarsi sui problemi per evitare una disfatta nelle elezioni di mid-term di novembre. Lo spettacolo sanguinario e i gladiatori che vi hanno combattuto saranno forse ricordati ora come l’ultimo grande show di Trump prima che un partito insoddisfatto di lui, dei giudici o l’opposizione popolare gli presentino il conto.