di John Fiegener (huffingtonpost.it, 15 giugno 2026)
Per chi si fosse perso i titoli dei giornali americani, sotto The Claw – così è stata chiamata l’arena, “L’Artiglio” – il numero uno dell’Ultimate Fighting Championship (la lega Usa degli sport di combattimento) è stato chiaro: non ci sarà un’altra rissa come quella che si è conclusa domenica sera sul prato della Casa Bianca.
Donald Trump si prende anche il Kennedy Center. Il famoso centro culturale, una delle più rinomate istituzioni di Washington e d’America, è stato ribattezzato dal board “Trump-Kennedy Center”. Il cambio di denominazione – ha annunciato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt – è stato deciso «all’unanimità».
Il nuovo Jack Kennedy non si chiama Kennedy. Il che mi fa tornare in mente quella volta che una caporedattrice mi corresse il virgolettato di un amico di John Kennedy che lo chiamava Jack perché secondo lei, che era di Roma ma si percepiva fluent, Jack era un altro nome, mica un diminutivo di John.
La Casa Bianca ha offerto alle corporation americane la possibilità di mettere il proprio marchio all’annuale Easter Egg Roll, l’evento che si tiene il lunedì di Pasqua nei giardini della residenza presidenziale. Secondo la Cnn, l’amministrazione Trump ha deciso di mettere in vendita spazi pubblicitari in occasione dell’evento, in programma il 21 aprile, che vedrà giochi e competizioni tra i bambini.
Sempre più spesso le celebrità indossano sui red carpet e agli eventi importanti vestiti d’archivio, che non sono stati disegnati apposta e che non appartengono alla collezione in corso: insomma, non nuovi. È successo anche alla prima serata del Festival di Sanremo 2024, quando Clara, la prima cantante in gara, ha indossato un abito di Armani Privé della collezione di haute couture del 2011, presentato quindi a una sfilata 13 anni fa.
di Roberto Brunelli (hollywoodreporter.it, 11 dicembre 2023)
C’erano tutti, c’erano le candele, c’era la commozione, c’era il bisogno di esserci, c’era il rimpianto, c’era la speranza. Molti si tenevano per mano, si passavano le foto di John. E cantavano. Era l’8 dicembre, ma non quello del 1980. Non era neanche uno dei giorni successivi, quando a decine di migliaia si ritrovarono al Central Park – il punto esatto oggi è conosciuto come Strawberry Fields – per piangere insieme l’addio a John Lennon. Che era stato ammazzato a pochi metri di distanza, all’ingresso di casa sua, il Dakota Building a Manhattan.
di Chiara Pizzimenti (vanityfair.it, 6 agosto 2022)
La questione non ha confine né latitudine. In campagna elettorale la musica è fondamentale: trascina. Gli esperti di politica e comunicazione lo sanno: un tormentone, una canzone impegnata, un classico, ognuna può far presa in maniera diversa e portare avanti i candidati. Solo che non sempre chi quelle canzoni le canta e le ha portate al successo è pronto e felice di vederle usare per scopi propagandisti. Ultimo caso La Rappresentante di Lista contro Matteo Salvini. L’oggetto del contendente è la canzone Ciao ciao, tormentone che viene dal Festival di Sanremo. Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina segnalano in un tweet: «Ci arriva voce che al comizio di S4lvini il dj abbia messo #ciaociao. La nostra maledizione sta per abbattersi su di te, becero abusatore di hit».
di Ilaria Perrotta (vanityfair.it, 20 aprile 2022)
Prima di scrivere l’articolo, la domanda che ci/vi poniamo subito è: in settanta anni di regno quanti abiti avrà indossato la regina Elisabetta? Centinaia di migliaia, milioni forse? Davvero difficile, dunque, sceglierne sette, uno per decade di monarchia, rappresentativi della sua personale storia della moda e, in generale, di quella del costume che anche lei ha contribuito a scrivere in svariati decenni. Dato che, poi, questo 21 aprile Sua Maestà aggiunge un’altra candelina alla fila, lunghissima, di fiammelle sulla sua torta. Happy birthday to you Lilibet, 96 anni and simply the best in the world. Spesso unica donna in stanze piene di uomini, attraverso il suo regno ha visto arrivare e andarsene svariate tendenze. Tra i suoi più grandi successi c’è, sicuramente, l’aver costruito nel tempo uno stile iconico e libero da convenzioni modaiole.
Martedì alcune centinaia di persone, molte delle quali seguaci della teoria del complotto QAnon, si sono riunite a Dallas, in Texas, per attendere l’arrivo – che ovviamente non c’è stato – di John John Kennedy, morto in un incidente aereo nel 1999. John F. Kennedy Junior era il figlio minore di John Fitzgerald Kennedy, il presidente statunitense ucciso nel 1963 a Dealey Plaza, a Dallas. In conseguenza di una teoria ritenuta estrema persino da buona parte dei seguaci di QAnon, alcuni altri seguaci si erano quindi radunati proprio a Delay Plaza (insieme a curiosi e giornalisti) a quanto pare convinti che John John si sarebbe palesato lì per lanciare la sua candidatura, in veste di vicepresidente di Donald Trump, alle elezioni presidenziali del 2024 (ma tra i presenti c’era anche chi aveva teorie persino più assurde).
di Mauro Suttora (huffingtonpost.it, 13 novembre 2020)
Non è la prima volta che un bambino, preoccupato per Babbo Natale, si rivolge a un politico. Sessant’anni prima di Tommaso Z., cinque anni, di Cesano Maderno (Monza Brianza), che ha chiesto a Giuseppe Conte di garantire al vecchio Santa Claus «un’autocertificazione speciale per consegnare i doni a tutti i bambini del mondo», Michelle Rochon, otto anni, scrisse una lettera dal suo Michigan a John Kennedy: «Ferma i russi, per favore. Se bombardano il Polo Nord uccideranno Babbo Natale». «Non preoccuparti, ieri ho parlato con lui e sta bene. Farà di nuovo il suo giro questo Natale», le rispose il presidente degli Stati Uniti, più sintetico del nostro premier.Continua la lettura di Prima di Conte la letterina di Natale arrivò a Kennedy. E non andò tanto bene…→