
di Federica Valcauda (linkiesta.it, 29 settembre 2026)
C’è qualcosa di rivelatore nel vedere i corridoi del potere civico ridotti al set di una puntata scartata di The Office. Pochi giorni fa, su Instagram, un reel ha immortalato due volti noti della politica: il sindaco di New York Zohran Mamdani e il presidente del Consiglio spagnolo Pedro Sánchez.
I due rappresentanti politici sono stati ripresi mentre erano intenti a sfidarsi a pallacanestro, nell’ufficio del sindaco a City Hall. Canestro improvvisato: il cestino della carta straccia. Palla: fogli appallottolati. Espressioni complici, montaggio incalzante, risate calibrate al millisecondo. Mi sono fermata a osservare i commenti sotto al reel, alcuni dicevano: «Perché in Italia non abbiamo due politici così?», altri invece lodavano la “semplicità” dei due rappresentanti, altri ancora ostentavano cuori e applausi. E io mi sono chiesta, in Inglese: «What about politics?».
Sarò mica diventata una bacchettona? No, si tratta di una questione di decoro istituzionale e non di moralismo, il problema non è evidentemente il gioco in sé, ma il dispositivo simbolico che mobilita. Quel reel non è un dietro le quinte spontaneo: è la prova generale di una mutazione antropologica in cui la sfera pubblica abdica alla propria natura conflittuale per trasformarsi in puro palinsesto d’intrattenimento. Nel 1967, aprendo La società dello spettacolo, Guy Debord fissava una diagnosi destinata a diventare profetica: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Debord non descriveva semplicemente un mondo invaso dalla pubblicità o dalla televisione, ma una trasformazione radicale dei legami comunitari: lo spettacolo non è un accumulo di immagini, bensì «un rapporto sociale tra persone, mediato da immagini».
L’evoluzione individuata da Debord si muoveva su tre stadi storici: l’essere, in quanto identità umana definita dall’azione e dall’esperienza diretta; l’avere, con il capitalismo industriale l’individuo viene subordinato al possesso materiale delle merci; l’apparire, perché nel processo di trasformazione il possesso non basta più, serve l’esibizione per esistere. Nel canestro di carta a City Hall, questo passaggio raggiunge il suo compimento parossistico. Il ruolo istituzionale non è più esercitato come leva materiale di trasformazione urbana, né vissuto come responsabilità tragica verso una comunità frammentata: serve unicamente come sfondo scenografico per legittimare un reel. La stanza del sindaco perde la sua funzione di centro decisionale e diventa un fondale in cartongesso per una sketch-comedy verticale.
La scelta del registro comico e cameratesco non è casuale: risponde ai dettami algoritmici della relazione parasociale, quel legame a senso unico per cui lo spettatore si convince di conoscere intimamente un personaggio pubblico semplicemente perché ne consuma i contenuti digitali. Nel paradigma della politica pop contemporanea, l’autorevolezza tradizionale, percepita come fredda, elitaria o distante, viene rimpiazzata da un’empatia prefabbricata. Dietro a uno schermo tutti possono recitare una parte, nella vita reale le sfumature assumono linee e percorsi diversi: tutti oggi diventiamo attori di una scena, tralasciando la realtà.
Dunque, il rappresentante deve mostrarsi vulnerabile, autoironico, uno di noi, deve simulare la noia del lunedì mattina, le battute tra colleghi alla macchinetta del caffè, il tiro da tre punti con la carta appallottolata. Questo meccanismo produce un effetto politico devastante: sterilizza la critica. Come si può contestare duramente una delibera sull’emergenza abitativa, un piano regolatore o i tagli al trasporto pubblico a qualcuno che hai appena visto ridere come il tuo coinquilino del college? La dimensione della responsabilità democratica cede il passo all’affetto da fandom. Non giudichiamo più un amministratore per gli indicatori del suo mandato, ma per il grado di simpatia che suscita nell’arco dei trenta secondi del video.
Il paradosso dello spettacolo è che funziona soltanto finché lo schermo resta acceso. Quando il display si spegne, la metropoli reale riemerge in tutta la sua crudezza: la crisi degli affitti a New York non è stata magicamente risolta dal sorriso di Mamdani, ma qui serve tempo, ogni politica pubblica ha bisogno di essere testata prima di giudicarne il risultato. Dunque, aspettiamo. Così come non sono stati risolti il sovraffollamento nei dormitori pubblici, né le disuguaglianze sociali. Oggi la Spagna di Sánchez è, a livello economico, la “locomotiva d’Europa”, ma le emergenze abitative, le disuguaglianze sociali e la crisi migratoria restano problemi che il governo Sanchez non è riuscito a risolvere.
La fiction digitale opera come una gigantesca cortina fumogena: a chi importa dei dati, della politica, di fronte a due bei sorrisi? Debord parlava di «oppioide sociale», di uno stato di contemplazione passiva che impedisce agli individui di riconoscersi come classe, come cittadini e come forza storica. Di fronte al canestro nel cestino, il cittadino viene degradato al rango di semplice follower, chiamato a esprimere la propria sovranità con un “mi piace”, e a contestare le idee altrui tramite sterili botta e risposta per difendere i propri bias cognitivi. Se la politica decide di competere sullo stesso terreno dei cataloghi di streaming, finisce per accettare implicitamente le regole del gioco della piattaforma: l’attenzione dura un battito di ciglia, i contenuti sono intercambiabili e l’algoritmo premia solo ciò che non disturba la digestione cognitiva dell’utente.
Tra tutti quei commenti, mi sono sentita di lasciarne uno anche io: «Le serie tv me le guardo su Netflix». Non era uno sfogo da tastiera, ma un promemoria di ecologia democratica: alla fiction chiediamo distrazione, evasione, personaggi carismatici e tempi comici ben orchestrati. Alla politica, invece, abbiamo ancora il diritto di chiedere scelte materiali, serietà, assunzione di responsabilità e la capacità di nominare il conflitto reale. Quando il confine crolla del tutto, non stiamo assistendo alla democratizzazione delle istituzioni, ma alla loro liquidazione. E, a quel punto, alla comunità non resta che sperare che la prossima stagione non venga cancellata a metà palinsesto.