Tra Irlanda e Israele tantissima politica e poco calcio

Ph. Zsolt Czegledi / Ap

di Filippo Maria Ricci (gazzetta.it, 5 ottobre 2026)

Sta diventando quasi impossibile separare calcio e politica. Le ingerenze della seconda sono continue e se il presidente degli Stati Uniti arriva a chiedere alla Fifa di cancellare una squalifica di un giocatore durante una Coppa del Mondo non c’è molto altro da fare o da dire.

Siamo andati oltre. E in questo panorama diventa quasi normale che due partite di calcio si trasformino in uno scontro politico di ampia portata, costringendo calciatori e tecnici a muoversi su un campo minato. Che Irlanda-Israele, doppia sfida di Nations League per il gruppo B3, fosse uno scontro da circoletto rosso per le relative implicazioni politiche era chiaro da febbraio, data del sorteggio.

A Dublino hanno un pensiero molto netto su quanto sta succedendo a Gaza, e considerano che il calcio non possa trasformarsi in una bolla estranea alla vita quotidiana. Il gruppo di attivisti Sport for Palestine ha immediatamente lanciato la campagna Stop the Game con l’obiettivo di convincere la federcalcio di Dublino a non disputare il doppio confronto con Israele, previsto in otto giorni tra Debrecen, Ungheria, e Backa Topola, Serbia: 27 settembre e 4 ottobre le date. La Fai ha deciso di giocare, e quando siamo arrivati sotto data l’atmosfera era carica di tensione.

Il portiere titolare dell’Irlanda Gavin Bazunu ha deciso di non partecipare alle due sfide, spiegando i suoi motivi via social: «La mia decisione è basata puramente su un’opinione personale secondo la quale è sbagliato uccidere persone innocenti. È importante far notare che la mia presa di posizione non è contro al popolo israeliano o la comunità ebraica, ma contro le atrocità commesse nella regione». Bazunu è diventato un eroe in patria, ricevendo grandi complimenti dal mondo politico locale.

Nello spogliatoio irlandese si è votato (senza Bazunu) sull’opportunità o meno di giocare, 14-8 il risultato in favore del sì secondo quanto riportato dalla stampa irlandese, e la squadra è scesa in campo. L’ha fatto con il lutto al braccio, i giocatori hanno chinato la testa durante l’inno israeliano e poi si sono rifiutati di stringere la mano agli avversari nei convenevoli protocollari prima del match. La gara è stata sospesa per quattro minuti quando i pochi tifosi presenti sugli spalti hanno iniziato a tirare in campo palline da tennis con la bandiera palestinese.

C’è stato un tentativo subito stoppato d’invasione solitaria e la partita è stata vinta 3-0 dagli irlandesi, che, per il ritorno avevano scelto di giocare in campo neutro proprio per evitare possibili incidenti in patria legati alla forte opposizione pubblica al match. La vigilia però è stata complicatissima. La conferenza stampa del ct dell’Irlanda, l’islandese Heimir Hallgrímsson, è stata sospesa rapidamente dopo due domande di giornalisti israeliani: uno chiedeva un commento sull’episodio di terrorismo nel volo della FlyDubai e l’altro sulle accuse di razzismo mosse dai giocatori israeliani ai colleghi irlandesi per quanto successo nella prima sfida.

In quella stessa partita però i giocatori irlandesi si sono lamentati per lo stesso motivo: secondo loro i giocatori israeliani hanno mostrato comportamenti razzisti nei confronti del loro compagno Adam Idah e i tifosi nei confronti di Jayson Molumby, che aveva allertato l’arbitro della gara, il tedesco Harm Osmers, il quale, però, non aveva ritenuto ci fossero gli estremi per fermare la gara. Entrambe le parti hanno respinto le accuse, e anche la conferenza stampa del ct israeliano Ran Ben-Shimon è stata tesissima per le domande dei colleghi britannici sui cori dei tifosi israeliani a sostegno della polizia militare nella prima gara.

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