Dollitics: la politica senza appartenenza di Dolly Parton

Ph. Jason Kempin / Getty Images

di Mariella Palazzolo (huffingtonpost.it, 28 settembre 2026)

Avevo sedici anni quando conobbi Dolly Parton. Non lei, naturalmente, ma la sua musica. Ero un’exchange student Afs negli Stati Uniti, a Tucson, Arizona, che, come dicono le magliette per i turisti, si trova in the middle of nowhere.

Era il 1980 e Dolly Parton era ovunque. Capelli biondi smisurati, strass, tacchi, scollature vertiginose e quell’aria da donna che aveva deciso molto tempo prima che sarebbe stata lei, e nessun altro, a stabilire come presentarsi al mondo. Quello stesso anno uscì 9 to 5, in Italia Dalle 9 alle 5… orario continuato, con Jane Fonda, Lily Tomlin e la mitica Dolly. Non potevo capire, a sedici anni, che quel film divertente e quella canzone dal ritmo irresistibile raccontavano qualcosa di molto più serio dell’America che stavo imparando a conoscere. Il film nasceva dall’esperienza di un vero movimento di lavoratrici d’ufficio e parlava di salari, discriminazioni, molestie, promozioni negate, orari di lavoro e rapporti di potere. Parton scrisse la canzone che gli diede il titolo e che sarebbe diventata uno degli inni più riconoscibili delle lavoratrici americane.

Dolly Parton è morta il 25 agosto scorso a Nashville, a ottant’anni. Ripensandoci oggi, mi accorgo che quella donna incontrata musicalmente in Arizona rappresentava anche una forma di politica americana che allora non avevo gli strumenti per riconoscere e che oggi sembra impossibile da praticare. Parton ha trascorso la vita a dire che non faceva politica. Rifiutava di dichiararsi repubblicana o democratica, non voleva dire per chi votava e, nel 2017, quando tornò sul palco con Jane Fonda e Lily Tomlin agli Emmy, lasciò alle due colleghe gli attacchi a Donald Trump e preferì fare una battuta sul proprio seno.

Del resto, era abituata da una vita alle battute sul suo corpo e aveva imparato a rispondere con la stessa arma. Quando nel 1996 la prima pecora clonata al mondo fu chiamata Dolly, perché ottenuta da una cellula della ghiandola mammaria, l’allusione al seno della cantante fu immediata. Parton, anziché offendersi, fece quello che faceva quasi sempre: rise e rilanciò la battuta. Suo nipote Bryan Seaver aveva trovato persino un nome per questa abilità: “Dollitics”. Nel podcast Dolly Parton’s America lei spiegò la questione con grande semplicità: aveva tanti fan democratici quanti repubblicani e non considerava suo compito dividerli. Ma a ben guardare poche carriere sono state altrettanto politiche.

La sua cominciò quasi insieme all’ingresso di milioni di donne americane in un mercato del lavoro che stava iniziando, almeno nelle leggi, a riconoscere la discriminazione sessuale. Quando decise di lasciare Porter Wagoner, l’uomo che aveva contribuito enormemente al suo successo ma che pretendeva di continuare a controllarne la carriera, gli dedicò I will always love you e poi affrontò la causa milionaria che lui le intentò. Quando il manager di Elvis Presley le propose di far incidere la stessa canzone a Elvis in cambio della metà dei diritti editoriali, Dolly disse di no. Pianse tutta la notte, avrebbe raccontato molti anni dopo, ma tenne la proprietà della sua musica. Suo padre, contadino e analfabeta, le aveva insegnato che le canzoni erano come un raccolto: se il raccolto non appartiene a te, la famiglia non mangia.

Anche 9 to 5 arrivò in un momento particolare. Ronald Reagan sarebbe entrato alla Casa Bianca nel gennaio del 1981 e una parte dell’America stava tornando a esaltare la famiglia tradizionale. Dolly continuava invece a lavorare, costruiva un impero economico e aveva deciso di non avere figli. Non si definiva femminista e anzi, quando uscì il film, si guardò bene dal presentarlo come un manifesto. Ma raccontava, cantava e soprattutto viveva questioni che erano al centro dell’emancipazione femminile. Lo stesso schema si ripeté per tutta la sua vita.

Non amava le etichette, ma nel 2005 scrisse Travelin’ Thru per Transamerica, il film sulla storia di una donna transgender, e ricevette minacce di morte. Ne ricevette anche dal Ku Klux Klan per il “Gay Day” organizzato a Dollywood. Lei, cristiana profondamente credente, continuò a difendere il diritto delle persone omosessuali a essere ciò che erano e arrivò a definirsi scherzosamente la “santa patrona delle drag queen”. Anche la sua filantropia aveva poco a che vedere con la beneficenza da gala. Dolly Parton veniva da una famiglia poverissima delle Great Smoky Mountains del Tennessee.

Era la quarta di dodici figli, era nata in una casa senza acqua corrente né elettricità, e suo padre non aveva mai imparato a leggere e scrivere. Nel 1995 creò proprio pensando a lui la Imagination Library, che spedisce gratuitamente libri ai bambini dalla nascita ai cinque anni. Alla fine del 2025 ne aveva distribuiti più di 304 milioni. Quando gli incendi devastarono la zona di Gatlinburg nel 2016, aiutò direttamente le famiglie che avevano perso la casa. Donò un milione di dollari alla ricerca che contribuì allo sviluppo del vaccino contro il Covid-19. Offrì ai dipendenti di Dollywood la possibilità di frequentare gratuitamente l’università. E investì parte dei proventi della versione di I will always love you cantata da Whitney Houston in un quartiere nero di Nashville.

Forse è proprio qui che si capisce la politica di Dolly Parton: non le mancavano certo le convinzioni, semplicemente rifiutava di schierarsi. Shima Oliaee, che ha lavorato al podcast Dolly Parton’s America, ha raccontato un episodio del 2016 che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Era ottobre, mancava un mese alle elezioni che avrebbero portato Donald Trump alla Casa Bianca e il Paese era già attraversato da una contrapposizione durissima. A un concerto di Dolly Parton, però, persone che probabilmente avrebbero votato in modo opposto cantavano insieme. Amata contemporaneamente nei piccoli centri conservatori del Tennessee e nei gay bar di New York, da cristiani evangelici e drag queen, da donne che avevano visto 9 to 5 come un film sulla propria condizione e da uomini che probabilmente non avrebbero mai pronunciato la parola femminismo.

La sua scelta, molto difficile, è stata quella di parlare dei problemi senza chiedere prima a chi ascoltava da che parte stesse. A sedici anni, naturalmente, non capivo nulla di tutto questo. A Tucson ascoltavo 9 to 5, guardavo quella montagna di capelli biondi e scoprivo un pezzo d’America. Quarantasei anni dopo mi accorgo che Dolly Parton di quelle contraddizioni ne raccontava già molte: religione e libertà individuale, povertà e successo, capitalismo e solidarietà, emancipazione femminile e rifiuto delle etichette, provincia e cosmopolitismo.

E soprattutto aveva capito una cosa che la politica contemporanea sembra avere dimenticato: per cambiare qualcosa non è sempre necessario convincere gli altri a diventare come noi. Basterebbe solo riuscire a parlarsi. Dolly Parton, con una parrucca enorme, una quantità incalcolabile di strass e una straordinaria capacità di prendersi in giro, ci è riuscita per quasi settant’anni.

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