
di Paolo Armelli (wired.it, 26 novembre 2025)
La guerra in Ucraina? Gli Epstein Files? La crisi climatica? Le priorità di Donald Trump non si limitano a questo, ma includono anche Rush Hour 4. Avete letto bene: un film d’azione che è l’ennesimo capitolo di una saga di culto inaugurata nel 1998, protagonisti Jackie Chan e Chris Tucker (oggi 71 e 53 anni, rispettivamente).
A quanto pare, il quarto capitolo del franchise era rimasto in gestazione per molti anni. Ma a sbloccare la situazione – come riporta il magazine on line americano Semafor – ci ha pensato proprio l’interesse personale del presidente degli Stati Uniti, che ha ottenuto da Paramount l’impegno a mettere in produzione la nuova pellicola, a quanto pare parecchio cara al cuore di The Donald. Ci sono svariati motivi per cui il presidente americano ha grande interesse a rinverdire questa saga. Molti scommettono che sia uno dei suoi film preferiti, e come dargli torto (?!).
Ma ci sono anche interessi molto più stratificati in questo. Il primo è il regista che fin dal primo capitolo ha curato questo franchise, Brett Ratner: dopo aver diretto blockbuster d’azione come Red Dragon e X-Men: Conflitto finale, il filmmaker non lavorava dal 2014, dopo il fallimentare Hercules con Dwayne Johnson, essendo stato al centro di un pesante scandalo sessuale in piena epoca #MeToo che l’aveva reso “intoccabile” dalla maggior parte degli Studios. Negli anni, però, Ratner ha cercato di ripulirsi l’immagine e l’ultima mossa vincente è stata la regia del documentario Melania, sulla First Lady Melania Trump, che lo scorso anno Amazon ha pagato 40 milioni pur di annoverarlo nel proprio catalogo.
Trump è molto vicino anche al produttore della saga di Rush Hour, Arthur Sarkissian, che, sempre l’anno scorso, aveva finanziato The man you don’t know, ritratto smaccatamente agiografico del presidente. Dopo che la Warner aveva rinunciato ai diritti sulla saga, poi, questi sono finiti alla Paramount, società che negli ultimi anni si è avvicinata moltissimo alla sfera trumpiana dopo una serie di vicissitudini molto concatenate tra loro: a ottobre Trump aveva fatto causa per 20 miliardi di dollari a Cbs News (di proprietà della Paramount) per un’intervista che, a detta sua, avrebbe favorito la rivale Kamala Harris; nel luglio del 2025 era stato raggiunto un accordo da 16 milioni, con un impegno ufficioso da parte della Paramount – che possiede anche Comedy Central, su cui va in onda South Park, fonte di satira continua contro Trump – di limitare le critiche ed essere più accomodante con la Casa Bianca. Il raggiungimento di quest’accordo aveva sbloccato da possibilità per Paramount di essere acquisita da Skydance, operazione che poteva essere autorizzata solo dalla Fcc (una specie di garante delle comunicazioni), nominata da Trump stesso.
In altre parole, le insistenze di Trump per mettere in cantiere Rush Hour 4 non testimoniano solo il suo interesse per certi titoli cinematografici, ma anche la sua volontà di avere un impatto sul sistema mediatico americano, oltre che di piazzare i suoi fedelissimi. Non è un caso che né Jackie Chan né Chris Tucker siano mai stati particolarmente ostili al presidente, anzi hanno talvolta fatto dichiarazioni accomodanti nei suoi confronti.
Da tempo i repubblicani stanno cercando di rimodellare il settore del cinema e dell’informazione, a detta loro dominato per troppi anni dai democratici e dai progressisti. Le continue accuse di Trump ai giornalisti e il tentativo di bloccare comici come Jimmy Kimmel sono la punta dell’iceberg di uno sforzo molto più ampio di modellare a suo favore l’ecosistema mediatico. Molta attenzione in questo momento è concentrata sulle offerte per l’acquisizione del colosso Warner Bros. Discovery, che possiede la Cnn: se la spuntasse Paramount (che sta tentando la scalata in concorrenza a Netflix e Comcast), Trump ha già fatto capire che i suoi amici avrebbero il compito di licenziare i giornalisti a lui invisi.