
di Carlo Federico Ferrero (sprintesport.it, 3 marzo 2026)
C’è un attimo, prima del fischio d’inizio, in cui il rumore del calcio scompare. Al Gold Coast Stadium di Queensland, la notte del 2 marzo 2026, le giocatrici dell’Iran restano immobili: lo sguardo fisso, le labbra serrate, nessun canto.
L’inno nazionale scorre dagli altoparlanti, ma in campo è il silenzio a occupare lo spazio. Sugli spalti si sventola la bandiera con il Leone e il Sole, il vessillo pre-rivoluzionario, e la curva risponde con un mormorio che diventa applauso. Poi la partita comincia, la Corea del Sud vince 3-0, eppure il risultato, paradossalmente, non conta più. Conta quel silenzio. Conta quel sorriso discreto della ct Marziyeh Jafari che accompagna il gesto e poi, a fine gara, schiva ogni domanda politica concentrandosi sulla sconfitta. In un torneo continentale, una Nazionale femminile ha scelto un modo semplice e universale per dire: siamo qui, e non possiamo far finta di niente.
A un primo sguardo, è un piccolo atto di disobbedienza civile: non cantare l’inno. Ma su un campo di calcio, in diretta, durante la Coppa d’Asia femminile in Australia — competizione che quest’anno si concluderà il 21 marzo 2026 —, quel gesto diventa un megafono. È un messaggio rivolto all’opinione pubblica internazionale, ma anche, e forse soprattutto, a chi guarda da casa in Iran. L’immagine delle giocatrici, immobili, ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, amplificata dalla cornice di un Paese in choc istituzionale dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026 e l’avvio di una leadership ad interim. In questo scenario, la Nazionale femminile trasforma una formalità pre-partita in un atto simbolico capace di concentrare paure, speranze e dissenso.
Per capire la forza di questo segnale bisogna tornare al Mondiale del 2022 in Qatar, quando la Nazionale maschile iraniana scelse — alla prima partita — di non cantare l’inno in solidarietà con le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini. Anche allora il calcio fu megafono, e anche allora il gesto s’infranse contro pressioni e ritorsioni: alla gara successiva, gli stessi calciatori furono visti mormorare le parole. È una memoria recente che aggiunge un sottotesto pesante al silenzio delle donne del 2026: se il pallone è il linguaggio globale, il non-canto è l’urlo a bassa frequenza che tutti capiscono.
In Australia, la protesta non è rimasta confinata al campo. Alla partita contro la Corea del Sud si sono visti i vessilli della monarchia, e per la prossima sfida contro le Matildas australiane sono stati annunciati presidi e manifestazioni di diaspora iraniana, intenzionata a coprire l’inno della Repubblica islamica con cori e bandiere pre-rivoluzionarie. Un modo per dire: lo sport non è neutro, non può esserlo quando la Storia bussa alla porta.
Nel frattempo, la figura della ct Jafari è diventata un totem. Quel sorriso mentre le sue giocatrici restano in silenzio prima del calcio d’inizio è stato letto come un cenno d’intesa, la complicità minima necessaria per proteggere le atlete senza trasformarle in attiviste a microfoni accesi. Con lei, in conferenza stampa, la capitana Zahra Ghanbari: entrambe hanno evitato di entrare nel merito della crisi, mentre un rappresentante dei media dell’Afc ha tagliato corto a una domanda sulla morte di Khamenei, invitando a «pensare alla partita». La strategia è chiara: proteggere la squadra, non alimentare il fuoco, lasciare che parlino le immagini.
Mentre la Nazionale femminile accendeva i riflettori sul campo, fuori si consumava un’altra storia. L’ex portiere della Nazionale, Rashid Mazaheri (36 anni), è risultato scomparso dopo aver pubblicato un post ferocemente critico verso Khamenei — post poi rimosso —, in cui lanciava un messaggio inequivocabile: «il tuo regno è finito». La moglie ha denunciato un blitz in casa e la sottrazione dei dispositivi, sostenendo di temere per la sua vita. Le autorità non hanno confermato la detenzione; alcune ricostruzioni parlano di un presunto procedimento per frode, che la famiglia definisce «menzogna studiata». Le notizie sono frammentarie, ma concordano su un punto: con Mazaheri, da ore, non ci sono contatti.
Gli atti simbolici non risolvono da soli le crisi. Però fissano delle priorità. Nel giro di 24-48 ore, il silenzio della Nazionale femminile è entrato nelle scalette dei grandi media internazionali, ha innescato discussioni su diritti delle donne, libertà di espressione, ruolo delle istituzioni sportive. Persino i protocolli di sala stampa diventano terreno di battaglia semantica: che cosa si può chiedere? Che cosa si può dire? Quando un media officer interviene per stoppare una domanda sulla crisi, sta di fatto ammettendo che il recinto fra sport e politica è stato superato. E che ogni parola può essere usata — in patria e all’estero — come prova per l’accusa o per la difesa.
C’è una linea delicata che separa la tutela delle atlete dalla censura. Le federazioni, i tornei, gli organismi calcistici come l’Afc e la Fifa sono chiamati a bilanciare libertà individuali e protocolli di competizione. Nel recente passato, azioni disciplinari o di “moral suasion” hanno affiancato la tolleranza per gesti simbolici. Ma quando la crisi politica di un Paese entra nello spogliatoio, il rischio è che la protezione si trasformi in bavaglio e che i contesti neutri diventino impossibili. Per ora, la scelta della Nazionale femminile iraniana è stata rispettata sul campo; resta da vedere se nelle prossime gare — contro Australia e Filippine — la pressione interna ed esterna modificherà i margini di espressione.
Nel lessico dei movimenti civili, il gesto minimo è spesso il più resistente. Non richiede parole, non espone dichiarazioni formali, non si presta a ritrattazioni forzate. Il non-canto delle atlete iraniane ha proprio questa qualità: è inequivocabile e insieme prudente. Funziona dentro il perimetro del regolamento — nessuna regola impone di cantare —, eppure lo supera sul piano culturale. E, contando che la squadra è in campo mentre a casa si ridefinisce la catena di comando dello Stato, quel silenzio diventa un indicatore di clima: la temperatura sociale è salita, lo sport lo registra e lo trasmette.