Hollywood oltretevere: la regia vaticana su Leone XIV

LaPresse

di Sebastiano Pucciarelli (huffingtonpost.it, 14 maggio 2025)

Non si erano mai visti gli occhi lucidi di un Papa appena eletto, il suo deglutire e le contrazioni muscolari del suo viso – i suoi tic, ha sussurrato qualcuno. Non si erano mai visti perché tutto ciò è stato ripreso per la prima volta giovedì 8 maggio al tramonto, quando Prevost si è affacciato al balcone di San Pietro e allo sguardo curioso dei telespettatori di mezzo mondo.

È quello che al cinema si definisce un primissimo piano: un’inquadratura così ravvicinata da contenere il viso e nient’altro – più stretto di così c’è solo quel taglio di ripresa chiamato dettaglio, che cattura un frammento di volto, le labbra, gli occhi, un orecchio… E chissà che non ci arriveremo col prossimo pontefice.

Ma inedite erano anche le riprese aeree a picco sulla facciata di San Pietro – laggiù sul balcone centrale Leone coi prelati, nei due laterali i cardinali assiepati – e quelle ravvicinate della folla, una selva di braccia tese (come al passaggio del carro funebre di Papa Francesco) perché tutte “filmanti” a loro volta, via smartphone. Insomma, vesti nuove per un rito antichissimo. Risultato ottenuto, ci spiegano i responsabili dei media vaticani, attraverso sedici telecamere, più una radiocamera e un drone, tutto in 4K, coordinati da un pullman-regia come quelli dei grandi eventi sportivi o dell’Eurovision (per i nerd: il nuovo OB Van 12 Full 4K).

«Le riprese di questo tempo che va dalla morte di Francesco all’elezione di Leone XIV sono state effettuate dall’equipe di Vatican Media, la stessa che seguì l’elezione di Benedetto XVI e di Francesco», aggiungono il direttore del Centro Televisivo Vaticano e il prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (Paolo Ruffini, ex direttore di Rai 3 e Tv 2000 e primo laico voluto in questo ruolo da Bergoglio). «Un fantastico lavoro di squadra, senza orari e con tanta partecipazione» commentano, confortati dal riscontro positivo per la qualità della rappresentazione. Il segnale viene poi diffuso urbi et orbi a vecchi e nuovi media.

Stessa equipe per Ratzinger e Bergoglio, ma scelte registiche innovative. Già, com’era andata coi predecessori? Grazie a YouTube possiamo risalire alla incoronazione di Pio XII – prima solo frammenti e niente microfono, e anche quel 1939 visto oggi pare il Medioevo: lui in trono e Via della Conciliazione incompiuta. Ma fino al 1978, con Giovanni Paolo I e poche settimane dopo con Giovanni Paolo II, le immagini erano in bianco e nero, e la regia si limitava a inquadrature larghe. Il nuovo Papa restava una piccola figura in campo medio, attorniata da altri religiosi, e la folla era una massa indistinta.

Con la tv a colori, arrivata in Italia nel 1977, le riprese papali si fanno più strette: ora vediamo il nuovo eletto anche in piano americano e di sguincio, ne cogliamo i gesti e la postura – Wojtyła è anche il primo a rompere il cerimoniale, aggiungendo alle formule di rito un discorso a braccio (chiuso col famoso «se mi sbaglio, mi corigerete»). Aumenta la prossimità, aumenta la familiarità del pubblico… ed ecco che i Papi diventano anche, giocoforza, interpreti su un set cine-televisivo.

Seppur con Ratzinger si torni a riprese principalmente frontali – in assonanza ieratica al suo magistero, diranno le malelingue, ma un Papa appena eletto non si sceglie le inquadrature –, i segnali visivi interessanti sono altri. Intanto prosegue il lento e inesorabile avvicinamento al protagonista: ora siamo al mezzo busto, possiamo perfettamente leggere le espressioni del viso, il labbro socchiuso.

E per la prima volta una telecamera è anche dietro quelle tende, a regalare per un timido istante la prospettiva di Benedetto XVI di spalle, che osserva e benedice la piazza. Tra Benigni nel Pap’occhio e i reality show (andrò all’Inferno, ne sono consapevole). Del resto nel 2005 siamo in piena epoca reality, da noi il Grande Fratello ha da poco concluso la sua quinta edizione e L’isola dei famosi la seconda: le inquadrature “rubate” sono ormai pane quotidiano per i telespettatori di mezzo mondo.

E che succede nel 2013, quando a quel balcone si affaccia Bergoglio, Papa che si rivelerà “mediatico” come nessun’altro, eletto in era di smartphone e social network? Lo zoom aumenta di un’altra tacca, arriviamo al primo piano prolungato e laterale da sinistra, perché per la prima volta sul balcone sbarca un cameraman, di fianco ai prelati e al neoeletto. Pure le riprese posteriori si fanno più insistite, più strette, et voilà: esplode l’intimità televisiva col pontefice, anche perché alla prossimità delle immagini si salda l’informalità del discorso («Fratelli e sorelle… buonasera!»).

A questo punto non stupirà che dodici anni dopo, pochi giorni fa, l’inquadratura dominante di quei sedici minuti di Prevost sia il primo piano laterale, e sul finale la regia azzardi persino quel primissimo piano di cui dicevamo all’inizio, mai osato prima. Straordinario anche perché nitidissimo, giacché, nel frattempo, è arrivata l’alta risoluzione in 4K e sono arrivati i droni a regalare le immagini aeree più stabili e definite della storia papale.

E quindi, invece del solo controcampo della folla, a inframezzare il volto papale ecco sontuose sequenze di avvicinamento alla facciata della Basilica di San Pietro e spettacolari inquadrature “a piombo” sulla loggia. Mai si era visto quel momento dalla prospettiva celeste – e non c’è bisogno di essere André Bazin, il decano dei critici francesi, per intuire che si sta adottando il punto di vista dello sguardo divino. L’infinitamente piccolo del volto e l’infinitamente grande delle architetture monumentali, in entrambi i casi una vertigine di sensazioni.

Nemmeno la folla festante era mai stata inquadrata così e così da vicino, tante immagini a mezzobusto di persone commosse, con smartphone in mano e un doppio effetto: inquadrate dalla regia, si vedevano rimandate dai maxischermi e quindi si sbracciavano, come allo stadio o al concerto del Primo Maggio. Alla fine del discorso di Leone, la panoramica forse più rivelatoria: lui intona l’Ave Maria, la regia stacca su alcuni religiosi in piazza che stanno filmando coi cellulari, qualcuno tra loro si accorge del momento di preghiera (o di essere inquadrato) ed ecco che ripone lo smartphone con nonchalance e giunge le mani per unirsi all’invocazione alla Vergine. Il ravvedimento del sacerdote-groupie, anche questo abbiamo intravisto.

Altro piccolo dettaglio tecnico: per gli ultimi papi il montaggio in diretta optava per le dissolvenze incrociate (quel passaggio morbido che sfuma un’inquadratura nell’altra), per Prevost invece si sono scelti stacchi netti. Di nuovo, dalla pacatezza del cinema classico alla spettacolarità di quello contemporaneo che cerca l’emozione senza mediazioni.

A proposito di cinefilia, come avevano messo in scena questo momento solenne i due registi che lo hanno rappresentato negli anni scorsi, due autori diversissimi ma entrambi capaci di prefigurare pezzi di Storia di là da venire? Parlo di Moretti e Sorrentino (Meirelles, per I due Papi, ricalca le inquadrature televisive dell’elezione di Ratzinger; Berger, per Conclave, non arriva a mostrare il momento dell’affaccio in piazza). Moretti, nel suo Habemus Papam del 2011, sceglie l’approccio classico e composto che la tv aveva adottato fino a Benedetto XVI: frontale e in campo largo, riservando il primo piano solo ai momenti finali, quando (spoiler ormai prescritto) il mancato Papa Michel Piccoli annuncerà alla piazza la sua rinuncia.

Invece Sorrentino, con The Young Pope nel 2016, prefigura non solo il Papa “giovane” e statunitense (capite da voi che tra Robert Prevost e Jude Law resta qualche grado di separazione), ma anche una molteplicità di punti di vista molto addosso al Pontefice (pure l’inquadratura laterale ravvicinata che vedremo per Leone XIV, ma qui da destra). Certo, la regia di Sorrentino è decisamente più onirica di quella vaticana: insiste in una prospettiva dal basso, alla Quarto potere, per raffigurare un Papa carismatico e scandaloso quanto il discorso che declama in sogno (anche l’esordio «Ciao Roma! Ciao mondo!» spinge all’estremo l’informalità dell’incipit di Bergoglio).

Ecco, al netto di queste prospettive di ripresa “inquietanti”, sono evidenti le assonanze tra i virtuosismi sorrentiniani e quella dell’oscura firma che ha ripreso Prevost (alle nostre richieste, i responsabili della comunicazione vaticana hanno risposto con un modesto «Ci preme non fare nomi per valorizzare il gruppo nel suo insieme»). Quelle spettacolari panoramiche perpendicolari sulla Basilica richiamano tante inquadrature a picco del regista napoletano, pensate solo alle sequenze iniziali de Il Divo (Calvi impiccato, l’auto di Falcone che precipita) o a quelle finali de Le conseguenze dell’amore (Servillo appeso alla gru).

Nello splendore dell’alta definizione, e del tramonto romano, anche il cromatismo pontificio aveva una seduzione sorrentiniana – a differenza dei predecessori, per Leone sfondo porpora delle tende chiuse e colonne rivestite anch’esse porpora. Devo aggiungere la maniacale attenzione allo spazio e all’architettura, che accomuna il film-maker alle immagini dell’Habemus Papam (e la Chiesa cattolica tout court)? Non sto insinuando che la regia occulta delle recenti maratone papali sia proprio del Premio Oscar, anche se effettivamente ai David, giorno di fumata nera e vigilia di quella bianca, non era presente…

Sto solo ponendo il tema dello stile, del linguaggio visivo con cui si decide di filmare le figure e le cerimonie più solenni, in questo nostro presente doloroso e scomposto: come si filma il sacro, qualcuno che i cattolici chiamano Santità e Vicario di Cristo? Ci si può avvicinare a un Papa fino a mostrarne reazioni e imperfezioni, nel nome dell’adesione emotiva del pubblico tele-vedente? A parte le guerre iconoclastiche antiche e moderne, da sempre le religioni s’interrogano su quanto e come rappresentare il sacro e il mistero, specie il Cristianesimo: dai mosaici bizantini alle chiese degli archistar, passando per Giotto e Michelangelo, Caravaggio e Dalì… ma le immagini in movimento sono una faccenda diversa, e sulla quale ci sentiamo un po’ più ferrati.

Per Martin Scorsese il cinema è questione di cosa c’è nell’inquadratura e cosa rimane fuori; e Alfred Hitchcock dà una regola chiara: la dimensione di un oggetto dovrebbe eguagliare la sua importanza nella storia in quel momento. Quindi, nel nostro caso, parrebbe giustificato ingigantire i lineamenti papali. Eppure un altro uomo di cinema, non all’altezza dei maestri appena citati ma a suo modo esperto di sovrannaturale, come l’attore David Duchovny (il Fox Mulder di X-Files), specifica: «Non mi dispiacciono i primi piani, ma sono un po’ forzati – si ottengono molte informazioni in un primo piano. C’è meno mistero».

E allora, a proposito di mistero perduto, o riacquistato, nelle quasi tre settimane di maratone pontificie, permettetemi di concludere citando le parole di Leone XIV nel suo primo discorso ai cardinali, sabato scorso (chi me lo doveva dire che un giorno avrei citato il Papa): «Dio ama comunicarsi, più che nel fragore del tuono e del terremoto, nel “sussurro di una brezza leggera” o, come alcuni traducono, in una sottile voce di silenzio». Ma questi, lo sappiamo, sono tempi duri per i cultori del silenzio.

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