di Andrea Cauti (agi.it, 10 marzo 2026)
Sinners – I peccatori di Ryan Coogler ha segnato la storia con sedici nomination agli Oscar 2026, superando il primato di quattordici candidature di Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Una “potenza di fuoco” enorme, che però non garantisce il successo.
Anzi, diventa motivo di paura. Aleggia infatti su I peccatori lo spettro del super-flop di due grandissimi del cinema mondiale: Steven Spielberg e Martin Scorsese. A pochi giorni dalla cerimonia del 15 marzo al Dolby Theatre di Los Angeles, infatti, cresce il timore che il film di Ryan Coogler possa battere il record (negativo) dei due cineasti americani alla notte degli Oscar, dove Il colore viola di Steven Spielberg nel 1985 e Gangs of New York di Martin Scorsese nel 2002 arrivarono forti rispettivamente di undici e dieci nomination, per tornare a casa senza premi. Le recensioni raccolte in tutto il mondo da critici e siti molto autorevoli alimentano questo timore, pur lasciando spazio a possibili sorprese in categorie tecniche.
Il colore viola (1985) – che condivide con Due vite, una svolta (1977) di Herbert Ross il record di undici nomination senza un Oscar – è stato penalizzato da accuse di sentimentalismo eccessivo e controversie razziali. Gangs of New York (2002) ne ottenne dieci, ma fu surclassato da Chicago per il Miglior film e da Il pianista per Miglior regia e Miglior attore protagonista. I peccatori, con il suo record assoluto di nomination, potrebbe iscriversi a questo elenco di super-flop all’Oscar visto che deve vedersela con pellicole molto più quotate, da Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson a Marty Supreme con Timothée Chalamet.
Le sue chance di vittoria sembrano legate, più che ai premi principali, a quelli tecnici, come suono, fotografia o colonna sonora. Una critica ricorrente alla pellicola è la «frattura drammaturgica»: il film apre con un realismo crudo nel Mississippi post-schiavista del 1932, transita in visionari sincretismi blues e culmina in un horror vampirico che sconcerta. Recensioni come quelle di ReelViews («miscuglio approssimativo») e Movie Nation («goffo mashup, rimescolamento» di brani come Ma Rainey’s Black Bottom, Crossroads e From Dusk Till Dawn) ne sottolineano le incoerenze narrative, mentre forum come Reddit lamentano un ritmo irregolare e un finale affrettato.
Ambientato a Clarksdale il 16 ottobre 1932, il film segue i gemelli Stack e Smoke Moore (Michael B. Jordan in un doppio ruolo), due gangster che, tornati da Chicago, aprono un juke-joint nero in un’ex segheria del Ku Klux Klan, reclutando il cugino Sammie “Preacherboy” (Miles Caton, autentico bluesman). Il suo talento evoca forze maligne, ispirate al patto demoniaco di Robert Johnson, leggendario bluesman che registrò Cross Road Blues (1936): la leggenda narra che vendette l’anima al diavolo a un incrocio (Highway 61/49, Clarksdale) per diventare un genio della chitarra, per poi morire a ventisette anni. Sammie riceve una chitarra Dobro Cyclops (detta di Charley Patton) e attira il Male. Accade così che, durante la festa d’inaugurazione, si assiste a un assalto dei vampiri bianchi guidati da Remmick l’Irlandese, dannati che sono la metafora dei proletari razzisti bianchi che “vampirizzano” i neri, ossia che rubano ed espropriano blues e cultura afroamericana, odiandone gli autori. Come dice il personaggio di Delta Slim (Delroy Lindo), «ai bianchi piace il blues ma detestano chi lo suona».
Il film è ricchissimo di riferimenti colti: i pionieri del Delta blues Charley Patton e Son House echeggiati nella musica; la chitarra resofonica nera regalata a Sammie, la Dobro Cyclops (1931-33); l’amuleto mojo apotropaico; il cameo di George “Buddy” Guy, leggenda vivente del Chicago blues elettrico, che nel finale del film interpreta l’anziano “Preacherboy” nell’anno 1992; la colonna sonora di Ludwig Göransson con i vampiri che intonano Rocky Road to Dublin in un sabba tetro. Accanto a questa accurata e raffinata scelta musicale – che non dovrebbe lasciare indifferenti i membri dell’Academy –, si registra una sceneggiatura che appare superficiale per quanto riguarda i delicati temi razziali che affronta.
Uscito nell’autunno del 2025, dopo la rielezione di Donald Trump (novembre del 2024), I peccatori è stato visto dai critici conservatori Maga come l’emblema del movimento woke che secondo Trump imperversa a Hollywood. Secondo tale accusa, le sue sedici nomination sono frutto di questa politica di Diversità, Equità e Inclusione (Dei) più che di meriti artistici. Malgrado questo attacco (o proprio per merito di questo attacco), il film di Coogler ha superato i 370 milioni di dollari d’incasso in tutto il mondo a fronte di un costo di produzione di 90 milioni. Le metafore razziali – vampiri bianchi della «spazzatura bianca» (white trash) che prosciugano la vitalità dei bluesman neri – riecheggiano divisioni contemporanee: le politiche anti-Dei di Trump, i controlli alle frontiere e la critica feroce al movimento Black Lives Matter (Blm).
Lo stesso presidente Usa ha reagito bollando il film come «spazzatura anti-americana» con «vampiri neri che distruggono il nostro Paese» (capovolgendo la trama per accusarlo di narrativa razzista contro i bianchi), lamentando che l’Academy ha creato «nuove categorie» per favorire la diversità. Il presidente ha usato il film come esempio di «Hollywood woke» in opposizione alla sua «America Great Again» del movimento Maga, da cui sono partiti appelli al boicottaggio: il film è stato bollato come «horror razzista, pagano e woke». I peccatori arriva così alla notte degli Oscar carico di suggestioni extra-cinematografiche: questa polarizzazione potrebbe penalizzarlo presso l’Academy vista l’alzata di scudi Maga o, al contrario, rafforzarlo proprio nel clima di opposizione al conservatorismo.
