Il diavolo ne sa più di Putin

di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 18 giugno 2025)

«Il film che la Russia ha boicottato arriva nelle sale italiane». Così recita la locandina de Il Maestro e Margherita, adattamento del celebre romanzo di Michail Bulgakov, scrittore nato a Kiev nel 1891 e a lungo osteggiato dall’Unione Sovietica. Diretto dal regista americano di origini russe Michael Lockshin, il film approda nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da Be Water Film, dopo essere stato travolto in patria da un acceso scandalo politico, che ne ha messo a rischio la distribuzione.

Fin dall’inizio, Lockshin ha espresso apertamente la propria opposizione alla guerra in Ucraina. Una posizione che l’ha trasformato, nel giro di poche settimane, in bersaglio della propaganda ultranazionalista. Sui canali Telegram filogovernativi è stato etichettato come «feccia», «russofobo ardente», «trans-ucraino»; qualcuno ha persino invocato il suo arresto e l’inserimento nelle liste dei terroristi. Oggi vive a Los Angeles, dov’è stato costretto a rifugiarsi, mentre in Russia è considerato persona non gradita: il suo nome è stato persino rimosso dai titoli del film.

Eppure Il Maestro e Margherita ha resistito. Anzi, ha trionfato al botteghino: più di 3,7 milioni di spettatori e oltre 2 miliardi di rubli incassati. Colpisce il fatto che questo kolossal sia stato finanziato dallo Stato stesso, che vi ha investito 9 milioni di dollari, su un budget complessivo di 17, tramite il fondo governativo Fond Kino. L’attacco politico, infatti, è arrivato a opera conclusa, quando il film aveva già iniziato a imporsi per la forza delle proprie idee.

Il cortocircuito è evidente: un film tratto da un classico della letteratura antitotalitaria viene sovvenzionato dallo Stato, e poi condannato dai suoi stessi apparati. Un regista privo di trascorsi da dissidente è dipinto, all’improvviso, come un nemico pubblico. Un film concepito nel 2019, prima dell’invasione dell’Ucraina, si trasforma in un manifesto contro le più recenti politiche di Vladimir Putin. Un intreccio di contraddizioni che avrebbe fatto sorridere Woland, il Mefistofele bulgakoviano.

Ma parliamo del romanzo. Scritto tra il 1928 e il 1940, venne pubblicato solo postumo, e in versione censurata, nel 1967. La versione integrale circolò a lungo in samizdat – copie clandestine battute a macchina e passate di mano in mano –, diventando simbolo della resistenza culturale all’oppressione sovietica. L’opera nasce in un contesto segnato dalla stretta ideologica staliniana, che imponeva un controllo capillare sull’arte e sulla letteratura con l’obiettivo di reprimere ogni voce non conforme. Bulgakov stesso, nonostante il riconosciuto talento, si scontrò con i limiti della censura: temi come la religione, la rappresentazione del potere autoritario e la critica alla burocrazia erano troppo espliciti per passare inosservati.

A differenza del romanzo, la trasposizione di Lockshin non nasceva come atto di dissenso. Ma è diventata tale. «Ho sentito che attraverso questo classico si poteva riflettere su temi che non riguardano solo la Russia, ma tutto il mondo: cos’è la libertà, com’è vivere sotto uno Stato totalitario», ha dichiarato il regista. «Quando i produttori mi hanno proposto di lavorare all’adattamento non avevamo idea dei livelli di violenza e repressione che la Russia avrebbe raggiunto. Oggi vediamo dove sta andando».

Il destino della trasposizione cinematografica, dunque, richiama da vicino quello del romanziere. Ma in tutto questo riecheggia anche la parabola del Maestro, il protagonista perseguitato dal potere. Una figura che rispecchia le dinamiche contemporanee, in una Russia dove l’arte viene ancora tacitata. Proprio perché censurato e ostacolato, Il Maestro e Margherita continua a farsi sentire. E questa, oggi come un tempo, è la sua forza.

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